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Louise Doughty
È una scrittrice britannica nata nel 1963. La sua rubrica "Un romanzo in un anno" è uscita in Gran Bretagna sul Daily Telegraph.

Un romanzo in un anno: le lezioni di scrittura di Louise Doughty
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Un romanzo in un anno: la rubrica di Louise Doughty
Per questo esercizio sono arrivate 45 risposte



Il mio nome è Pedro Gutierrez e sono cubano. Ho settantadue anni anche se ne dimostro dieci di più, da due mesi sono ricoverato in questo ospedale dell'Avana, bloccato su questo letto. Le mie gambe hanno cessato di funzionare ormai, anche se mi salvarono il culo più di una volta nel '59 quando rovesciammo il regime Batista. D'altronde gli ultimi cinquant'anni li ho trascorsi a lavorare nei campi di canna da zucchero e se non fosse stato per un serio problema di circolazione ora potrei trascorrere la vecchiaia in una bettola del porto affogando nel rum. Tutti i giorni sono uguali qui dentro, ma voglio raccontarvi di un incontro avvenuto questa mattina mentre Alvarez, l'infermiere, mi traghettava verso la sala di fisioterapia. Lungo il corridoio ho incontrato il leader massimo, si, Fidel proprio lui..., claudicante ma sempre altero. Quando ho incrociato il suo sguardo, il volto gli si è illuminato e seppur sofferente si è avvicinato alla barella e mi ha sussurrato: "Che piacere reincontrarte Pedro, Pedro Gutierrez!!", mi ha accarezzato una guancia con l'affetto di un padre verso il figlio, poi si è raddrizzato e con passo incerto si è allontanato. Sono rimasto sorpreso dalla memoria di quell'uomo con il quale circa quarantacinque anni prima assaltammo il palazzo di Fulgencio Batista.

Autore: Tiziano P.
Data: 13 mar 2007



Mi chiamo Jack Hosental, ho il nome e l'aspetto di un meticcio, perché lo sono. Sono nato nel sud dell'Australia, ad Adelaide, la città delle chiese, come viene soprannominata. Coltivo le piantagioni di viti che i miei nonni portarono in questo continente, fuggendo dalle persecuzioni religiose nel loro paese d'origine. Mio nonno Erbert lasciò la Polonia con la nonna Sofia quando mio padre aveva 6 mesi, partirono da Bialystok dov'erano nati e affrontarono un viaggio incredibile per fermarsi qui, dall'altra parte del mondo. Una piccola pianta di vite fu la loro salvezza, come per tanti altri immigrati da tutta l'Europa; con gli anni e tanti sacrifici fondarono le basi per quella che oggi é la nostra azienda vinicola a Barossa Valley che ha permesso ai miei genitori prima e adesso a noi di vivere felici su queste splendide colline australiane. Il lavoro nelle vigne è duro ma mi piace, in mezzo a questi filari ci sono nato, ci passavo sulle spalle di mio padre e guardavo da sopra la sua testa la distesa di viti tanto ordinate che sembrano solo appoggiate alla terra, cambiano colore con le stagioni e profumano quando i grappoli sono maturi; il periodo della raccolta è il più bello, l'aria è carica di elettricità fin dalle prime luci del mattino e quando arriva la sera e il sole smette di bruciare la sensazione del lavoro fatto è bellissima. Mio padre si chiamava Rasil, è mancato l'anno scorso, dopo aver lavorato tutta la vita nelle vigne, ho i suoi occhi verdi e le lentiggini che col sole mi spuntano sul naso, che invece ho ereditato dalla mamma insieme alla carnagione ambrata. Evy, mia madre discende dagli antichi aborigeni australiani, gli uomini che abitarono il pianeta per primi, ha ancora folti capelli neri e l'amore per le usanze e le credenze della nostra terra; se le viti hanno bisogno di pioggia e qui succede spesso, lei sa sempre quando pioverà e sa come curare un mal di pancia con semplici parole, conosce profondamente la magia di questa terra. Racconta sempre che quando ha visto mio padre per la prima volta, ha sentito che sarebbe stato suo marito per tutta la vita, non si può dire che si sia sbagliata, sono stati sposati per 50 anni. Non ho ancora parlato di Sara, ci siamo conosciuti davanti ad una tazza di caffè espresso, nel bar dove lavorava in città, mi sono innamorato appena si è voltata e mi ha chiesto cosa prendevo. Siamo sposati da quattro anni e tra un mese nascerà il nostro bambino, Sara ha origini italiane, i suoi nonni fecero il viaggio dei miei e contribuirono alla mescolanza di culture e colori che fanno così bello il popolo australiano. Oggi non si lavora, io e Sara faremo una gita sul monte Lofty Rangers, è il 26 Gennaio l'Australian Day e anche il mio 33° compleanno, due buoni motivi per festeggiare; dalla cima del monte si domina tutta Adelaide, e in una giornata limpida come questa di sicuro vedremo l'oceano.

Autore: Paolas
Data: 12 gen 2007



Oggi è il 18 novembre. E' la festa della Vergine di Chiquinquirà, patrona di Maracaibo. E' anche il mio compleanno. Il mio diciottesimo. Sono nato qui a Maracaibo. All'epoca i mei genitori abitavano in una casa in legno che mio padre aveva fatto costruire sul bordo del lago. Mio padre lavorava come ingegnere in uno degli stabilimenti per l'estrazione del petrolio. Sul lago. E' sempre stato innamorato di questo lago. E ha ragione, perché è calmo, soprattutto d'estate, soprattutto di pomeriggio, prima che arrivino gli acquazzoni e si può stare in pace, sotto gli alberi, a mangiare platanos. Anche mio padre è originario della regione di Zulia. Però lui è nato a Rosario, Rosario de Perijia. Ma veniva spesso qui in ritiro, d'estate, quand'era giovane e giocava nella squadra di baseball nazionale, gli Aguilas del Zulia. A me il baseball ovviamente non interessa. A mia madre sì, a quanto pare, dato che ha conosciuto mio padre quando aveva 18 anni. Lei. Lui credo ne avesse già 20 o 21. Quando si sono incontrati mia madre stava iniziando a lavorare come segretaria per il direttore de La Verdad, il giornale locale di Maracaibo. Il direttore del giornale, Pachito De Lucito, era amico fraterno dell'allenatore degli Aguilas, Tomasino Contreras. Per la verità si diceva a Maracaibo che Pachito e Tomasino fossero fratelli più che amici. Entrambi figli dell'ex sindaco della città, Di Martino... un puttaniere di origini italiane. Ma Di Martino è morto ormai da 10 anni di una forma sconosciuta di dengue... e non si è mai saputo quale fosse la verità in tutta questa storia. Però per la storia dei miei genitori, e quindi per la mia, è importante sapere che Pachito e Tomasino erano amici per la pelle. All'epoca Pachito era un omone di una cinquantina d'anni. Oggi ne ha 68 ed è un po' dimagrito. Ha problemi di cuore. Aveva studiato giornalismo a Caracas con nonno José, il padre di mia madre. E gli aveva promesso in punto di morte che si sarebbe occupato di sua figlia come se fosse stata la sua. Mia madre - Estrella, un nome da cubista, sono d'accordo - aveva solo 10 anni quando nonno José è morto ed era figlia unica. E anch'io sono figlio unico. D'accordo, direte... Ma com'è che i tuoi genitori si sono conosciuti? D'estate Pachito andava tutti i pomeriggi a vedere gli allenamenti degli Aguilas, un po' per rifare il mondo con Tomasino, ma soprattutto per stare fuori dai casini del giornale almeno due ore senza pensare a niente e mangiando platanos. Siamo tutt'è due patiti di platanos. Una di quelle volte in cui andò agli allenamenti si portò dietro mia madre con la scusa di farle respirare un po' d'aria buona. Mia madre è sempre stata un po' delicata. E così Estrella e mio padre – Armando, tipico nome da pappone - si sono visti, piaciuti... Poi mio padre ha lasciato gli Aguilas, ha finito per laurearsi in ingegneria e ha cominciato a lavorare nello stabilimento che era stato costruito proprio al posto del campo dove gli Aguilas si allenavano d'estate. E' stato qualche anno prima dei due colpi di Stato militari falliti alla fine del ‘92. Il risultato di tutto questo carrozzone sono io. Pachito mi ha battezzato. E stasera sono invitato a cena a casa sua.

