Mia figlia Aws, 21 anni, appartiene a quel milione di giovani iracheni che sono nati e cresciuti in esilio. Il 19 marzo rimarrà impresso nella sua memoria perché per la prima volta ha visitato il suo paese d’origine.

Prima di allora avevo cercato invano di convincerla a superare le sue paure e venire a trovare il resto della sua famiglia. Continuava a promettere: “Vengo ad aprile prossimo, dopo gli esami”. Una volta le ho chiesto quali fossero i suoi timori: “È per le immagini delle violenze che vedete all’estero, le differenze culturali, il senso di colpa per essere stata assente così a lungo o la lingua… Qual è il problema?”. “Tutto questo”, mi ha risposto.

Nelle due settimane che è rimasta qui si è dedicata principalmente a due cose. In primo luogo al suo progetto di intervistare due generazioni di iracheni, da una parte i genitori, dall’altra i loro figli cresciuti tra guerra e violenze. Inoltre ha passato lunghe serate a chiacchierare con le sue due cugine, che hanno la stessa età e non sono quasi mai uscite dal paese.

La sera prima del ritorno a Londra di Aws, le ragazze hanno discusso tutta la notte su quali sono, a parte le differenze, i punti in comune tra loro. “Non sono i legami di sangue, papà”, mi ha detto, “ma la sensazione di appartenere alla stessa famiglia e allo stesso paese, che ha una lunga storia. E, soprattutto, l’idea che dobbiamo fare qualcosa per il nostro popolo”.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it