Il 25 dicembre se ne andranno gli ultimi soldati statunitensi dall’Iraq e Baghdad è in stato d’allerta. Sulle strade principali della città s’incontra un checkpoint ogni dieci minuti.

Le pattuglie della Guardia nazionale passano sfrecciando nel traffico e gli elicotteri sorvolano la Zona verde. Eppure, il 22 dicembre la città è stata scossa da tredici esplosioni, che hanno causato almeno 57 morti e 159 feriti.

Anche sul piano politico la tensione è al massimo, dopo le accuse rivolte al vicepresidente Tariq al Hashimi di intrattenere relazioni con gruppi terroristici attraverso le sue guardie del corpo. Sia il premier Nuri al Maliki sia Hashimi hanno tenuto delle conferenze stampa in cui si lanciano accuse a vicenda. Questa tensione si respira anche nelle strade, dove tutti si chiedono se il paese sta per tornare alla guerra civile del 2006. Le persone hanno opinioni diverse a secondo delle loro origini. Il mio amico Jamal, 46 anni, sunnita di Anbar, ha reagito con rabbia quando ha sentito in tv che le guardie del corpo del vicepresidente avevano confessato di aver ucciso dei funzionari governativi: “Sono tutte bugie. Com’è possibile che un uomo in quella posizione si trasformi in un terrorista dal giorno alla notte?”.

Sarah e Nour, le due figlie adolescenti di mia sorella, mi hanno quasi aggredito: “Non è solo colpa delle guardie del corpo, c’è Hashimi dietro quegli attentati terroristici”.

Con un bicchiere di whisky in mano, il loro padre, l’avvocato Ali, ha commentato: “È il messaggio peggiore che i nostri politici possono dare mentre gli americani si ritirano. Sembra che vogliano dire che non siamo capaci di mandare avanti il paese senza la loro occupazione. È questo che vogliono?”.

Prima che facesse in tempo a chiudere la porta d’ingresso, si sono sentite due esplosioni nel quartiere. Si è voltato e mi ha detto: “Le cose vanno sempre così: quando hanno raggiunto il punto peggiore, i nostri politici arrivano a un compromesso per rimanere al loro posto”.

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