Tracey Thorn a Edimburgo, in Scozia, il 18 agosto 2013.
  • 26 Ago 2016 11.34

Questi tempi bui mi hanno spinto di nuovo a scrivere canzoni

Tracey Thorn
26 agosto 2016 11:34

Dopo tante settimane di notizie sconvolgenti, pensieri di terrore, orrore e apocalisse, mi è successa una cosa strana. Ho cominciato a scrivere canzoni, cosa che non facevo più da almeno un anno. Non su quei sentimenti, ma nonostante quei sentimenti. O forse era qualcosa di più: il bisogno di un’alternativa, di contrastare la negatività facendo qualcosa di creativo

Ne ho parlato con Ben che mi ha ricordato i versi di Bertolt Brecht: “Anche nei tempi bui si canterà? Si canterà. Dei tempi bui”. Mi piace, anche se non sono proprio sicura di fare questo. Non voglio scrivere una canzone antiTrump o antiBrexit, e probabilmente non ci riuscirei neanche se ci provassi. Non sono mai stata una che scrive canzoni politicamente impegnate.

Allusione troppo sottile

Ero considerata una cantautrice intimista, anche se tutto il mio parlare d’amore era più un modo per descrivere lo stato delle cose tra uomini e donne che non un tentativo di essere romantica. Il nostro primo single, Each and every one, voleva essere un testo arrabbiato su cosa significa essere una musicista, trattata con condiscendenza o ignorata dai critici musicali maschi. Con la mia band, le Marine Girls, avevo accumulato diverse recensioni del tipo “niente male per una ragazza”, e di questo parlavo nei versi di apertura di quel singolo: “If you ever feel the time / To drop me a loving line / Maybe you should just think twice / I don’t wait around on your advice” (Se mai trovassi il tempo / di scrivermi due righe affettuose / forse faresti meglio a ripensarci / non me ne resterò ad aspettare i tuoi consigli).

Erano i consigli dei critici musicali che non intendevo aspettare, ma l’allusione era troppo sottile ed è stata scambiata per il lamento disperato di una ragazza sola che aspetta una lettera da un ragazzo.

La definizione di “cantautore impegnato”, invece, era riservata a Billy Bragg, a Paul Weller o ai Redskins, con i loro versi molto diretti: “Keep on keepin’ on / Till the fight is won… No point in fighting anyway / If we don’t win the day / No point if we don’t / Shoot the bastards afterwards” (Tieni duro / finché non avremo vinto la battaglia… È inutile combattere / se non portiamo a casa la vittoria / È inutile se poi / non spariamo a quei bastardi).

Ho sempre preferito le canzoni in cui appaiono personaggi definiti, che “personalizzano” la politica. Le storie sono meglio degli slogan, e così Eton rifles di Paul Weller è meglio della sua Walls come tumbling down, perché sembra tratta da un evento reale (benché non lo sia). Shipbuilding di Elvis Costello è apprezzata per la ricchezza dei suoi dettagli: “New winter coat and shoes for the wife / And a bicycle on the boy’s birthday” (Cappotto e scarpe invernali nuove per la moglie / e una bicicletta per il compleanno del figlio).

Con il tempo ho cercato di essere più esplicita nel mio femminismo

E il mio testo preferito di Billy Bragg è quello di Between wars, un appello per la pace e il buonsenso in un mondo nuclearizzato. I bei versi “Sweet moderation, heart of this nation / Desert us not, we are between the wars” (Dolce moderazione, cuore di questa nazione / non ci abbandonare, siamo tra una guerra e l’altra) mi hanno sempre accompagnato, e mi sono tornati in mente di recente, quando sembrava che fossimo sul punto di disgregarci in fazioni furiosamente contrapposte. Ho scritto in un tweet quanto amavo quelle parole, e Billy mi ha risposto ricordando che all’epoca gli erano costate non poche critiche dal Socialist workers party. Le cose non cambiano mai.

Frustrata dal fatto che tutte le mie canzoni fossero interpretate come personali e intimiste (cosa che accade a molte scrittrici), con il tempo ho cercato di essere più esplicita nel mio femminismo. Ho scritto una canzone sull’attrice Frances Farmer, Ugly little dreams, che mi sembra arrabbiata e ancora attuale – “It’s a battlefield Frances / You fight or concede / Victory to the enemy / Who call your strength insanity” (È un campo di battaglia, Frances / o combatti o cedi / la vittoria al nemico / che chiama la tua forza follia) – e Me and Bobby D che parlava del tipo di vita per cui gli uomini potevano essere ammirati, ma che ancora restava perlopiù inaccessibile alle donne: “Sure, I’d love a wild life / But every wild man needs a mother or wife” (Certo, mi piacerebbe una vita avventurosa / ma ogni uomo avventuroso ha bisogno di una madre o di una moglie).

Ho provato a sovvertire gli stereotipi di genere in Protection, dove parlo di una donna pronta a difendere un uomo con il suo corpo, e chiudo con questi versi: “You’re a girl and I’m a boy” (Tu sei una ragazza e io un ragazzo). Mentre in Hormones racconto che cosa significa essere una donna in menopausa in mezzo ad adolescenti mestruate. Non sono certo testi da primi posti in classifica, e molti di quei pezzi non si sono mai neanche avvicinati alle classifiche, eppure nessuno li ha mai considerati propriamente impegnati.

Le cose non cambieranno oggi. Io continuo a fare quel che ho sempre fatto: scrivo canzoni che in apparenza sono “personali”, ma che nascono dal desiderio di sfuggire a sentimenti di impotenza e disperazione. Canto nei tempi bui.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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