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Amira Hass

È una giornalista israeliana. Vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha'aretz e ha una rubrica su Internazionale.

Quando c’erano i sentimenti

  • 26 gennaio 2012
  • 18.13

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

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