Autore: Carla B.
Data: 29 nov 2006



Ciao, sono molto felice di conoscerti. Scusa se non parlerò la tua lingua, ma non l'ho imparata, non mi capita spesso di parlare e quindi mi esercito poco. Sono sempre di passaggio e ovunque io vada osservo il mondo, apprendendone i rumori e gli umori. Odo un grande frastuono e mi sembrano tutti tristi. Anch'io sono triste a volte e quelli sono i momenti in cui mi faccio penetrare facilmente da ciò che mi circonda, mi immedesimo nei panni del mio prossimo e penso i suoi pensieri. E l'angolo di mondo su cui cammino mi sembra meno estraneo e più vicino al mio mondo. Già, perchè arrivo da un altro mondo io, oltre l'orizzonte, dove finisce il cielo. Si può raggiungere solo con la fantasia, non serve avere tanti soldi, nè un bilgietto d'aereo, devi solo provare a volare. Ho viaggiato molto e penso che continuerò a farlo, non voglio mettere radici e non voglio essere di nessun posto, ma voglio che tutti i posti siano miei, voglio lasciare le mie orme ovunque, non voglio nessuna lingua madre e nessun dio padre, non ho bisogno di una casa, ma di tanti amici con cui unirmi in volo, in silenzio.

Autore: Caterina S.
Data: 11 set 2006



Il momento peggiore della giornata è quando rientro a casa per andare a dormire. Spossato dalle troppe ore trascorse per le strade affollate del centro di Milano, prendo il pullman addossandomi ai tanti come me che sono diretti verso la più cupa periferia, per accasciarmi infine su un materasso sporco e maleodorante a ritemprare il corpo e la mente almeno per un po'. Non è facile addormentarsi. Quei minuti di veglia che precedono il sonno sono lunghi ed intensi e mi riportano ai miei luoghi, alle strade polverose e illuminate da una luce che posso solo ricordare, perché qui non la trovi da nessuna parte. Mi chiamo Mouhamadou, ho 24 anni e sono senegalese. La mia terra mi manca molto, ma sto cercando di stabilirmi qui perché in Senegal non c'è futuro per me. Sono istruito e scrivo poesie. Durante il giorno mi apposto nei pressi del Duomo, dove cerco di vendere collanine, braccialetti e cianfrusaglie varie ai turisti che riesco a fermare come posso. Spesso mi rispondono in malo modo, ma non fa niente, ormai c'ho fatto l'abitudine. Non posso pretendere che spalanchino le braccia per stringermi con affetto e nemmeno che mi conducano nelle loro case per trattarmi con tutti gli onori, come facciamo noi con gli ospiti, con la "teranga", l'ospitalità tradotta in italiano. Noi non siamo graditi, siamo intrusi. Alla gente non interessa se siamo buoni o cattivi, meritevoli o malviventi, belli o brutti. Non siamo invisibili solo perché neri. È il colore della pelle che ci rende avvertibili. Ogni tanto ci capita di cogliere in qualcuno un'espressione di disgusto, o magari è avversione. Qualche volta, invece, le ragazze si soffermano ad osservarci compiaciute. Apprezzano la grazia e l'eleganza delle nostre forme, ammirano i nostri arti lunghi e slanciati, come se fossimo delle sculture inanimate, di bronzo o di ebano; poi, quando si accorgono che parliamo, si risvegliano bruscamente e volano via veloci come il vento, per paura di essere viste mentre si intrattengono con noi. È allora che mi manca di più il calore del mio popolo, quegli spiragli di umanità senza filtri, quei sorrisi improvvisi e leggeri, fatti di denti e di occhi, che ti aprono il cuore e non ti senti mai solo. Mi manca la solidarietà, il sostegno reciproco, la cultura dell'accoglienza. Tutte cose che non si possono misurare, ma che ti danno coscienza di te e del tuo valore nel mondo, ti regalano fiducia e ti fanno sentire meno povero. Oggi, però, tornerò nel mio squallido alloggio un po' più appagato, perché una donna mi ha sorriso. Non sì è allontanata in fretta come le altre, ma mi ha guardato con gli occhi sinceri e mi ha detto che sono bello. Io le ho regalato un braccialetto portafortuna e spero che gliene porti davvero, perché lei era più che bella, era cortese, garbata, dolce. In una parola era umana. Se potessi incontrare ogni giorno persone autentiche e libere come lei, tutto sommato la mia vita non sarebbe poi così male. Dopo tutto sono vivo, no? Stanotte, se mi verranno le parole, le dedicherò una poesia.

Autore: Nelly
Data: 08 giu 2006



Mi chiamo Socorro. Vivo a Rio de Janeiro, ma la mia vita non è tutta carnevale, spiaggia e sole. Ho 16 anni e vivo in una piccola baracca, una di quelle favelas che vedete tutti i giorni in tele, che vi fa dire "poveracci quelli che ci abitano", che vi fa riflettere per un attimo, ma che poi finisce nel dimenticatoio. Ora ditemi, voi che abitate in quelle case di mattoni, com'è la vita vissuta così? Bella senza dubbio, ma voi ve la rovinate. Vi tormentate per il lavoro o per la scuola e vi stressate da morire; certo, volete assicurarvi un posto caldo dove dormire e una pagnotta in forno, ma che bisogno c'è di tormentarsi in quel modo? Se vedo come vi trattate voi che avete tutto, pretendendo ancor di più, giuro di esser felice di esser nata qui.

