• 24 Ott 2014 16.21

Scegliere l’iguana

Martín Caparrós
24 ottobre 2014 16:21

Lo scherzetto, se di scherzetto si tratta, è stravagante. Forse definirlo scherzetto è un abuso: è piuttosto una dimostrazione di potere, un’altra manifestazione dell’abuso.

Consiste nel chiedere a qualcuno di pensare a un numero da uno a dieci, moltiplicarlo per nove, sommare le due cifre del prodotto e sottrarre cinque; poi chiedetegli di calcolare a quale lettera dell’alfabeto corrisponde quella cifra, e di pensare al nome di un paese che cominci con quella lettera; senza che lo dica a voce alta, chiedetegli di pensare a un animale che cominci con la seconda lettera del paese. Ci ho provato decine di volte: tutti rispondono Dinimarca (in italiano Danimarca) e iguana.

È facile: il risultato è sempre quattro, e quindi D, ma sembrerebbe che il meccanismo funzioni perché nessuno pensa di dover essere originale; forse perché tutti credono che i nomi chiesti servano solo per un passaggio successivo. Finendo per dimostrare quanto sia facile farsi manipolare.

È vero che le altre scelte (Dubai, Dominica, in italiano Repubblica Dominicana) sarebbero accademiche, discutibili. Bisognerebbe pensarci su un attimo, ma soprattutto bisognerebbe credere che valga la pena di pensarci su. È più facile accettare che le alternative siano limitate e far finta di scegliere.

Grazie a questa idea, i potenti possono fingere di chiedere, e tu sceglierai Danimarca e iguana: è la tua volontà, ti diranno. Ho sempre pensato che “scegliere l’iguana” fosse una buona metafora della democrazia; ho appena saputo che oggi sceglierla in Nicaragua potrebbe essere una metafora ancora più bizzarra.

In Nicaragua la fame è diminuita molto negli ultimi vent’anni, ma una persona su cinque è ancora malnutrita. Il Nicaragua è sempre stato povero, ma quattro milioni di mucche per sei milioni di persone garantivano una discreta disponibilità di carne.

Ovviamente alcuni ne mangiavano molta più di altri, ma la maggior parte delle persone aveva accesso a un pezzo di carne una volta ogni tanto.

Adesso la siccità e la cattiva amministrazione si sono accanite contro il paese, i suoi raccolti e i suoi animali. Ho letto su El País che se la tendenza non cambia potrebbero andare perse 170mila tonnellate di fagioli, e che questa eventualità ha già fatto aumentare del 300 per cento il prezzo di questo alimento di base.

Anche il raccolto del mais è a rischio, insieme alle mucche: ne sono morte già circa tremila, e molte altre potrebbero fare la stessa fine.

Davanti a questa situazione, il governo dell’ex sandinista Daniel Ortega sta promuovendo l’allevamento e il consumo dell’iguana. L’iguana è commestibile, e in effetti in Nicaragua ogni tanto si mangia. Io l’ho assaggiata: ha una carne bianca, simile al pollo, saporita, anche se mentre la mastichi non è facile dimenticare il suo aspetto da drago di serie b.

Ma una cosa è concedersi di tanto in tanto una deviazione gastronomica per gusto o per ingordigia, un’altra pensare che l’iguana sia l’ultima risorsa contro la fame: non è la stessa cosa scegliere l’iguana o sentirsela imporre .

Le reazioni sono state delle più varie, anche adirate, un misto di umorismo nero e battute incomprensibili: l’opposizione parla dell’iguana come di un ritorno al giurassico, a dimostrazione del fatto che il governo ha perso del tutto il controllo e la testa; il governo ripete che è una tradizione nazionale.

La ricetta più diffusa, l’iguana en pinol, è cucinata con arance amare, uova, mais tostato, aglio, cipolla e pomodoro.

La battaglia per l’iguana finora è solo una chiacchiera, un mezzo scherzo. Ma al di là del sapore e delle ricette, presto in Nicaragua mangiarla o non mangiarla, sceglierla o rifiutarla potrebbe essere un gesto politico.

Un’altra metafora, ancora più strana, di questo regime confuso che continuiamo a chiamare democrazia.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

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