Ancora una volta l’embargo
- 29 ottobre 2011
- 10.00
Per vent’anni la sospensione dell’embargo statunitense contro Cuba è stato un argomento di discussione all’Onu. La maggior parte dei paesi membri ha manifestato il suo disaccordo verso le restrizioni commerciali ed economiche imposte all’isola. Questa settimana c’è stata un’altra votazione. L’isola più grande delle Antille ne è uscita vittoriosa, senza che questo abbia convinto Washington a ritirare l’embargo.
Per i paradossi della vita, il grande vicino del nord è il principale fornitore di alimenti del nostro paese e i negozi sono pieni di prodotti “made in Usa”. Sull’isola l’embargo crea una sensazione di assedio sfruttata dai leader cubani, che associano ogni forma di dissidenza a un atto di tradimento.
Se la qualità del pane è pessima, se le buche per strada non vengono riparate, se gli autobus non arrivano in orario, tutto si giustifica con l’embargo del 1962. Anche il partito unico si spiega con la necessità di “serrare le file” di fronte all’aggressione dell’imperialismo. Siamo intrappolati tra due embarghi: quello esterno e quello interno, fatto di controllo e repressione.
È vero che l’embargo ostacola la capacità commerciale e finanziaria del paese, ma è anche vero che le autorità non possono più vivere senza la “bestia nera” dei limiti economici imposti dall’esterno. Nel frattempo undici milioni di persone cercano d’immaginare una Cuba senza embargo e un governo nazionale che non abbia bisogno di dare la colpa a terzi dei suoi difetti.
Traduzione di Sara Bani.
Internazionale, numero 921, 28 ottobre 2011