Autore: Anna
Data: 06 giu 2006



Pablo lavorava ogni giorno ma nel sangue quello che aveva era di danzare. Danzare ovunque, per strada, in casa, a cena con gli amici, al mare…lo sapeva chiaramente, ma le condizioni di famiglia non gli consentivano di dedicarsi a questa attività non retribuita…non aveva agganci per trovare una compagnia con la quale girare il mondo per esprimersi…il suo sogno, i suoi desideri rimanevano a Porto Allegre. Ogni mattina, per tutto il giorno, attraversava con la bicicletta un'area di vegetazione verdissima, guardava il sole non ancora a picco sul mare…lottava con numerosi insetti che lo aspettavano, sapeva che non poteva aprire la bocca per respirare questa natura, perché ogni forma di insetto di piccola e media natura erano in agguato… La forza per pedalare ed andare al laboratorio di concia delle pelli, per tutto il giorno, gliela dava la condizione di povertà in cui la numerosissima famiglia verteva. Aveva 5 sorelle, di 13-12-11-9-8 anni, la più piccola aveva gravi problemi di cuore e la continua necessità di cure, ricoveri, visite mediche…poche speranze ma molta voglia di lottare. Il padre, non riusciva a trovare più un impiego perché la sua storia di etilista grave gli aveva lasciato strascichi di salute e un accentuarsi di apatia e deresponsabilità verso la famiglia….sempre verbalmente aggressivo, a tratti fisicamente violento, chiuso all'idea di poter sentire che cosa Pablo aveva da dirgli. L'unica modalità con cui rispondeva era violenta. Un fratello maggiore che all'età di 18 anni, per la disperazione, se ne era andato via da casa dopo aver pestato a sangue il padre e da 6 anni non si faceva né vedere né sentire. Pablo era a conoscenza del fatto che si era fatto una famiglia e aveva due figli, che lavorava sodo ed aveva incontrato una donna dolcissima che lo amava molto. La madre, succube del marito, accettava ogni sopruso, non si lamentava, lavava a mano dal mattino alla sera gli abiti di tutta la famiglia e sembrava che questo fosse il suo unico scopo nella vita…andava per molte ore al giorno in un canale a poche centinaia di metri dalla baracca in cui vivevano….e tornava sfatta dalla fatica con cesti pieni di robe…Era molto grassa, aveva fatto molti figli e nessuna felicità si leggeva nei suoi occhi. Intorno alla baracca ce ne erano molte altre con storie più o meno simili, storie di povertà, di miseria, di sfiducia….lui vedeva tutto questo dal momento in cui è nato. Era il secondogenito, le cose funzionavano un po' meglio, c'erano meno bocche da sfamare, il padre qualche lavoretto lo faceva ma lui non ha ricordo di averlo mai visto non ubriaco. Eppure in questo mondo così sfasciato lui vedeva e poi sentiva continuamente un ritmo, il ritmo della vita, l'armonia dei movimenti dentro le sue viscere e dentro i suoi muscoli ….e ogni mattina su quella bici sognava un giorno di pedalare verso un teatro, esprimere la danza che sentiva dentro davanti a qualcuno, desiderava farsi vedere, coinvolgere, trasmettere la gioia che sentiva dentro e che non poteva esprimere. Voleva fare da specchio a questa gente, mostrare che potevano danzare senza distruggersi. Conciava le pelli che mentre gli passavano nelle mani diventavano la prosecuzione del suo ritmo, l'odore che esalavano si mischiava al sogno un giorno di creare in quello spazio la scenografia per mostrare al mondo che cosa significa a 21 anni ogni mattina toccare la pelle, sentirne il suo odore, sentirne la morbidezza, la scorrevolezza…. E poi tornava a rendersi conto che senza i soldi che questo lavoro gli procurava per tantissime ore al giorno, Amina sarebbe morta velocemente, lui l'amava moltissimo, e gli altri sarebbero morti di fame. Voleva danzare, voleva danzare e farlo ovunque, vedeva danzare, vedeva allegria, ma ciò che non voleva più vedere era la gente che si ubriacava, che faceva figli senza limiti, che i corpi si disfacevano, questi corpi da cui lui aveva imparato i ritmi, l'armonia e la musicalità. Era convinto che un giorno ci sarebbe riuscito continuando a pedalare per andare verso il laboratorio e per tornare alle baracche.

Autore: Eliana B.
Data: 19 mag 2006



Yon, yon, yon... è il suono che più volte ho sentito negli ultimi 5 anni della mia vita. Non è una campana tibetana né tanto meno il richiamo di qualche uccello selvatico delle foreste del borneo... è il mio nome, nella versione storpiata e abbreviata che è caratteristica della pronuncia americana di ogni parola che non sia di origine inglese. Il nome completo neanche sto a dirvelo, perché sarebbe lungo e perché mi chiedereste di ripeterlo almeno un paio di volte per poi chiedermi con un sorriso di potermi chiamare semplicemente Yon. Lavoro in un negozio di abbigliamento su una strada newyorkese che fa angolo con una delle tante avenue famose per le grandi griffe, non sono la proprietaria sia bene inteso, ma dopo anni di lavoro è un po' come se il negozio fosse mio e tendo a parlarne come della mia famiglia. Ah la mia famiglia, quella vera cioè non il negozio, abita a pochi isolati da dove lavoro e molti di più da dove vivo io. Un'espediente il mio per poterli vedere e mantenere al tempo stesso una sorta di indipendenza. Quando sono andata a vivere da sola, qui a new York lo fanno tutti entro una certa età, ero un po' spaventata. Sapete quando una ragazza dai tratti asiatici cerca casa in un quartiere che apparentemente non le appartiene subito c è qualcuno che pensa che volgia mettere su, avviare, un'attività clandestina; di cosa non vi dico capite anche voi, siete gente di mondo. Ora tornando a me e prima che il prossimo Yon mi richiami alla cassa, voglio raccontarvi di come sono entrata da Beauty und Schon, ero uscita dal liceo solo da pochi mesi e mi dedicavo alla ricerca di un lavoro. Cercare lavoro è difficile se la tua scuola non è particolarmente importante e se non hai intenzione di servire a qualche bar di camionisti. Ma caso volle che BuS cercasse per "diversificare" il personale proprio una ragazza come me e non gli importava se il mio forte accento asiatico potesse apparire divertente ai clienti. L'importante era mi disse: - dare un senso di interculturalità – ed ecco che ero assunta! Yon.Yon… perfetto, devo abbandonare la nostra conversazione, la padrona mi chiama per aiutarla a battere alcune ricevute per un cliente, arrivederci o sayonara come devo dire per contratto…

Autore: Alberto M.
Data: 08 mag 2006



Mi chiamano Irina, come una femmina. Ho i capelli nascosti sotto un drappo nero e gli occhi grandi da ragazza, ma non posso guardare in faccia nessuno. Qualcuno potrebbe scoprire che sono un maschio. Qui da noi, beduini nomadi nel deserto, quando nasce un maschio, l'unica preoccupazione dei genitori è quella di tener nascosta questa fortuna, per evitare il malocchio dei vicini invidiosi. Avere un figlio maschio è una fortuna, ma occorre che diventi grande prima di rivelarlo. Non so di preciso quanti anni ho, perché quando sono nato io, la mia famiglia era appena arrivata in un'oasi nel sud dell'Egitto, a tre giorni di cammino dal confine col Sudan. Mia madre mi ha subito avvolto in una coperta bianca e mio padre non mi ha neppure guardato. Il primo ricordo che ho è quello di un cammello da corsa. Non un cammello lento e sonnolento come quelli che abbiamo noi. Teneva il collo allungato e guardava il cielo come fosse una strada. Fra le sue gobbe c'era un ragazzo che sembrava un re, con i capelli intrecciati e un pettinino rosso da un lato, nudo dalla vita in su. Correvano come fosse la strada a scorrere e non le zampe a correre. Come se gli altri concorrenti andassero indietro e solo loro avanzassero. Quando hanno vinto la corsa, il cammello si è inginocchiato proprio davanti a me e così ho visto i suoi occhi. Grandi come il cielo di notte, con le ciglia lunghe come capelli. Ci siamo fissati e non ho abbassato lo sguardo, come al solito. Mi sono fatto guardare dentro. Così ha capito che non sono una femmina.

