Il dottor Shawqi Gazala è uno dei dodicimila medici che sono fuggiti dalle violenze scoppiate a Baghdad negli anni 2005 e 2006. La sua clinica urologica a Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, è sempre piena di pazienti che arrivano da tutto l’Iraq. Ci sono gli arabi provenienti dal sud, i curdi e i turcmeni del nord. Ci sono i musulmani ma anche i cristiani. Spesso i pazienti aspettano più di tre ore per essere visitati e durante l’attesa parlano di tutto, in particolare di salute e politica.

La segretaria del dottor Gazala era molto arrabbiata mercoledì scorso. Nella sala d’attesa c’erano 120 persone e tutte avevano una gran fretta. Molti temono un ritorno ai peggiori anni della guerra e, non appena ritirano i referti degli esami o si fanno medicare, tornano a casa di corsa.

Il motivo principale delle loro paure è l’aggravamento delle tensioni tra il governo centrale e quello curdo, che si accusano a vicenda di esportare i loro problemi interni nel resto del paese. Si teme che guerra a parole si trasformi in un confitto vero e proprio. “Solo Dio sa cosa ci aspetta domani!”, ha risposto un vecchio contadino di Anbar quando la segretaria gli ha fatto notare che il suo appuntamento era fissato per il giorno dopo. Gli arabi che da Baghdad si sono rifugiati nel Kurdistan ora hanno paura di essere deportati se la situazione rimane calda. La stessa cosa potrebbe succedere ai curdi che vivono nella capitale.

Alla fine è intervenuto un terzo uomo, che aveva l’aria del funzionario governativo. “State calmi”, ha detto. “Domani i politici siederanno di nuovo insieme e si abbracceranno come se non fosse successo nulla. Si divertono a giocare con i nostri nervi”.

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