L’anno di Cassandra per l’Europa
- 12 gennaio 2012
- 17.44
Il 2011 sarà ricordato come l’anno in cui per la prima volta l’Unione europea si è affacciata sull’abisso. Proprio quando, dopo una decina di anni di riflessioni e di divisioni, l’Europa voleva diventare finalmente una protagonista globale, la crisi economica e finanziaria ha colpito il suo risultato migliore: l’unione monetaria. “Se cade l’euro, cade l’Europa”, ha detto la cancelliera Angela Merkel al suo partito, riunito a Lipsia a novembre. E aveva ragione, perché le conseguenze di una fine dell’euro sarebbero così estese che non si fermerebbero alla moneta: avrebbero grande impatto sul mercato interno e sulle principali politiche comuni, compresa la politica estera, trascinandosi dietro decenni di costruzione europea.
Dagli anni sessanta l’Europa ha vissuto varie crisi, ma nessuna esistenziale. Quali sono dunque le conseguenze della crisi dell’euro? Quella più visibile è la devastazione in termini di occupazione e ricchezza che ha generalizzato la sfiducia nel futuro del welfare. La crisi ha messo anche in forse l’autostima democratica delle nostre società, sottoposte a forze di mercato che sfuggono al nostro controllo. E anche se è presto per capirne l’impatto psicologico, la storia ci dice che le società che hanno paura tendono a chiudersi e ad abbandonarsi al populismo, sacrificando la libertà in nome di una maggiore sicurezza.
Altrettanto importanti sono le debolezze messe in luce dalla crisi. L’unione monetaria non ha saputo superare la tempesta, come se fosse stata progettata solo per una navigazione in acque serene. Anche il sottile ma fondamentale tessuto identitario su cui si basa la costruzione europea ha subìto un duro colpo: la solidarietà e il progetto comune, ancorati a una visione del passato quanto a quella di un futuro comune, sono stati messi in dubbio se non sostituiti dai peggiori pregiudizi e stereotipi culturali tra nord e sud, est e ovest, cattolici e protestanti. Da qui deriva una gestione della crisi dominata dal “troppo poco, troppo tardi” che ha portato l’euro sull’orlo del baratro e i cittadini a rischiare l’infarto per quasi tutto l’anno.
Dal punto di vista istituzionale, l’edificio europeo ha sofferto molto anche perché la Germania e la Francia hanno scelto un approccio decisamente intergovernativo, emarginando le istituzioni europee (soprattutto la Commissione e il parlamento) e il “metodo comunitario”, che è stato l’unica garanzia di equilibrio tra grandi e piccoli, ricchi e poveri, nord e sud.
In extremis, quasi alla fine dell’anno, la Banca centrale europea ha salvato l’economia europea dal collasso inondando il mercato bancario di liquidità. Con la sua scelta ha dato ragione a chi continuava a dire che le pressioni sul debito pubblico non erano la causa ma la conseguenza di una crisi finanziaria che, a causa degli errori di progettazione e di funzionamento dell’eurozona, stava per affossare la stessa Ue. La campagna della Bce ha salvato l’Unione europea, almeno per adesso, ma non ha risolto i problemi di fondo, che rimangono e che il 2012 dovrà affrontare.
Una delle questioni più importanti è l’impossibilità di stabilire una linea di confine tra l’euro e l’Unione europea per isolare il fallimento del primo dal collasso della seconda. Per questo, quando nel 2012 greci e britannici torneranno al tavolo delle trattative, l’Ue si troverà esattamente dov’era nel 2011: tra l’incudine dell’uscita della Grecia dall’euro, che avrebbe conseguenze devastanti, e il martello di una rottura irreversibile con la Gran Bretagna, che minaccerebbe l’unità del mercato interno e indebolirebbe la posizione dell’Ue nel mondo.
In ogni caso il futuro dell’Europa non è nelle mani della periferia greco-britannica bensì, com’è logico, del suo nucleo. Il governo tedesco si ostina a dare una lettura della crisi che rende impossibile una soluzione poiché, com’è stato dimostrato, è necessario un cambiamento delle norme dell’eurozona e, nello specifico, un nuovo ruolo della Bce e l’emissione di eurobond. A Berlino la cancelliera Merkel si è legata consapevolmente non a uno, ma a due alberi maestri: un’opinione pubblica molto reticente verso l’unione monetaria e una corte costituzionale ostile al progetto d’integrazione europea. Ma queste due tendenze dietro cui si trincera Merkel sono state incoraggiate da lei stessa e dal suo partito, facendo credere ai tedeschi, contro qualsiasi evidenza, che l’euro non solo è stato un cattivo affare per la Germania ma che, come sembra credere la sua corte costituzionale, è anche una minaccia per la stessa democrazia tedesca.
Stando così le cose, una volta che la Bce ha cambiato rotta e ha deciso di salvare il sistema finanziario, tutti gli sguardi saranno rivolti verso la Germania, per cercare di capire fino a che punto Berlino continuerà a guidare l’Europa sulla base dei suoi dubbi, delle sue reticenze e delle sue paure o di una visione costruttiva e a lungo termine del futuro del continente.
Lasciate perdere il calendario maya: è a Berlino che le profezie di Cassandra saranno confermate o saranno smentite.
Traduzione di Francesca Rossetti.
Internazionale, numero 931, 13 gennaio 2012