Autore: EMMA PI
Data: 02 mag 2006



Quando il giudice mi disse che io a casa non ci sarei più tornata, piansi come una bambina disperata e non era solo dolore, ma rabbia, la rabbia di non avere più niente, neanche me stessa. Mi chiamo Gianna, questo è un nome inventato, ma è il mio nuovo nome. Sono nata in un paesino della provincia di Agrigento conosco tutti in paese e tutti mi conoscono. Ho la faccia ovale e la carnagione scura, con i capelli neri fino alle spalle, e gli occhi neri. Ho un amuleto che porto sempre con me, ma non vi dirò chi me lo ha dato vi basti sapere che l'ultimo proprietario è andato via da questa terra molti anni fa. Avevo uno scopo nella vita quello di uccidere un uomo che aveva sterminato la mia famiglia. Invece da allora ne sono successe di cose. Sono io stessa a metà tra una risposta e una domanda. Il giudice mi accompagnò con affetto in quella che sarebbe stato il mio covo per un anno. Quando finii di parlare mi sentii libera di esistere, ma non di ricominciare. Quel verbo avrebbe avuto senso solo se io mi fossi sentita me stessa, magari cambiata, ma sempre io. Invece no! Ero un'altra. Un altro nome. Un'altra città dove nessuno mi conosceva e mi salutava. Un'altra vita. E così mi ripromisi di cercare un modo per trovare un po' di felicità, dopo. Dopo il loro arresto. Dopo la mia scelta forzata di vivere all'estero. Ricordo il banco della a scuola di lingue. L'insegnante aveva un modo di fare gentile e a me veniva di piangere solo perché lei era gentile, mi incoraggiava, e io mi sforzavo, era la prima volta che lavoravo per me, e le tre parole in quella nuova lingua mi bastavano appena, ma ero felice di tornare a casa la sera stanca che neanche mi prendeva sonno, ma ero un'altra. Dormivo poco, mi svegliavo la notte nell'incubo dei colpi di pistola e le urla nella notte. Quando morì mio padre, ammazzato davanti a me, mi strappai i capelli per tutta la notte, ma non sentivo più il dolore di nulla. Vedevo solo quel sangue che scendeva lungo la strada davanti casa mia e il suo sguardo che mi aveva appena sfiorato, prima di morire. Ora sentivo di nuovo dolore, stanchezza, rabbia, gioia, felicità, rancore, paura, solitudine, ma domandavo a dio di perdonarmi pregando tutte le sere. E sapevo che dio mi avrebbe aiutato a trovare la mia strada. Avevo il presentimento che qualcuno mi seguisse, sempre. Ma avevo dimenticato gli sguardi che mi accompagnavano lungo la strada assolata in paese e che mi spogliavano nicchiando parole a mezza voce. La mia testa era talmente abituata a guardare in basso che mi ci vollero anni a sostenere lo sguardo delle persone senza sentirmi nuda. Ero sola questo sì, come non lo ero mai stata e davanti a me guardavo la strada, sapevo che non potevo più mai più tornare a casa dove ero nata e dove avevo trascorso i miei vent'anni, e piansi quando il giudice me lo disse. Ma un giorno dal parrucchiere mi guardai nello specchio, lui mi chiese come li volevo e io gli dissi "Li tagli corti fin qui, anzi fin qui, cortissimi, a spazzola li voglio, però li lasci neri come i miei occhi" .. una leggera euforia mi corse lungo tutto la schiena, guardai fuori, il sole faceva capolino tra le nuvole a Londra.

