Circa una settimana prima del 25 febbraio ho chiesto a un attivista se stava organizzando qualcosa per ricordare la grande manifestazione che si era svolta in questa data l’anno scorso.
Il mio conoscente è stato uno dei promotori di quell’evento e ancora oggi, insieme a un gruppo di giovani della sua generazione (25-30 anni), passa tutto il giorno su Facebook per tenere vivo il ricordo di quelle proteste che hanno dato uno scossone al governo.
“Il primo ministro aveva detto che avrebbe fatto delle riforme entro cento giorni”, scrive, “ma cosa ne è stato di quelle promesse? Torniamo in piazza per costringere i politici a parlare con noi e a rispondere alle nostre richieste”. “Pensi di riuscire a portare in piazza diecimila persone, come l’anno scorso?”, gli ho chiesto.
“Quest’anno, no”, mi ha risposto, “per colpa delle divisioni religiose alimentate dai politici. Ma dovremmo ricordarci bene di una cosa: abbiamo il potere di cambiare l’agenda dei politici nel lungo periodo, costringendoli a venire incontro alle richieste dei cittadini”.
A questo proposito cita gli sforzi del presidente Jalal Talabani di organizzare una conferenza nazionale per risovere la crisi politica: “Anche se la faranno e raggiungeranno un compromesso, non c’è da fidarsi: l’accordo non durerà più di un mese”.
“Quindi chiederete al governo di dimettersi”.
“Quest’anno, no. Magari il prossimo”.
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