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Paul Kennedy

Nato nel 1945 a Wallsend, in Gran Bretagna, è professore di storia alla Yale University.

I poveri dimenticati dell’America ricca

  • 25 dicembre 2011
  • 10.43

Questo articolo parla della parte nascosta della società statunitense di oggi, ma comincia con un riferimento a un articolo pubblicato molto tempo fa, nel 1931. L’articolo in questione si intitola “The Spike”, e porta la firma di George Orwell. Fu la prima di una serie di famose inchieste giornalistiche sulla vita dei poveri in Gran Bretagna.

Oltre a denunciare la ferocia del colonialismo britannico, Orwell cercava anche di raccontare le misere condizioni di vita del sottoproletariato del paese. Nonostante una spiccata ironia e un forte autocontrollo, Orwell non era capace di nascondere il suo sdegno per le ingiustizie sociali causate, secondo lui, dalla classe sociale a cui apparteneva.

Pur avendo studiato per qualche anno a Eton, la più esclusiva tra le scuole private britanniche, era dalla parte dei lavoratori. L’andatura e i tratti spigolosi da etoniano, però, tradivano la sua estrazione sociale. Il portiere dello Spike – uno squallido ostello notturno per soli uomini dove si dormiva su una branda – capì subito che Orwell era un gentiluomo in difficoltà e lo trattò con rispetto.

E quando, mentre faceva il raccoglitore di luppolo, Orwell passava la pausa pranzo a leggere un romanzo francese sotto un melo nel Kent, i suoi compagni di lavoro si incuriosirono: “Non è un libro sporco, come tutti i libri francesi?”. Nonostante questo Orwell colse in modo brillante il misto di disfattismo, curiosità e cameratismo e le occasionali esplosioni di rabbia e violenza della gente, anche se da osservatore esterno.

La disperazione descritta da Orwell fa davvero parte del nostro passato? Non ha proprio nulla a che vedere con il mondo ricco del ventunesimo secolo? Il sottoproletariato è davvero sparito dagli Stati Uniti di oggi, dove tanti politici continuano a ripetere di vivere “nel miglior paese del mondo?”. Temo proprio di no.

A New Haven, nel Connecticut, non lontano dall’Università di Yale, dove insegno da ventotto anni, ci sono dormitori pubblici e mense per i poveri. In una di queste mense faccio volontariato da quando ho cominciato a insegnare. Offriamo un pasto caldo e abbondante, un posto a tavola e un riparo dal freddo. Alle 11.30, quando apre la mensa per i poveri di St. Thomas More, i nostri ospiti entrano a centinaia: persone con problemi di soldi e di salute, malati cronici, gente che non sa dove passare la notte e, alla fine del mese, anche madri con figli piccoli.

Alcuni vengono da sempre, molti sono nuovi arrivati, vittime disorientate di questa tremenda recessione. L’ultimo mercoledì di ottobre la nostra mensa ha rischiato di andare in tilt sotto il peso di 434 pasti da servire. C’erano code lunghissime e la gente si accalcava pericolosamente davanti all’ingresso. A un certo punto è scoppiata una rissa, poi le due donne che stavano litigando sono state convinte ad andarsene e la tensione è calata. In questi casi è inutile dare la colpa a qualcuno: quando la gente è disperata e si sente minacciata scatta alla minima provocazione, anche casuale.

Lo Spike di Orwell è più che mai vivo nell’America di oggi e in molti altri paesi cosiddetti ricchi. Negli Stati Uniti ci sono 46 milioni di persone che vivono sotto la soglia ufficiale di povertà.

I soldi dello stimolo economico voluto da Obama aiuteranno pochissime di queste persone, spesso malate, deboli e prive di capacità professionali. Nessuna delle misure sconclusionate proposte da repubblicani come Rick Perry, Herman Cain e Mitt Romney farà nulla per aiutare queste persone, anzi: i repubblicani vogliono tagliare ancora i pochi servizi sociali rimasti. Stiamo assistendo a un’aggressione alla dignità umana che dovrebbe far rabbrividire qualsiasi persona di buon senso.

In fin dei conti, direte, politicamente queste persone non contano nulla: nessuno di loro vota, non hanno lobbisti al loro servizio e non hanno mai incontrato il loro senatore al country club. Questa gente non sa neanche cosa sia un country club.

A chi importa allora? E a chi importava degli articoli di Orwell ottant’anni fa? Non erano forse (come il mio lavoro settimanale alla mensa dei poveri) i deboli tentativi, fatti da un borghese che si sente in colpa, di capire come vive l’altra metà del mondo? Orwell non riusciva a concepire che fossero così poche le persone della sua classe sociale a voler difendere l’idea di “giustizia” e “dignità”. A mia volta, sono scandalizzato dall’indifferenza della stragrande maggioranza degli statunitensi di fronte allo scempio morale e sociale a cui stanno assistendo (forse non nelle case immerse nel verde nelle zone residenziali, ma sicuramente nelle città).

Esiste una soluzione intelligente a cui non abbiamo pensato? Ne dubito. Il socialismo non ha mai davvero aiutato i poveri e i disperati senza fare gravi danni in altri campi. La socialdemocrazia ci ha provato, ma è stata sconfitta e si è ritirata, tranne forse in Scandinavia, in Canada e in Nuova Zelanda. Il conservatorismo liberista predicato oggi negli Stati Uniti si disinteressa totalmente dei poveri. Non è bello essere ospite di uno Spike, oggi. Ma in fondo non lo è mai stato.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 929, 23 dicembre 2011

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