• 25 Gen 2016 14.55

Cinque errori da sballo fatti da Italo sui social network

25 gennaio 2016 14:55

Aggiornamento. Il 25 gennaio Italo ha chiesto scusa su Facebook: “È importante farvi sapere che abbiamo ascoltato le vostre voci di dissenso e che siamo profondamente dispiaciuti”. Ecco le parole giuste, anche se con ventiquattr’ore di ritardo.

I soldi non puzzano, come si dice, ma il tanfo dei cattivi pensieri può far girare la testa. E quando gira la testa si pensa male, e quando si pensa male si scrive male. Italo pensa male, scrive male e fa male alla testa.

Questo è il primo esempio:

Ciao a tutti,
ci tenevamo a comunicare a tutti voi che Italo ha un sistema commerciale in base al quale offre convenzioni a chiunque le chiede e che può garantire una certa mole di traffico. Tutte alle stesse condizioni . Ne facciamo ogni giorno e con ogni tipo di organizzazione e associazione in occasione di eventi musicali, sportivi e sociali, senza fare scelte nè ideologiche nè di appartenenza, ma nel solo e ovvio rispetto della legge. Italo è un’azienda sul mercato e queste convenzioni sono spesso per noi anche uno strumento commerciale molto utile e redditizio per i conti aziendali. Evitiamo basse dietrologie politiche su una scelta puramente commerciale.

Questo è il secondo esempio:

Ragazzi, non ci stiamo a farci mettere nell’angolo da chi vuole strumentalizzare ogni cosa. Ci hanno chiesto una scontistica per una manifestazione pubblica legalmente autorizzata e l’abbiamo concessa come facciamo sempre in questi casi. Non serve ed è strumentale tirare in ballo cose che non c’entrano nulla come manifestazioni antidemocratiche ed addirittura razziste e illegali. Ci fanno male queste parole perchè noi siamo da sempre sostenitori dei diritti individuali e lo dimostriamo anche con il nostro sostegno al cinema autoriale che denuncia le discriminazioni e difende i diritti civili e le libertà individuali, mettendo a disposizione delle produzioni i nostri treni come set. Cerchiamo di usare il buon senso e Italo è sempre a disposizione di chi voglia sostenere i diritti delle minoranze e le libertà democratiche .

Sono i due post che l’azienda ha scritto nel giro di poche ore sulla sua pagina Facebook, il 24 gennaio. Poche righe per difendersi dalle accuse di sostenere il Family day del 30 gennaio con sconti sui biglietti per Roma. Una trentina di righe in cui si contano almeno cinque errori da sballo, oltre al più grave: la malafede di difendere i propri sacrosanti diritti di azienda privata, facendo però affari con chi nega e manifesta contro i diritti di milioni di persone.

  1. Il tono. Il primo post accenna una difesa, il secondo sbraca nell’attacco. Il passaggio da “Ciao a tutti” a “Ragazzi, non ci stiamo a farci mettere nell’angolo” traduce in parole l’immagine del padrone stizzito. “Evitiamo basse dietrologie”, “cerchiamo di usare il buon senso”, ovvero: vi state sbagliando oltre ogni ragionevole dubbio, e ora vi spieghiamo perché.
  2. L’atteggiamento. Il primo post è paternalistico, il secondo è saccente: in comune hanno il fatto che entrambi sono scritti pensando a lettori a cui bisogna spiegare come va il mondo. E il mondo va che “Italo è un’azienda sul mercato” che fa scelte “puramente commerciali”, ma siccome è anche un’azienda illuminata sostiene “i diritti delle minoranze e le libertà democratiche”. Il mondo è complesso, caro lettore, ti sfuggono dettagli infernali, prima di parlare studia. Capito?
  3. La retorica. Quando sei nei guai, gioca al rialzo. A Italo traducono un motto molto americano con un modo di fare e una retorica molto italiani. Caro lettore, ti ho spiegato come stanno le cose, ti ho spiegato il ruolo dei danari e della battaglia in difesa delle minoranze, ma tu usi “basse dietrologie politiche” per “metterci nell’angolo”. L’azienda che poco prima giocava una partita tutta all’attacco ora veste i panni della vittima senza senso del ridicolo.
  4. Senso del ridicolo. Qualcuno dentro Italo pensa davvero che per difendere i diritti civili basti “mettere a disposizione i treni come set” per il “cinema autoriale che denuncia le discriminazioni”?
  5. Refusi. I perché con l’accento grave invece che acuto, così come i “nè nè”. Sono dettagli secondari, oppure no. Oppure sono segni di sciatteria, di poca attenzione a quello che si sta facendo, di fretta. I refusi aumentano il rumore nella testa di chi li legge e la confusione in quella di chi scrive.
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