Bambini di una comunità rom giocano nel cortile di un asilo del villaggio di Araci, a nord di Bucarest, in Romania, il 28 marzo 2012.
  • 20 Gen 2016 12.41

Aiutare i bambini a essere felici ci rende migliori

20 gennaio 2016 12:41

“Signor Valeriu, se quest’anno non vengo rimandato posso venire a stare da lei?”.

Questa domanda, formulata con parole diverse e da bambini diversi, me la sento fare almeno una volta al mese. E do sempre la stessa risposta, l’unica efficace: “Silviu, staremo insieme e studieremo, impareremo le lettere, e tu riuscirai a leggere. Giocheremo, cucineremo e ogni tanto andremo anche al cinema o in piscina insieme. Non ti posso tenere sempre da me, perché vorrebbe dire che dovrei prendervi tutti. E questo non lo posso fare”.

Mi sento un mostro a dover rispondere così. Ma fino a oggi non ho trovato una risposta migliore.

Silviu conosce bene solo nove lettere. Ha 10 anni ed è 14 centimetri più basso di mio figlio quando aveva la sua età. E mio figlio è sempre stato un bambino minuto. A scuola memorizza il testo letto dagli altri e poi lo ripete ad alta voce come lo stesse leggendo. Non distingue la R dalla L. Ma Silviu ce la farà. Imparerà le lettere e potrà capire i film sottotitolati senza il mio aiuto. Ha già funzionato con altri ragazzi come lui.

Non so se Silviu riuscirà ad avere un futuro diverso da quello che, secondo le statistiche, spetta ai bambini che vivono negli istituti statali. E non so se quello che faccio avrà un impatto positivo a lungo termine. Sicuramente, però, ha un impatto positivo adesso.

Per qualche ora a settimana aiuto dei bambini a stare meglio, a volte a essere felici. E così mi sento utile

Quello che faccio non è sistemico. Non è sostenibile. Non è sottoposto ad analisi scientifiche. Molte cose si decidono in base all’intuito. Ed è stancante. Non è il massimo pulire la pipì dalla tazza del water. I calzini nuovi non sono mai sufficienti, e quelli sporchi hanno un odore che stordisce e che ogni volta lascia sbalorditi: uno dei bambini del centro, Ionuţ, l’ultima volta è venuto agli allenamenti senza calzini, con i piedi scalzi direttamente negli stivali che gli avevo dato due mesi prima, le uniche scarpe che ha. Aveva i piedi così sporchi che abbiamo dovuto aiutarlo a lavarli prima di dargli un paio di calzini e di scarpe da ginnastica. I suoi genitori sono terribili. Sono convinto che, se rimanesse nel centro, Ionuţ avrebbe una vita migliore.

Per qualche ora alla settimana aiuto dei bambini a stare meglio, a volte a essere felici. E così mi sento utile. Un po’ migliore. E scaccio la paura di diventare quello che si rischia di diventare facendo questo lavoro: un chiacchierone da ong, uno di quelli che negli incontri pubblici predicano bene, ma che poi se ne frega di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose.

Questo weekend ho ripetuto le lettere M, N, P e R con Silviu. E abbiamo fatto le addizioni fino a venti. Spero di convincerlo a sedersi sul water. E spero che non pianga più nel sonno e che non si faccia più la pipì addosso, come succede anche ad Alex. L’ho fatto già in passato. E ha funzionato. Funzionerà anche con Silviu. Non basta, lo so. Ma se almeno una persona tra quelle che stanno leggendo queste righe proverà a fare lo stesso, sarà una vittoria. E magari così si troverà il modo per far sì che tutto questo diventi sistemico e sostenibile, senza chiacchiere.

Autocensura

Avevo scritto queste cose quasi due anni fa. In questo arco di tempo sono riuscito a continuare a fare quello che facevo allora, forse anche qualcosa in più. Sempre più persone vengono ad aiutarci al centro.

Oggi, al posto di Ionuţ e Silviu ci sono Nicu e Dario. Da qualche giorno, poi, collaboro con il governo, e mi rendo conto che i problemi dei bambini poveri sono molto più gravi e più complessi di quanto avessi immaginato. Adattarsi alla burocrazia non è affatto semplice, e sicuramente ci sbatterò la testa. Anche quello che ho scritto qui è stato un po’ edulcorato…

Comunque continuerò a scrivere, anche se, probabilmente, con più attenzione e un po’ più di autocensura rispetto a due anni fa. Con l’intenzione di responsabilizzarmi. Non per altro, ma adesso – ironia della sorte – sono io quello che deve trovare le soluzioni. In questo modo cercherò di controllare il chiacchierone e il villano che sono in me e che oggi potrebbero sentirsi incoraggiati dal mio nuovo status di funzionario pubblico.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano romeno Dilema Veche.

pubblicità

Da non perdere

Bye bye, Regno Unito. La nuova copertina di Internazionale
L’Onu lascia la Liberia, ora sarà il governo a dover difendere i cittadini
La polizia messicana accusata di violenze sulle detenute

In primo piano