Autore: Maria F.
Data: 01 mag 2006



Mi chiamo Magalie Baguidy. Nonna dice che sono nata fra la notte e il giorno. Racconta che l'aria sapeva di mango, e che il cielo scuro si è chinato sulla terra per assistere mia madre. Alle sue spalle, la notte che non voleva andare via, buia e pesante come sciroppo; davanti a lei, il mattino non ancora nato, pallido e fresco come la schiuma delle onde. Afferrarono mia madre e la tirarono a sé: il mattino per i piedi, la notte per i capelli. Nonna racconta che sono nata guardando il mattino. Per questo la mia pelle è chiara come quella di una mulatta. Molti anni più tardi, in punto di morte, mia madre mi confessò che si era innamorata di un missionario battista. Fu un amore breve e intenso, consumato di nascosto da Dio e al cospetto degli spiriti. S'incontravano quando le notti erano più buie e il paese dormiva. Allora mia madre accoglieva dentro sé quella carne bianca e si faceva baciare dappertutto. Tornava a casa silenziosa e con il cuore sazio. Amò molti uomini ed ebbe molti figli. La maggior parte degli uni e degli altri la abbandonarono. Gli uomini scapparono con altre donne o cercarono un futuro migliore negli Stati Uniti; i bambini morirono. Da quando è morta anche lei, ogni tanto la vedo volteggiare sulle rive dei fiumi o posarsi sui fiori sotto forma di farfalla. È bellissima. Nonna è la mambo più potente e rispettata del paese. È una vecchia dal sorriso immenso, che si è fatto ancora più grande da quando le mancano un paio di denti. La sua faccia assomiglia alle montagne della nostra terra: scura e segnata dagli anni, ma piena di vigore e magia. Ci s'incanta a guardarla come ci si perde ad ammirare le cime dei monti. È come se nelle pieghe della sua pelle si riflettessero le cicatrici della terra. Ogni segno che le orna il volto nasconde una vicenda misteriosa, un segreto succulento, una storia da raccontare. Mio marito si chiama Rodrigue. Lavora tutti i giorni in un campo che abbiamo preso in affitto, un fazzoletto di terra arrampicato sul fianco della montagna. Ci svegliamo entrambi molto presto, prima dell'alba. Beviamo una tazza di caffè e mangiamo un poco di pane di manioca. Poi succede sempre la stessa cosa: lui si alza, afferra il suo cappello di paglia e gli attrezzi e, senza nemmeno darmi un bacio, s'incammina verso casa di Lionel. So che fanno la strada insieme: Lionel ha comprato un campo vicino al nostro. Ha anche un paio di capre. Ha solo diciotto anni ma è un lavoratore formidabile. Aspetto che Rodrigue sia uscito, e con lui il suo odore d'indifferenza, e preparo il cesto che porterò al mercato. Lo riempio con le patate dolci che ci sono rimaste, un po' di farina di manioca e qualche mango. Quando è possibile, cerco di vendere anche fagioli, funghi, pane fatto in casa e indumenti che ho cucito io stessa. Sono brava, a cucire e ricamare, ma spesso non abbiamo il materiale, e poi la sera sono così stanca che mi sembra che le mie ossa urlino. Quando ho finito di scegliere la merce, mi annodo il fazzoletto intorno alla testa, e mi carico il cesto pieno sul capo. In questo modo è più facile trasportarlo, anche se è molto pesante. Esco di casa e m' incammino verso il mercato di Port- au-Prince. Sul sentiero incontro le altre. Siamo in molte e spesso facciamo la strada assieme, arrampicandoci in fila indiana su per le montagne. Percorriamo molte miglia ogni giorno. Ne approfittiamo per fare quattro chiacchiere. La mia vicina di casa, Emeline, non sta zitta un attimo. Conosce tutti gli ultimi pettegolezzi. Durante le cerimonie sacre, sostiene di venire spesso posseduta da Zaka. Mi è già successo di vederla cambiare postura, reclamare a gran voce una pipa e del rum, e cominciare a raccontare i segreti più piccanti del vicinato fra l'imbarazzo di alcuni e il divertimento dei più. Ma anche quando lo spirito di Zaka è uscito dal suo corpo, e lei torna a essere sé stessa, spiattella i fatti privati di questo o quello senza farsi pregare più di tanto. È un'ottima narratrice e, se qualcuno ci osservasse da lontano, vedrebbe una fila di macchie colorate che si sganasciano dalle risate. Una volta arrivate al mercato, deponiamo i cesti a terra e sistemiamo i prodotti. Prima di tornare a casa scambio con le altre donne qualcuna delle merci che sono rimaste invendute. Se per esempio mi avanzano due o tre manghi, posso scambiarli con un pezzo di carne o pesce sotto sale che ogni tanto porta Racilia. Più spesso baratto i miei frutti con quelli delle altre: pomodori, cipolle, peperoncini, ananas, guave, vaniglia e noci di cocco. Oppure investo qualche Gourde e compro stoffa, utensili e canestri. In genere riesco sempre a procurarmi mais, uova e zucchero di canna. Qualche volta rimedio anche una zucca o due. Allora la domenica faccio la zuppa, quella tradizionale. La stavo facendo anche la volta che ho conosciuto Lionel, per questo il sapore di quella polpa dolciastra mi fa sempre venire in mente il suo sorriso. Quando torno a casa sono stanca. Per prima cosa mi lavo e indosso un vestito pulito. Poi vado a trovare le vicine o loro vengono da me. Hanno tutte dei figli, solo io non ne ho. Ci sediamo in cortile su piccole seggiole di legno. All'ombra del mango beviamo succo di ananas o caffè. Le mie amiche tengono i figli e le figlie in braccio, sembrano non volerli lasciare mai. Sono piccoli gioielli incappucciati di bianco o di azzurro. L'unica senza gioielli sono io. Verso sera Rodrigue torna dai campi. Di solito preparo il riso con i fagioli, oppure del budino di mais da mangiare insieme. Lui va a lavarsi mentre io riscaldo il forno. Quando ha finito, puzza d'indifferenza come prima che si lavasse. È un odore che mi dà la nausea. Viene in cucina e mentre io faccio rosolare la cipolla e i peperoncini nell'olio bollente, mi racconta della sua giornata, delle sue arrabbiature, della sua stanchezza. Un tempo approfittava di quei momenti per assaggiare la mia pelle. Una volta mi ha alzato la gonna e si è messo a mordicchiarmi una natica. Per poco non mi prendeva fuoco il vestito. Più spesso posava le sue labbra sulle mie spalle, la mia schiena. Le faceva scorrere su per il collo, o giù, lungo la spina dorsale. - Quanto sei buona...-, sussurrava, allora io smettevo di cuocere e mi occupavo di lui per un po'. Erano i tempi in cui ancora sperava. Insieme cercavamo di placare gli spiriti. Vestiti di bianco, portavamo galline, galli e uova a Dumballah perché proteggesse la nostra unione, e offrivamo lumache a Obatala, affinché piantasse il suo seme nel mio ventre. Sono passati anni, ormai, e Rodrigue sembra rassegnato all'idea che io non possa dargli figli. Un giorno deve averlo deciso, perché, di punto in bianco, ha smesso di toccarmi. Ha smesso di annusarmi, di desiderare il mio respiro affannato sul suo collo. All'inizio ho cercato di provocarlo. Mi mancavano troppo il suo calore, la sua saliva piccante. Allora cercavo di sedurlo, di costringerlo a volermi. Ma le sue mani sulla mia pelle erano diventate fredde, il suo tocco brusco, come se volesse portarmi via pezzi di carne invece che accarezzarmi. Ora, mentre Rodrigue mi racconta la sua giornata come se mi stesse facendo un favore, prendo il riso, i fagioli, qualche rimasuglio di prosciutto (se ne abbiamo), il cumino, l'origano, e il sale e li mescolo in una grande ciotola. Preparo il cibo che non potrà saziare la mia fame più grande. Come al solito, cerco di pensare ad altro: raggruppo tutti gli ingredienti in una teglia, metto il coperchio e inforno fino a quando il riso è tenero. Quando ci siamo sposati pensavo che mi avrebbe resa felice. Suonava il tamburo alle cerimonie e lavorava sodo. La sua pelle aveva la lucentezza della gioventù e il suo alito sapeva sempre di zucchero di canna. Mamma era già malata, ma sembrava felice per me. La nonna, invece, mi prese in disparte e mi disse che gli spiriti non vedevano di buon occhio la nostra unione. - Dovrete portare molte offerte -, sentenziò - e anche così non sono sicura che vi offriranno la loro protezione -. - Rodrigue ha qualcosa di sinistro -, mi confidò - sulla sua spalla destra ho visto uno spirito in catene. Aveva tre corna. Tre, Magalie- . L'espressione sul suo viso era greve. Io le dissi che ero innamorata e che, se provavo tali sentimenti per lui, doveva pur far parte del disegno degli spiriti. Tutto succede per volontà loro, no?, m'infervoravo nella discussione. Che motivo avrebbe farmi innamorare di Rodrigue se questa fosse una cosa sbagliata? La nonna mi guardò attentamente. Le sue labbra formavano una linea rigida, dritta. Ma i suoi occhi sorridevano. - Piccola mia -, disse affettuosamente - Tutto quello che non sai è più grande di te -. - Nonna, smettila con i proverbi! -, sbottai io, con l'insofferenza tipica dell'adolescenza. Lei continuò: - Ci sono cose che non si possono spiegare, eppure le si percepisce con una certezza così forte... -. - Io capisco solo che non sei contenta per me, e non so perché... -, la interruppi infine, con le lacrime agli occhi. Lei piegò la testa sul collo, come se il peso della decisione che stava per prendere fosse il contenuto di un cesto per il mercato, e volesse verificare se era in grado di reggerlo. - Ti aiuterò -, disse infine - quando verrà il momento ti aiuterò -. E questo fu tutto. Me ne ricordai quando Rodrigue smise di guardarmi come si guarda una donna. Lasciai passare del tempo, ma ogni giorno, ai suoi occhi, perdevo consistenza, scolorivo. Fino a quando non divenni trasparente. È stato all'incirca tre mesi fa. Ero raggomitolata in un angolo del letto, e piangevo in silenzio mentre Rodrigue russava a quindici centimetri da me. Sentii una civetta sopra il tetto e mi ricordai delle parole della nonna. Mi asciugai le lacrime. Il giorno dopo andai a trovarla. Non ci fu bisogno che le dicessi niente. Nonna certe cose le capisce da come sbatti le ciglia, dal modo in cui respiri. Oppure gliele dicono gli spiriti. - Hai gli occhi macchiati -, mi disse - Non va bene -. Mi offrì un bicchiere di succo di mango. - Dobbiamo fare qualcosa per mandare via le nuvole che hai sotto le palpebre -, annunciò. La domenica successiva partimmo alla volta di Sodò per assistere alla festa della Vergine del Miracolo e chiedere aiuto a Erzulie. Portai dei vestiti puliti in un sacchetto e del sapone ancora impacchettato. La nonna indossava una tunica rossa. C'era moltissima gente: dovemmo farci largo per arrivare sotto la cascata. Sotto l'acqua mi liberai gradualmente dei vestiti vecchi, senza mai restare nuda del tutto, e presi a strofinarmi il corpo con il sapone. - Non dimenticarti il ventre -, m'ingiunse la nonna, poi la persi di vista per un po'. Abbandonai la saponetta sotto la cascata, e indossai gli abiti nuovi. Lanciai una monetina fra gli spruzzi in onore degli spiriti acquatici e inspirai a fondo, assetata d'aria. Ritrovai nonna che si pavoneggiava al centro di una piccola folla. Parlava un francese perfetto, e sembrava essersi dimenticata completamente il creolo. A un certo punto si mise a piangere. Dopo pochi minuti era tornata in sé. - Sempre la solita storia -, mi disse - Quando si viene posseduti da Erzulie si finisce sempre per piangere. È uno spirito troppo sensibile... -. - Mi ha parlato di te -, aggiunse, dopo una breve pausa. - Dice che non sei tu il problema. Se vuoi un figlio lo avrai -. - Nonna! -, esclamai - ne sei proprio sicura? -. Lei estrasse un pezzetto di canna da zucchero da un tasca e annuì: - Proprio così -. Strinse lo zucchero fra le labbra. - Ha detto anche dell'altro -, precisò, e chiuse gli occhi per gustare meglio la dolcezza del bastoncino. - Che cosa? -, la incalzai io, prendendola dolcemente per un braccio. Lei aprì gli occhi e mi guardò sorridendo. - Ha detto: un fiore ha bisogno di molte api per far arrivare lontano il suo polline -. E così mi sono innamorata di Lionel. La sua lingua è come acqua fresca, le sue mani, forti e bollenti, sciolgono la mia pelle come se fosse cera, la sua risata mi gonfia il cuore. Sono già in ritardo di due settimane. Non ho alcuna intenzione di dirlo a Lionel. Stanotte dormirò con Rodrigue. Userò i poteri di seduzione di Erzulie, la invocherò affinché lui non possa resistermi. Lascerò che mi graffi coi suoi artigli gelidi, che mi maneggi come un attrezzo da lavoro. Lascerò che i suoi pensieri vaghino altrove quando depositerà il suo seme nel mio grembo. Allora la magia sarà completa e non ci sarà spazio per dubbi e sospetti. Avrò anch'io il mio gioiello, incappucciato di bianco o di azzurro.

