Il presidente boliviano Evo Morales durante l’inaugurazione di un complesso residenziale a El Alto, in Bolivia, il 15 febbraio 2016.
  • 25 Feb 2016 15.33

In Bolivia Evo Morales è stato sconfitto per la sua presunzione

Martín Caparrós
25 febbraio 2016 15:33

Li rovina quella che qualcuno ha chiamato la tentazione di se stessi: quel momento in cui si guardano intorno, con migliaia di testoline là sotto, e pensano: “Poveretti, che ne sarebbe di tutti loro se non ci fossi io?”. Credono che il punto – delle cose, del cambiamento, della loro rivoluzione – siano proprio loro, e che senza di loro non c’è partita. Allora si contraddicono nel più profondo e cedono – gioiosamente cedono – alla tentazione di se stessi.

Il governo più riuscito – il più serio, il più autentico – del populismo latinoamericano, quello della Bolivia, ha appena perso il referendum che aveva indetto perché il suo leader, Evo Morales, non si rassegna a lasciare il posto a un altro. Voleva che la costituzione fosse modificata per permettergli di correre al quarto mandato consecutivo, ma il suo popolo ha detto no.

La debolezza che offre il fianco al nemico

Dopo dieci anni di governo e trionfi elettorali, Evo Morales è caduto nella trappola e si è inflitto la sua prima sconfitta. Il suo partito continua a essere il più forte, ma ora il suo candidato alle presidenziali del 2019 non sarà una scelta ma un sostituto, una seconda opzione, sospettabile di essere solo una marionetta e passibile di perdere per quel motivo. La stessa cosa che è successa a Cristina Fernández in Argentina, senza andare troppo lontano.

Come se non potessero accettare la prima regola della vera democrazia: che non ci sono re, ma solo delegati

Ma al di là dei risultati, la cosa curiosa è che continuino a provarci. Che signore e signori che si riempiono la bocca di popoli e militanze e movimenti siano incapaci di avere fiducia nei loro popoli e militanze e movimenti: che passino anni al potere senza riuscire – senza volere – formare qualcuno che possa rimpiazzarli, ma anzi annullando quelli che possono rimpiazzarli, come se le loro politiche non potessero esistere senza la loro persona.

Come se non potessero accettare la prima regola della vera democrazia: che non ci sono re, ma solo delegati. Che nessuno è indispensabile, che il collettivo importa molto più dell’individuo.

Parlano di sinistre. Di fronte ai vari tentativi – abbozzati, difficili – di cambiare il modo di fare politica, la loro volontà di controllo e il loro personalismo li iscrivono nella destra più conservatrice. Questa debolezza offre argomenti ai loro nemici, li mette contro le loro società, li sconfigge, e neanche a quel punto si rassegnano a dare fiducia a chi hanno intorno: è più forte di loro, uomini forti – anche quando sono donne.

(Traduzione di Gabriele Crescente)

Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.

pubblicità

Da non perdere

Un’idea sbagliata di Islam. La nuova copertina di Internazionale
Un viaggio tra i senegalesi in Sardegna per superare pregiudizi e romanticismo
Benvenuto, puoi toglierti le scarpe prima di entrare in casa?

In primo piano