• 12 Gen 2016 13.28

Il nostro destino è davvero nelle nostre mani?

Oliver Burkeman
12 gennaio 2016 13:28

A quanto sembra, almeno dal numero di ricerche effettuate su Google, La strada che non presi di Robert Frost – la poesia sul sentiero che si biforca nel bosco – è la più famosa della storia moderna (qualche tempo fa ha compiuto cento anni, e ormai probabilmente quel bosco è diventato uno Starbucks).

Eppure esistono ancora interpretazioni discordanti del suo significato. Al livello superficiale, sembrerebbe un cliché da magnete per il frigorifero sull’importanza di essere pronti a correre rischi e a scegliere la strada meno battuta. Ma molti sostengono che in realtà sia una sottile presa in giro della sconfinata fiducia che hanno gli statunitensi nel potere di ogni individuo di determinare il proprio futuro.

Svolte e transizioni

Dopotutto, il narratore ammette che entrambi i sentieri sembrano più o meno altrettanto battuti. Come può essere sicuro di aver preso quello giusto? Non saprà mai dove portava l’altro. Ripensando alla storia della nostra vita, pensiamo di esserci trovati di fronti ad alternative importanti e di aver scelto saggiamente. Ma forse solo perché è troppo angoscioso ammettere che vaghiamo tra i boschi senza una mappa precisa, o che le nostre scelte non fanno poi tanta differenza.

Due psicologhe, Karalyn Enz e Jennifer Talarico, gettano luce su questa faccenda in un nuovo studio il cui titolo allude a Frost: Forks in the road (Biforcazioni), nel quale hanno cercato di capire che cosa le persone considerano una “svolta” della vita e che cosa ritengono sia un “momento di transizione”.

Secondo la loro definizione, una svolta è un momento che modifica il nostro futuro – come la decisione di divorziare o di lasciare un lavoro – ma spesso, almeno all’inizio, dall’esterno non è visibile. Le “transizioni”, invece, implicano grandi cambiamenti esterni: andare all’università, sposarsi, emigrare.

Cambiamo lavoro, marito o moglie, per poi scoprire che tutti i nostri problemi sono ancora lì

A volte le due cose vanno insieme, come quando ci trasferiamo in un posto nuovo e scopriamo che è li che vogliamo vivere. “Gli abitanti di New York sono nati in tutto il paese”, dice Delia Ephron, “ma poi sono venuti a New York e hanno pensato: questo è il mio posto!”. Eppure quelle che riteniamo più significative sono le svolte, concludono Enz e Talarico, anche se non implicano una transizione.

Questa distinzione è molto utile: sottolinea il fatto che i cambiamenti più evidenti dall’esterno non sono quelli che influiscono maggiormente. Da qui nasce il concetto di focusing illusion, la tendenza a esagerare l’importanza di un singolo fattore ai fini della nostra felicità: cambiamo lavoro, marito o moglie, per poi scoprire che nella nuova situazione tutti i nostri problemi sono ancora lì.

Prima di diventare oggetto di barzellette, la famosa espressione “crisi di mezza età” si riferiva a una svolta dovuta proprio al fatto che la nostra situazione non è cambiata, eppure la nostra vecchia vita sembra non avere più senso. Questi momenti critici possono essere innescati da cose banali – come un commento estemporaneo che ci fa rendere conto di aver sbagliato vita – o non avere una causa specifica.

Quindi, viene da chiederci se le nostre decisioni contino veramente. In un divertente libro pubblicato da poco a proposito di La strada che non presi – “la poesia che tutti amano ma che quasi nessuno ha capito” – David Orr sostiene che Frost è volutamente ambiguo. La poesia non è un banale invito a prendere in mano il nostro destino. Ma non sostiene neanche che è inutile provarci. È un po’ tutte e due le cose: ci ricorda che a volte dobbiamo prendere decisioni cruciali, ma che potrebbero anche essere irrilevanti, e non sapremo mai se abbiamo scelto bene. Comunque, non è per fare il guastafeste, ma nessuno esce mai vivo da quel bosco.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

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