Autore: ZENA
Data: 28 apr 2006



A volte mi pesa. Tutto mi pesa. E' pesante inserire la chiave nella serratura, aprire la porta di casa e incontrare il vuoto. Non so se sia più difficile alzarmi al mattino per uscire di casa e recarmi al lavoro o rientrare la sera a vedere il vuoto. Stasera sul tavolo anche le bottiglie vuote, lasciate lì dopo la cena di ieri sera con gli amici. Vuoto il frigo. Oggi non ho nemmeno avuto il tempo di fare la spesa. Vuoto il cellulare. Yaki non mi ha inviato alcun messaggio. Non mi piace dover fare i conti con questa mia solitudine. Ma non mi piace nemmeno fare i conti con la moltitudine di persone che incontro ogni giorno per strada, in metropolitana, sui marciapiedi di questa Tokio che trovo sempre più estranea a me, a quella che sono. Lioto hai 35 anni, vivi a Tokio da due e ancora ti senti una straniera in casa tua, nel tuo paese. Me lo ripeto spesso. Mi sembra di non avere un posto su questa terra. Su tutto il pianeta terra. Ma chissà, forse deve essere così. Anche questo me lo ripeto spesso. Fino ai trentatre anni ho vissuto con la mia famiglia in un piccolo paese di provincia. Lavoro in un ufficio al settantaquattresimo piano di palazzo di vetro vicino alla Stazione Centrale. E ho scelto Tokio (o Tokio mi ha scelta?) per appagare il mio sogno lavorativo. Comunque, sovente, mi manca la campagna dove sono nata e dove ho vissuto per tanti anni. A volte ripensare a mio nonno, alle sere in cui lo chiamavo per avvisarlo che la cena era pronta e lo trovavo in ginocchio ricurvo sulle zolle di terra, a raccogliere le patate, oppure a togliere l'erba sui campi appena seminati di orzo e frumento. Le sue mani grandi mi sorprendevano ogni volta. Erano mani muscolose, forti, possenti. Erano le mani di un contadino che sapeva lavorare la terra, che amava curare la sua terra. Anche oggi mio padre mi ha telefonato. Regolare, la sua chiamata ogni due, tre giorni, giusto alla fine del lavoro. Mi chiama e non mi chiede niente, come stai, come è andata oggi? Niente di me, mi parla solo di lui. E' sempre stato così, pieno di problemi, di impegni, solo lui. E' sempre stata così. Anche quando tornava a casa dal turno in miniera… A tavola solo lui a parlare, a raccontarsi. Gli altri in silenzio. Inesistenti. Forse è anche questo il vuoto che sento adesso; il silenzio, l'assenza delle sue chiacchiere, dei suoi discorsi che riempivano i vuoti e soffocavano le identità. Osservo le bottiglie vuote sul tavolo. Meglio se le porto di sotto e già che ci sono, meglio se vado a prendermi qualcosa per cena al ristorante qui vicino.

Autore: Donatella
Data: 27 apr 2006



Mi chiamo Vladimir. Sono nato in Bielorussia, ho 20 anni e voglio andare via dal mio Paese. Amo la mia terra, la natura, quando d’estate i campi si riempiono dell’oro delle spighe di grano; amo l’odore degli alberi e il profumo dell’aria quando la primavera arriva, e, dai tronchi delle betulle fuoriesce la linfa vitale, il succo dolce, che tanto volentieri ho bevuto quando ero bambino. Amo la genuinità delle persone anziane, la fierezza della loro personalità e del loro modo di vivere. Ho già nostalgia di tutto questo. Ma qui non posso rimanere. Mi vengono negate così tante libertà e con esse, possibilità, che in altri Paesi sono invece normali e naturali per i giovani della mia età. Vorrei andare negli Stati Uniti, ma oggi, ancora una volta, la mia richiesta per ottenere un visto è stata respinta.

Autore: Elisa C.
Data: 27 apr 2006



Le faceva male un occhio. Lo strofinò con rabbia, sapeva che sarebbe diventato tutto rosso ma non sopportava il bruciore. Non era brava a sopportare il dolore fisico. Come previsto, il suo piccolo occhio a mandorla si riempì di lacrime e il mascara cominciò a colare sul viso. Akane si fermò con calma al bordo della strada, tirò fuori dalla borsetta uno specchietto e si pulì alla meglio il viso. Una ragazza giapponese non può mostrarsi sciatta in pubblico. Akane continuò a camminare a piccoli passi, fasciata nel suo splendido kimono di seta rossa, bellissima. I clienti dei locali affacciati sulla strada principale di Tokyo si giravano a guardarla. Era raro, nella Tokyo odierna, veder passeggiare una giovane donna giapponese in kimono. Di solito, le donne giapponesi a Tokyo non passeggiano, ma corrono al lavoro cucite nei loro tailleur grigio fumo. Akane, invece, passeggiava in kimono. Con la testa eretta, i lunghi capelli lunghi e lisci raccolti sulla schiena, il volto immobile, sacrale. In una fresca sera primaverile Akane, giapponese di Tokyo, passeggiava lungo la via principale della città indossando il kimono che fu della madre di sua madre. Era un giorno speciale. Era il giorno in cui Akane si sarebbe buttata giù dal quindicesimo piano di un grattacielo del centro, sede della ditta in cui lavorava. Prima di buttarsi Akane avrebbe preso una massiccia dose di barbiturici, però. Non era brava a sopportare il dolore fisico. Quando atterrò al piano terra del grattacielo, Akane era già morta. In volo. Perfettamente vestita, pettinata, truccata. Solo una macchia di sangue uscì dal suo corpo per macchiare il bellissimo kimono rosso. Ma nessuno l'avrebbe più notato.

Autore: Elena D.
Data: 26 apr 2006



Polvere, cani randagi, polvere ovunque, cani randagi ovunque. L'elettricità per un paio d'ore la mattina, lo stesso dopo il tramonto. Per strada, fango, creato da qualche tubatura perennemente rotta. Solo qualche via più in là, lo strepito delle solite frotte di turisti, giovani ricchi e sani. Già, bisogna esserlo per spingersi fin quassù, in questo insospettabile varco di vita, soffocato dal deserto, a duemilaquattrocento metri e rotti. Sulle pendici delle Ande. Qui sono nato e cresciuto, senza riuscire mai ad amarlo, né a lasciarlo, questo luogo. In questo paradiso infernale ho costruito e demolito i miei sogni. Sogni scarni, di germoglio assetato. Qui, da un padre solcato di fatica come un legno di cactus e da una madre llareta, muschio durissimo, testardo, che da sempre raccogliamo, secchiamo e usiamo come combustibile. Pablo a San Pablo… per anni ho lottato contro questo destino di immobilità. Ho resistito, ho lavorato sodo, sarei partito… Poi lo scoppio alla miniera di litio… l'occhio e la gamba destra praticamente inservibili… "Uno dei luoghi più sperduti e appartati del mondo. Qui la natura offre spettacoli ed emozioni rare e indimenticabili". Scorro per l'ennesima volta il depliant gigante appeso all'entrata. Inseguo altri pensieri. Sorseggio il mio Pisco, senza rabbia stasera… oggi la sete non mi divora. "Due ore per la Valle della Luna. Tre ore per Toconao e la salina di Atacama. Otto per i geyser del Tatio. Quattro per le terme di Puritama. Due per il Pukarà de Quitor. Una per le rovine di Tulor". Bah, solo il deserto amo. Non le incontenibili sfumature dei tramonti di Atacama. Non la sottile, rosa eleganza dei fenicotteri in volo. Non i calanchi di ruvida roccia rossa, frammisti al bianco, al verde, all'azzurro aspro dei laghi salati. Niente, niente di tutto questo. Solo il deserto e il profilo maestoso del Licancabur. Il deserto e un vulcano.

