Il regista teatrale Haythem Abdul Razaq, 53 anni, ha presentato il suo ultimo spettacolo in un atelier dell’accademia d’arte di Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Poche parole (“bandiera”, “vittorioso”, “assassini”, “dignità”, “indipendente”, “nazione”, “gloria”) accompagnano a movimenti potenti e simbolici.
Alla fine ho chiesto ad alcuni giovani del pubblico provenienti da Baghdad se avevano capito lo spettacolo. “Certo, è chiaro: parla dei nostri politici. Combattono tra loro usando parole astratte, ma allo stesso tempo si tengono stretti alla loro poltrona”, mi ha risposto uno. Nel finale dello spettacolo i politici si allontanano dalla scena nelle loro auto decorate con la scritta “Lunga vita alla nazione!”.
Ho chiesto la stessa cosa a un giovane curdo: “Parla della politica. I politici combattono tra loro usando le loro posizioni di potere come strumenti o come obiettivi”. La sua ragazza l’ha interrotto: “Anche noi del pubblico facevamo parte dello spettacolo. Assistevamo a questa lotta, ne eravamo influenzati ma non potevamo in nessun modo avere un ruolo nella disputa o nella sua soluzione”.
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