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Paul Krugman

È un economista statunitense. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’economia. Scrive sul New York Times.

L’America non è un’azienda

  • 23 gennaio 2012
  • 14.09

“E l’avidità – segnatevi le mie parole – non salverà soltanto la Teldar Paper, ma anche quell’altra azienda mal funzionante che si chiama America”. Così Gordon Gekko conclude il suo famoso monologo sulle virtù dell’avidità in Wall street, il film di Oliver Stone uscito nel 1987. Nella finzione cinematografica Gekko paga per le sue malefatte, ma nella realtà il “gekkoismo” ha vinto su tutti i fronti. Grazie alle politiche fondate sull’idea che “l’avidità è giusta” i redditi dell’1 per cento più ricco della popolazione statunitense sono cresciuti molto più velocemente di quelli della classe media.

Oggi, però, concentriamoci sulla seconda metà della frase, quella in cui l’America è paragonata a un’azienda. Anche questa è un’idea ormai generalmente accettata, ed è il principale argomento di Mitt Romney nella campagna per le primarie. In sostanza, dice Romney, per rimettere in sesto la nostra economia malata ci vuole uno che abbia avuto successo negli affari.

Ovviamente la sua carriera è stata passata al setaccio. E guarda caso l’ombra di Gordon Gekko sembra allungarsi sul suo precedente incarico alla Bain Capital, una società d’investimenti con cui comprava e vendeva aziende, spesso a scapito dei dipendenti. E di sicuro Romney non ha acquisito credibilità millantando di aver “creato posti di lavoro”. Ma il problema di fondo è l’idea stessa che agli Stati Uniti serva un presidente che sia stato un uomo d’affari di successo: l’America non è un’azienda. Elaborare una buona politica economica non è come massimizzare i profitti di un’azienda. E gli uomini d’affari – anche i più grandi – raramente hanno ricette speciali per rilanciare un paese.

Perché un’economia nazionale non è paragonabile a un’azienda? Innanzitutto, perché non c’è un chiaro risultato di bilancio. Secondo, un sistema economico nazionale è enormemente più complesso di qualsiasi azienda privata. Ma l’aspetto fondamentale è che anche la multinazionale più grande vende la maggior parte di quello che produce ai clienti, non ai suoi dipendenti. Mentre i paesi, compresi quelli più piccoli, vendono la maggior parte di ciò che producono a se stessi. Anche superpotenze come gli Stati Uniti sono in gran parte clienti di se stesse.

La colonna dei costi
Certo, viviamo in un’economia globalizzata, ma è altrettanto vero che sei lavoratori statunitensi su sette sono impiegati nel terziario, un settore quasi del tutto immune dalla concorrenza internazionale. Le imprese manifatturiere statunitensi vendono gran parte di quello che producono sul mercato interno.

Il fatto che vendiamo soprattutto a noi stessi fa una differenza enorme a livello strategico e decisionale. Pensiamo a cosa succede quando un’impresa decide di tagliare drasticamente i costi. Dal punto di vista della proprietà (ma non dei dipendenti), più si riducono i costi, meglio è: ogni dollaro di costi in meno nel bilancio è un dollaro guadagnato. Le cose cambiano quando un governo taglia la spesa durante una recessione. Basta pensare alla Grecia, alla Spagna e all’Irlanda, che hanno adottato durissime misure d’austerità. In tutte e tre le economie la disoccupazione è cresciuta, perché i tagli alla spesa pubblica hanno colpito soprattutto i produttori interni. E in tutti e tre i casi la riduzione del deficit di bilancio è stata inferiore alle attese, perché il crollo del pil e dell’occupazione hanno fatto diminuire il gettito fiscale.

Parliamoci chiaro, non è detto che un politico di professione sia più adatto di un uomo d’affari a gestire la politica economica. Ma è stato Romney a dire di essere un candidato ideale alla presidenza per la carriera che ha fatto. A questo proposito vale la pena ricordare che l’ultimo uomo d’affari a entrare alla Casa Bianca è stato un tale di nome Herbert Hoover, se non si conta l’ex presidente George W. Bush.

Ho il dubbio, tra l’altro, che Romney non conosca bene la differenza tra gestire un’impresa e gestire un’economia. Come molti osservatori, sono rimasto sorpreso dall’ultima difesa del suo operato alla Bain. In sostanza Romney ha detto di essersi comportato come l’amministrazione Obama, che ha deciso di salvare l’industria automobilistica mandando a casa i lavoratori. Forse Romney avrebbe fatto meglio a non parlare di una misura (per altro particolarmente efficace) che all’epoca tutto il Partito repubblicano, lui compreso, aveva criticato.

Ma quello che mi ha colpito di più è stato il modo in cui Romney ha raccontato la decisione di Obama: “L’ha fatto per salvare l’azienda”. No, nient’affatto. L’ha fatto per salvare il settore automobilistico, e quindi per salvare dei posti di lavoro che altrimenti sarebbero andati persi, aggravando la crisi. Romney, capisce la differenza?

Certo, gli Stati Uniti hanno bisogno di misure economiche migliori di quelle adottate finora. I maggiori responsabili sono i repubblicani, con il loro ostinato rifiuto di ogni compromesso, ma anche il presidente ha fatto degli errori. Le cose, però, non miglioreranno se l’uomo che l’anno prossimo siederà nello Studio ovale penserà che il suo lavoro sia rilevare l’azienda America con capitale preso in prestito.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 932, 20 gennaio 2012

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