Autore: Gabriella Z.
Data: 26 apr 2006



Ancora una volta aveva fatto tardi. Avrebbe perso il pullman per l'aeroporto e sarebbe dovuto arrivare a piedi fino alla bidonville. Quel pomeriggio era riuscito a intrufolarsi nella piscina di Long Street, dove si era divertito a buttare in acqua i bambini. Tanto non erano lì per imparare a nuotare? A 9 anni Jako non sapeva nuotare e nulla lasciava intendere che un giorno avrebbe potuto imparare. Secondo i suoi fratelli, nuotare era un passatempo buono solo per chi non ha altro di cui occuparsi. Per questo Jako si era intrufolato nella piscina: dove c'erano bambini ricchi c'erano anche giochi e bei vestiti. Jako aveva rubato un certo numero di giocattoli, che aveva nascosto in un sacco di plastica e che intendeva barattare con altre cose utili, ma soprattutto si era lasciato tentare da un paio di scarpe Nike ultimo modello, talmente belle che non riusciva a smettere di guardarle, col rischio di cadere a terra, dato che le aveva già indossate. Sentendo l'aria fredda insinuarsi tra i ricci ancora bagnati allungò il passo, pur sapendo che non ce l'avrebbe fatta ad arrivare alla fermata in tempo. Non che gli importasse poi molto: avrebbe impiegato circa un'ora andando di buon passo e l'idea di camminare con le nuove Nike ai piedi gli sembrava quasi un lusso. Jako si sentiva bene. Canticchiando si allontanò dal centro di Cape Town fino a imboccare la strada statale. Sulla sinistra, dietro i palazzi della down town, si stendeva l'oceano, il cui odore forte saturava l'aria. Le ampie corsie per lo scorrimento veloce si snodavano dritte, costeggiate da terra incolta e piena di rifiuti. Jako scavalcò agilmente il guard rail e imboccò il sentiero di terra battuta. Come in sogno arrivò in prossimità di casa, ma decise di nascondere il prezioso bottino dietro un cespuglio che conosceva, le cui radici sporgenti creavano un anfratto ideale, rindossò i suoi vecchi sandali e si inoltrò per i sentieri attraverso le case di plastica e lamiera.

Autore: Giovanna
Data: 26 apr 2006



Mi chiamo Anouk, che è anche il nome di mia madre, della madre di mia madre, e della mia sorella passata. In lingua inuit, Anouk vuol dire "orso polare". E io in una pelle d'orso sono cresciuta, riscaldata tra la sua ruvidezza inerte e il corpo liscio di mia madre. Ho l'età delle prime baleniere danesi, almeno così mi disse mio padre quando gli domandai quante volte Sole e Luna si fossero rincorse dal giorno del mio arrivo in questo mondo. Mio padre non bruciò olio di foca alla mia nascita. E quando, poche corse di Sole e Luna dopo, arrivò dall'altro mondo anche mia sorella, lui andò a fare il Gioco Della Gente Giovane in un igloo vicino con la sorella di mia madre, affinché gli desse finalmente un inuk, un maschio che avrebbe potuto aiutarlo nelle battute di caccia. Per tutto quel lungo tempo silenzioso, stretta tra la pelliccia dell'orso e la pelle di mia madre, imparai dalle sue nenie a parlare agli spiriti della Luce e dell'Ombra e a trovare l'anima negli occhi dei nostri cani. Mio padre infine fece il maschio, e restò con lui; ci lasciava ogni tanto una foca o un pezzo di balena davanti all'igloo, ma non bastava. Finché una notte il blizzard mi portò un sordo messaggio di morte; il giorno dopo, secondo tradizione, mia madre uccise lìaltra Anouk. Lei passò nell'altro regno e placò gli spiriti della fame. Da quella notte seppi di essere un angatkuq: uno sciamano. Un bravo angatkuq sa ascoltare i tuunngait, gli spiriti, e riconoscere quelli cattivi che portano le malattie, il cattivo tempo e la scarsità di animali. Gli uomini bianchi dalla pesca facile mi dicono sempre: "Granny, tu hai la vista lunga!". Non vedono che la mia vista invece è molto corta, come la mia statura. Ho imparato dalla piatta tundra a non fidarmi degli spazi senza fine che fanno correre gli occhi e il pensiero: gli husky corrono, gli orsi corrono; gli uomini invece, devono farsi trasportare. Ma io non ho più l'età della slitta veloce e adesso, ogni sera prima del grande silenzio, lascio che sia la voce a trasportarmi. Con la giovane giovane Anouk, nata dai giochi di mia figlia giovane Anouk con un baleniere dagli occhi di ghiaccio, ci piace sfidarci al Katajjaq, il canto di gola: le nostre voci sempre in una, Su Su Su e Giù Giù Giù e ancora SU SU e GIU‚ GIU‚ finché lei non finisce il fiato e ride, ride, ride, buttata tra le morbide pelli di renna e caribù. I suoi occhi sono diversi dai miei, e non solo perché non sono scuri: quando ci guardo in fondo vedo un‚anima semplice, e sento che sarò l'ultimo sciamano della Terra di Baffin. TAIMA, QUJANNAMIIK!

