• 24 Feb 2017 18.00

I vecchi libri parlano del presente

Tracey Thorn
24 febbraio 2017 18:00

A gennaio ho preso due decisioni. Uno: tenere un diario di lettura, annotando i libri che leggo, magari insieme a qualche appunto e a un paio di citazioni. Due: passare almeno metà dell’anno a leggere vecchi libri. Nessun’epoca o genere in particolare, solo qualsiasi cosa che non sia stata pubblicata negli ultimi cinquant’anni o giù di lì.

Adoro leggere nuovi libri di narrativa, come pure di saggistica, d’altronde. Partecipare alla conversazione sulle novità editoriali, scambiare idee con altri che in quel momento stanno leggendo lo stesso libro è una delle cose più belle di Twitter, quando funziona come un enorme circolo di lettura tra amici. Ma a volte mi sento imprigionata in un’eterna rincorsa. La pila di libri sul comodino mi fa sentire in colpa. Ora basta.

Ho cominciato con l’audiolibro di Madame Bovary, passeggiando tra le nebbie di Hampsted Heath, all’inizio dell’anno. In quella desolazione, le righe del libro si materializzavano davanti ai miei occhi: “Desiderava morire, e al tempo stesso vivere a Parigi”; “Si sentì triste come una casa vuota”; “Non bisogna toccare gli idoli: la doratura resta sulle dita”. E questo mi fa venire in mente che molti scrittori sostengono che bisognerebbe sempre leggere ad alta voce quello che si scrive, per coglierne il ritmo e la cadenza. Alla fine delle 14 ore di ascolto, il libro è dentro la mia testa e la mia testa è completamente altrove. Cosa che mi piace.

Cambiare canale
Nel frattempo, ho anche letto Bonjour tristesse e i primi due volumi di A dance to the music of time di Anthony Powell; e sto pensando di affrontare il saggio di John Berger Questione di sguardi, Muriel Spark e Barbara Pym, qualcosa di Raymond Carver, qualcos’altro di James Baldwin, Train dreams di Denis Johnson e Guerra e pace. Oh no, ci risiamo: ho fatto un’altra lista.

È una lista senza fretta, però, visto che a nessuno importa se e quando leggerò questi libri, e che le mie opinioni non devono tenere il passo con quelle di nessun altro. È un bel sollievo non dover essere sempre aggiornati. Faccio male a distrarmi? Sto sfuggendo la realtà? È una sensazione piacevole, come quando cambiamo canale o giriamo la manopola della radio: altre vite vissute in altri tempi. Ci dà l’impressione di non essere soli e abbandonati in questo presente.

E le analogie saltano continuamente agli occhi. La gente si è sempre sentita come noi: cose che pensavamo di aver inventato, in realtà ci sono sempre state. Così, mentre sei tutto preso a leggere, avvolto nella bambagia del passato, ti imbatti in osservazioni che sembrano pensate ieri.

Uno si mette a leggere vecchi libri per rifugiarsi nel passato, e dove si ritrova?

Per esempio, questa viene dalla mia ultima lettura, Our spoons came from Woolworths, di Barbara Comyns: “Sembrava che il sole non smettesse mai di splendere… Le estati erano così, quand’ero piccola, e l’inverno era sempre neve alta e gelo. Ora il tempo è diventato più incerto”. Oggi lo diciamo tutti, a prescindere dalla nostra età, ma lei lo scriveva negli anni cinquanta.

In L’arte del mercato (1952)di Anthony Powell, ho trovato una descrizione della fomo (fear of missing out, paura di perdersi qualcosa), un fenomeno apparentemente moderno che riguarda gli adolescenti: “In gioventù c’è la tendenza, che alcuni non superano mai, a ritenere che tutti gli altri si stiano divertendo più di te…”.

E per finire, leggendo questo passaggio del romanzo di Powell Una questione di classe, in cui Nick Jenkins parla del suo spregevole zio, ho fatto un salto sulla sedia riconoscendo quel genere di opportunista che oggi sembra al potere un po’ dappertutto:

Lo zio Giles era stato relegato in quel limbo dove non ci si aspetta nulla da una persona e dove azioni giudicate di solito più che oltraggiose vengono menzionate, per lo meno durante una conversazione, come se fossero una serie di tiri burloni… La cosa curiosa a proposito delle persone verso cui la società ha preso questa misura, in gran parte come legittima difesa, è che l’esistenza di quello stesso individuo raggiunge un punto in cui mai nulla di quello che fa riesce a essere preso sul serio.

Santo cielo, ho pensato, non c’è proprio niente di nuovo sotto il sole. Uno si mette a leggere vecchi libri per rifugiarsi nel passato, e dove si ritrova? Nel bel mezzo del presente, come al solito.

(Traduzione di Diana Corsini)

Questo articolo è stato pubblicato su New Statesman.

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