1. Zen Circus, I qualunquisti

L’ultima volta che erano finiti in questo spazietto, cantavano di Gente di merda; con I qualunquisti, si sente che è un po’ lo stesso target, ma con un linguaggio più preciso, più adulto. La band pisana si candida, con il nuovo album Nati per subire, a portare al posto degli Afterhours la croce della indieband naturalmente rilevante d’Italia: sound ripulito e asciutto, parole intelligenti scandite con chiarezza, cuore e stomaco e tutte le nausee al posto giusto. Finalmente si parla italiano e c’è un’urgenza, un po’ di fame vera senza l’alito cattivo della presunzione.

2. Vittorio Cane, Palazzi

Quello che / Mai / Umano / A Milano / Sto bene / Non ne ho / Palazzi / Responsabilità / Qui/ A Casa mia. Questa specie di preambolo alla Elio Pagliarani dice tutto: è la track­list dell’album Palazzi, del cantautore Vittorio Cane. Lui è uno con la chitarra lowfi, l’approccio disilluso, la pianola elettrica, il campo per giuocare a pallone e un materasso per fare all’ammore. Ce n’è un sacco in giro così; rischiano di annullarsi a vicenda nel loro acidulo surrea­lismo da monolocale. Ma è buona crea­nza, per chi vuol bene al pop italiano, adottarne almeno un paio.

3. Stereo Mc’s, Far out feelings

Un po’ di legittimo escapismo nello spazio e nel tempo: negli anni novanta poche cose tiravano come Connected degli Stereo Mc’s, elettriche ondate di funk blanco y negro, Clapham Junction per qualunquisti da balera, quelli che ondeggiavano col gintonic in mano e la sigaretta ovunque. Boh? Ora noi siamo invecchiati e anche loro eppure questo nuovo Emperor’s nightingale porta il sapore di un flashback non sgradevole. Rigurgito di limone, beat nelle gambe, qualche fiducia in un futuro qualunque. Poi, non si è capito come, tutto è andato a finire in dubstep.

Internazionale, numero 919, 14 ottobre 2011

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