All’università di Kirkuk si è svolta una conferenza internazionale con lo scopo di riunire turkmeni, curdi e arabi per discutere della transizione da una “cultura della violenza a una cultura della pace”. Io e il mio amico curdo abbiamo faticato a trovare parcheggio e perfino un posto a sedere, tanto era affollata la piccola sala conferenze.
Il pubblico era formato da un migliaio tra studenti e ricercatori. “Speriamo che questi tre giorni passino in pace”, ha commentato il mio amico, riferendosi al fatto che a Kirkuk negli ultimi cinque anni ci sono state 3.500 esplosioni, cinquecento rapimenti e almeno un migliaio di poliziotti sono stati uccisi. Dieci minuti prima di pranzo abbiamo deciso di cambiare posto perché eravamo ancora all’entrata dell’università, dove c’erano i controlli di sicurezza. Ma proprio in quel momento abbiamo sentito l’orribile rumore di un’esplosione provenire da pochi isolati di distanza.
Prima di capire da dove veniva il rumore ho ricevuto una telefonata. “Non tornare a Baghdad!”, mi ha detto uno dei miei giornalisti, mentre una colonna di fumo si alzava da fuori dell’università. Ma, appena a un chilometro di distanza, le persone continuavano a fare shopping nel centro storico della città e i bambini tornavano a casa da scuola.
Come molte altre città irachene, una settimana dopo Kirkuk era coperta da una tempesta di sabbia. Il 17 aprile ci sono stati cinque nuovi attentati. Ma, tra la conferenza e le esplosioni, c’è ancora una cittadinanza evoluta che cerca di costruire una società civile e una cooperazione che superi i confini settari e faciliti il dibattito pubblico – che non si concentra solo sulla lotta di potere tra Baghdad ed Erbil.
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