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Paul Krugman

È un economista statunitense. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’economia. Scrive sul New York Times.

Anche Wall street piange

  • 20 ottobre 2011
  • 16.44

Mentre il movimento Occupy Wall street continua a crescere, la reazione del suo avversario è cambiata. Il disprezzo e il rifiuto sono stati poco a poco sostituiti dal piagnisteo (un lettore del mio blog suggerisce di cominciare a chiamare la nostra classe dirigente “lamentocrazia”). Guardando increduli i manifestanti, i signori della finanza chiedono: “Ma non capiscono cosa abbiamo fatto per l’economia americana?”.

La risposta è sì, molti dei manifestanti hanno capito benissimo cosa hanno fatto Wall street e le élite economiche del paese per gli Stati Uniti. Ed è per questo che protestano. Il New York Times ha riportato quello che gli addetti ai lavori del settore finanziario dicono in privato sulle proteste. La mia citazione preferita è quella di un consulente finanziario che sostiene: “I servizi finanziari sono una delle poche cose che facciamo in questo paese e la facciamo bene. Continuiamo così”. Questo è profondamente ingiusto verso i lavoratori statunitensi, che sono bravi a fare un sacco di cose e potrebbero esserlo ancora di più, se investissimo davvero nell’istruzione e nelle infrastrutture. Ma visto che gli Stati Uniti sono rimasti indietro in tutto, tranne che nei servizi finanziari, la domanda da porsi è: davvero vogliamo continuare così?

Perché la finanziarizzazione degli Stati Uniti non è stata imposta dalla mano invisibile del mercato. Ciò che ha fatto crescere il settore finanziario molto più velocemente del resto dell’economia a partire dagli anni ottanta è stata una serie di scelte politiche precise, e in particolare un processo di deregolamentazione che è andato avanti fino alla vigilia della crisi del 2008. Non a caso l’era dell’enorme crescita del settore finanziario è stata anche quella della crescente disparità di reddito tra le classi sociali.

Wall street ha dato un notevole contributo alla polarizzazione economica, perché l’impennata dei redditi della finanza ha rappresentato una fetta significativa dell’aumento del reddito dell’1 per cento della popolazione più ricco. Più in generale le stesse forze politiche che hanno promosso la deregulation finanziaria hanno favorito la diseguaglianza complessiva in vari modi, indebolendo i sindacati, eliminando il “vincolo dell’indignazione” che un tempo limitava gli stipendi dei top manager, e così via. E poi, ovviamente, le tasse dei ricchi sono state drasticamente ridotte.

Tutto questo doveva essere giustificato dai risultati: gli stipendi dei maghi di Wall street erano proporzionati, ci dicevano, alle cose meravigliose che facevano. In qualche modo, però, quella meraviglia non arrivava mai al resto della popolazione, neanche prima della crisi. Tra il 1980 e il 2007 il reddito familiare medio, al netto dell’inflazione, è cresciuto di appena un quinto rispetto a quello della generazione del dopoguerra, anche se l’economia di quel periodo era caratterizzata sia da una rigorosa regolamentazione finanziaria sia da aliquote fiscali molto più alte per i ricchi di quelle oggi in discussione.

Poi è arrivata la crisi, e ha dimostrato che tutte quelle affermazioni su come la finanza aveva ridotto i rischi e reso il sistema più stabile erano completamente insensate. I salvataggi del governo sono stati l’unica cosa che ha impedito lo scoppio di una crisi finanziaria grave almeno quanto quella che aveva causato la grande depressione, se non di più. E qual è la situazione attuale? Gli stipendi di Wall street sono tornati a crescere, anche se il tasso di disoccupazione è alto e i salari reali sono in caduta libera. Eppure è più difficile che mai vedere cosa stanno facendo oggi i finanzieri per guadagnare tutto quel denaro.

Perché allora Wall street si aspetta che la gente prenda sul serio le sue lamentele? Quello stesso consulente secondo cui l’attività finanziaria è l’unica cosa che gli Stati Uniti sanno fare bene si è anche lagnato del fatto che i due senatori democratici di New York non sono dalla sua parte, dicendo: “Ancora non hanno capito chi sono i loro elettori”. In realtà sanno benissimo chi sono i loro elettori, perché perfino a New York 16 persone su 17 non lavorano nella finanza. Ma naturalmente non stava parlando delle persone che vanno a votare. Stava parlando dell’unica cosa che Wall street ha ancora in abbondanza grazie ai salvataggi, e nonostante la sua perdita di credibilità: i soldi.

Nella politica americana il denaro parla, e ora il denaro del settore finanziario sta dicendo che punirà qualsiasi politico osi criticare il suo comportamento, anche se lo fa con delicatezza, come dimostra il modo in cui la finanza ha abbandonato il presidente Obama in favore del repubblicano Mitt Romney. E questo spiega lo stupore della finanza di fronte agli ultimi avvenimenti. Fino a poche settimane fa sembrava che Wall street avesse corrotto e ricattato il nostro sistema politico per costringerlo a dimenticare i sontuosi stipendi presi dai manager mentre distruggevano l’economia mondiale. Poi, all’improvviso, qualcuno ha deciso di riparlarne. E la sua indignazione ha trovato eco in milioni di americani. Non c’è da stupirsi se ora Wall street piange.

Traduzione di Bruna Tortorella.

Internazionale, numero 920, 21 ottobre 2011

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