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Paul Kennedy

Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

L’eredità dell’11 settembre

  • 8 settembre 2011
  • 17.45

Dieci anni fa, grazie a un piano ben congegnato, un gruppo di terroristi riuscì a dirottare quattro voli di linea e a sferrare un attacco micidiale agli Stati Uniti, con gravissime perdite umane. La reazione del governo americano fu rapida, decisa e brutale. Prima l’attacco all’Afghanistan dei taliban legati ad Al Qaeda. Due anni dopo, nel 2003, le forze armate statunitensi si riversarono in massa in Iraq per la seconda volta dal 1991, deponendo Saddam Hussein e il suo odioso regime. Fu una impressionante dimostrazione di forza militare. Ma quanto poteva durare? E quanto avrebbe aiutato gli Stati Uniti a mantenere la loro posizione di forza? Con il passare degli anni, le guerre in Iraq e specialmente in Afghanistan sono diventate sempre più sanguinose e meno comprensibili agli occhi dell’opinione pubblica americana. Tutti pensano che la Casa Bianca e il congresso dovrebbero smetterla di litigare per concentrarsi invece sui problemi interni del paese.

Siamo dunque di fronte a un nuovo isolazionismo? Certo che sì. Negli Stati Uniti nessuno parla dell’ascesa della Cina, a parte gli intellettuali e le scuole militari. A nessuno importa niente della Russia di Putin. L’America Latina e l’Africa, a meno che non si tratti di aiutare i bambini che muoiono di fame, non sono nei pensieri di nessuno. C’è una consapevolezza solo parziale dell’importanza dell’India. Il Medio Oriente è un ginepraio da cui tutti pensano che sarebbe meglio tirarsi fuori.

L’Europa non interessa: nessuno sapeva chi fosse Dominique Strauss-Kahn fino a quando non è stato tirato giù da quel famoso volo in prima classe dell’Air France. Alla domanda “per quale paese straniero sareste disposti a combattere”, la maggioranza degli americani risponderebbe “la Gran Bretagna”, ma solo perché sono convinti che sia l’unico paese che ha combattuto a fianco degli Stati Uniti in un mondo in cui la superpotenza si sente sempre più sola e stanca di occuparsi di tutto. Per l’americano medio, sono pochi i paesi per cui vale la pena di combattere.

Il giorno del decimo anniversario dell’11 settembre, le cerimonie organizzate dalla Casa Bianca saranno certamente commoventi, intelligenti e appropriate. Qualcuno di noi, tuttavia, cercherà di fare un passo indietro e si farà qualche domanda sul posto dell’America nel mondo rispetto a dieci anni fa. Gli Stati Uniti si sono indeboliti o rafforzati? E come è cambiata la loro politica internazionale? L’effetto più importante della tragedia dell’11 settembre è stato quello di distrarre gli Stati Uniti. In primo luogo, l’America ha trascurato molti altri fatti avvenuti nel mondo e inoltre non si è preoccupata dell’erosione della sua forza economica e della sua competitività internazionale.

Concentriamoci per un attimo sul primo punto. A sud degli Stati Uniti sta emergendo, in modo diseguale ma visibile, una nuova America Latina. Ci sono la catastrofe umanitaria di Haiti e l’incerto futuro di Cuba, le idiozie del regime di un malconcio Chávez in Venezuela e la guerra della droga e della criminalità dalla Bolivia al Messico. Ma assistiamo anche alla straordinaria trasformazione del Brasile, all’affermazione del Cile, alla silenziosa ripresa dell’Argentina. Gli Stati Uniti hanno una strategia chiara per l’America Latina? Ovviamente no. L’Africa, a parte poche luci di speranza, è sull’orlo della catastrofe ambientale e demografica, ma Washington scarica il problema sulla Banca mondiale. Il declino dell’Europa continua.

Nessuno si occupa della Russia. L’attuale politica indopachistana degli Stati Uniti è, francamente, difficile da descrivere. La posizione nei confronti della Cina varia dall’entusiasmo più incondizionato all’invocazione della marina militare. A tutto questo si aggiunge l’indifferenza per le avventure in Afghanistan e in Iraq, da dove ci stiamo progressivamente ritirando. Tra cinquant’anni sarà difficile spiegare queste cose agli studenti di storia.

Ancora più preoccupanti sono i dieci anni in cui si è trascurato il common wealth, il “bene comune” dell’America e dei suoi cittadini. A causa delle dispendiose operazioni militari all’estero e degli ingiustificabili tagli fiscali a beneficio dei ricchi, l’amministrazione Bush ha inferto un colpo micidiale al bilancio del paese e al futuro del dollaro: gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti dall’estero. Inoltre, il tessuto sociale si sta sgretolando, i poveri sono in aumento e la scuola pubblica è a pezzi. L’effetto dei mancati investimenti nelle reti stradali, ferroviarie ed energetiche è sotto gli occhi di tutti. E, se non fosse abbastanza, ecco il Tea party con una serie di proposte che peggiorerebbero ulteriormente la situazione.

Questa, forse, dopo il ritiro delle truppe statunitensi dalle alture dell’Hindu Kush, in Afghanistan, è la vera eredità dell’11 settembre. In questo decennio, gli Stati Uniti hanno distolto l’attenzione dai loro problemi interni e dalla necessità di avere una strategia più ampia per affrontare i cambiamenti globali.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 914, 9 settembre 2011

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