Autore: Franca DM.
Data: 26 apr 2006



Quella mattina Andreas, appena alzato, guardò il cielo e lo trovò azzurro come il giorno prima. Il segno del cambiamento non si faceva vedere, e tutte le mattine aveva quella piccola delusione. Ma ripeteva tale abitudine per non tradire il ricordo del nonno, anche se sapeva che non avrebbe mai ricevuto dal cielo il "suo" segno. Era il suo rito quotidiano alla memoria di nonno Julius Mathalin. Ricordava molto bene suo nonno materno, vecchio e stimato saggio del villaggio dove era cresciuta, da bambina, anche sua madre. Era nato all'interno della regione, ai margini del  Kalahari, il deserto che in lingua Tswana vuol dire "la grande sete". Il villaggio, abitato da neri di etnia mista tra zulu e siswati, era poverissimo, formato da capanne costruite con esili tronchi, fango e fogliame, e ricordava i villaggi provvisori dei boscimani, l'antico popolo nomade. Situato ai margini dell'arida regione desertica era l'ultimo lembo di terra ancora abitato da tribù stanziali e suo nonno ci era vissuto tutta la vita. Nei brevi periodi in cui Andreas l'aveva incontrato, gli raccontava come il colore del cielo avesse sempre rappresentato, nella sua vita, il suo futuro più prossimo. Da bambino aveva il compito di rifornire d'acqua la sua famiglia e quelle di due vecchie zie rimaste vedove: in tutto acqua per ventitre persone. E dal colore della luce che proveniva da est, capiva come sarebbe stata la sua giornata. Se non pioveva, e normalmente pioveva solo due o tre volte l'anno, per brevissimi periodi in estate e prima dell'inverno, gli toccava il compito di andare tre volte al giorno, con in  spalle i contenitori, in tutto circa 25 litri, fino al fiume Molopo, linea di confine con la regione del Botswana, distante almeno 10 miglia. Lungo i sentieri,  nel viaggio di andata, insieme ad altri coetanei con gli stessi compiti, aveva imparato la vita. Su quei sentieri aveva sede la sua scuola, laggiù aveva imparato a diffidare di ciò che non conosceva. E questa regola Andreas l'aveva fatta sua. Il ritorno era la sua fatica della vita, una montagna di pietra, concentrata nei due contenitori, sulle sue spalle di bambino nel ritorno al villaggio. Andreas ricordava quando da piccolo lo ascoltava affascinato. E quanto mistero incontrava nei suoi racconti, vissuti con la mente del bambino meticcio, contaminato dalla mescolanza con il popolo bianco. La mitica figura del nonno,nero e inconfutabilmente identificabile nelle antiche popolazioni  africane, raccontava più di quello che realmente dicesse, e lui era cresciuto sentendo di appartenere al mito di quei racconti. Ma la stridente contraddizione del colore chiaro della sua pelle con il nero del colore delle popolazioni Africane, aveva determinato il suo diverso destino. Sua madre rimasta orfana in giovane età, dopo una terribile stagione di siccità, si trasferì con un fratello più grande presso dei parenti che vivevano ai margini di Città del Capo, nella township di Khayelitsha. Lì la vita era dura e la violenza li accompagnava quotidianamente. Il  fratello trovò lavoro al porto e poco dopo la lasciò emigrando in Australia alla ricerca di maggior fortuna. Lei, giovane e ingenua fu accolta a servizio in una casa di bianchi. E come solo una giovane donna senza esperienza può essere, in quella casa aveva conosciuto e si era data a suo padre, anch'egli giovane ma olandese. Si erano incontrati ed amati con l'ingenua inesperienza della vita di entrambi e lui era il risultato: meticcio di pelle chiara, escluso dagli uni e rifiutato dagli altri. Di suo padre non ha mai saputo molto, solo che fu allontanato nella madrepatria sei mesi dopo il suo concepimento, non  appena fu scoperta la sua storia d'amore. Un padre che non era sparito anche dalla memoria della madre, donna giovane ma forte, che l'aveva lasciato all'età di 5 anni, quando lei ne aveva appena 22, morta negli incidenti di una delle grandi manifestazioni contro l'apartheid, negli anni ‘80. Figlio dei contrasti razziali negli anni dell'apartheid, era cresciuto da solo, in uno dei poveri orfanotrofi gestiti da padri missionari. Non bianco, non nero. Estraneo nella sua terra, aveva fatto della diffidenza la sua arma per la vita, la sua guida per l'emancipazione. Era ormai arrivato alla soglia dei 20 anni e i padri non potevano più tenerlo con loro. La missione era affollata di giovani cresciuti aiutando i padri nella gestione dell'orfanotrofio e che non avevano i mezzi per allontanarsi. Il destino invece aveva dotato Andreas di grande forza e mente brillante, e i padri ritenevano che fosse ormai in grado di affrontare la realtà al di fuori delle mura della missione. Andreas aveva un compito gravoso: quello di tracciare una possibile destinazione anche dei futuri ragazzi suoi compagni più piccoli. Lo aspettava il signor Lorin Andersen, proprietario unico di una società, l'International Pubblic Relations del Sudafrica, che si era affermata nel campo delle relazioni internazionali dopo che il Sudafrica era stato riammesso al commercio internazionale con gli stati occidentali. Era un uomo sensibile al problema dell'integrazione e benefattore della missione, scevro da pregiudizi e anch'egli forte oppositore delle leggi razziali contro i neri delle popolazioni locali. Da Andreas, che aveva una discreta preparazione e parlava correttamente, oltre l'inglese, almeno altre cinque lingue delle undici ufficiali, il signor Andersen si aspettava l'impegno di un giovane con la voglia di emanciparsi e di affermarsi. Conosceva il suo carattere, come glielo avevano spesso descritto, determinato e cocciuto, ma temeva l'irruenza e la precipitazione che aveva nel manifestare il suo pensiero, fortemente legato alle motivazioni di lotta delle organizzazioni per i diritti civili dei neri. Queste sue doti, se non attentamente mediate, potevano causare forti contrasti e il suo rifiuto per la civiltà dei bianchi. Ma il futuro di Andreas era tracciato. La sua pelle era chiara, troppo differente da quella del nonno, e neanche quella mattina vide il segno che gli indicasse la strada da prendere. L'appuntamento era fissato alle nove, lo aspettavano in centro città e doveva decidere come affrontare il "drago" dalle mille teste. Dopo una profonda riflessione, in cui i ricordi sbiaditi della dolcezza della madre si accavallavano alla rabbia per l'abbandono del padre, decise di  affrontare il colloquio con l'obiettivo che l'aveva accompagnato nei lunghi anni della sua adolescenza: trovare i mezzi economici che gli avrebbero permesso di cercare suo padre, di cui portava il nome. E se la  sua ricerca fosse stata positiva, anche se non facile, avrebbe potuto guardarlo in viso, vedere la sua reazione nel raccontargli quello che sua madre gli disse poco prima di morire: "ho amato tuo padre più di me stessa, tu porti il suo nome, fai anche tu lo stesso". Non sapeva se sarebbe riuscito a soddisfare il desiderio della madre. Prima di uscire in silenzio dalla camerata in cui dormiva, guardò con dolcezza i volti dei suoi 22 compagni persi nel sonno, guardò di nuovo il suo letto vuoto e usci fuori. Vide che il sole era splendente e l'azzurro del cielo ancora più intenso. E poiché non vide nessun segno, decise di avviarsi incontro alla sua nuova vita.

Autore: Renato M.
Data: 25 apr 2006



Lacrime. Scorrevano sulle puerili guance imberbi del ventiquattrenne Danilo, genitori nativi del profondo sud Italia emigrati a Torino negli anni dello sviluppo industriale con l'intenzione di assicurare all'unico frutto del loro amore un'avvenire "sano". Danilo, educazione cattolica "del tipo timorati di Dio", un diploma da maestro elementare con seguito alle scuole dei salesiani, complemento oggetto di tutti i sacramenti cristiani dalla prima confessione alla cresima, un profondo riconoscimento verso i sacrifici compiuti da mamma e papà per farlo diventare un uomo integerrimo intriso di alti valori morali "Ruini docet". Danilo aveva un problema… Gli piaceva succhiare il membro! Danilo aveva un secondo problema… Voleva fare l'attore… Lacrime. Scorrevano sulle puerili guance imberbi del ventiquattrenne Danilo, attore, omosessuale, comunista, cattolico, innamorato perso da cinque anni del suo convivente, Mario, detto Mariolino dagli amici, detto Margherita dagli amici intimi, conosciuto sui banchi di scuola l'ultimo anno di magistrale, i due si erano innamorati in gita scolastica a Praga, indifferenti verso i "prodotti" che la capitale ceka offriva ai turisti. Un bacio rubato prima del ritorno in patria, poi la convivenza, il giuramento di amarsi in eterno, di non tradirsi mai, di non cedere al desiderio di possedere altri corpi. Il primo problema non era più un problema. Danilo aveva un secondo problema… voleva fare l'attore. Lacrime. Scorrevano sulle puerili guance imberbi del ventiquattrenne Danilo, giovane innamorato sognatore cattocomunista che ambiva alla scena, orgoglio di mamma e papà, lacrime di una tristezza infinita, mentre nudo come un verme si faceva montare da dietro dal famigerato regista brasiliano Gary Pacheco, il quale si trovava a Torino per le riprese del suo ultimo film sulla vita di San Giuda Taddeo Apostolo, il santo dei miracoli in zona Cesarini. Gary Pacheco, regista teatrale e cinematografico, eterosessuale convinto con la fama di sciupafemmine, cattolico tendente alla paranoia e all'autoflagellazione, di carnagione scura, nera del tipo alabastro o cimurro, nativo di Florianopolis du Brazil, nazifascista militante con l'hobby del culturismo, individuo dalle convinte posizioni antiabortiste e soprattutto portabandiera di un odio viscerale contro negri e omosessuali. Lacrime. Scorrevano sulle puerili guance imberbi del ventiquattrenne Danilo, il quale tentava di risolvere il secondo problema senza però aver ancora risolto del tutto il primo. L'enorme fallo nerofumo di Gary pareva essergli arrivato sino in gola, l'accordo iniziale era solo un innocente lavoro di bocca in cambio di una misera parte nel film, ma dopo il pompaggio il regista stava diventando furente, gli era cresciuta la scimmia e senza specificare che dopo l'aperitivo si passa al primo il brasiliano aveva rivoltato il corpicino dell'attore cattolico violandogli l'uscio posteriore senza chiedere, tipo parcheggiatore abusivo, così… senza unguenti, niente raccomandate con ricevute di ritorno, solo sudore, sudore e quelle lacrime iniziali… Gary stantuffa come un orso drogato, emette versi che non appartengono al genere umano, nel penetrare gli partono pure un paio di pugni sulla ossuta schiena del gelsomino, il quale gemiti dolore, il brasiliano educatamente chiede scusa, il suo viso si inumidisce, ma non sono lacrime, no! E' bava! Il cucciolo piange, pensa ai sacrifici dei suoi genitori che lo hanno accudito sotto la tutela di padre Pio da Petralcina, a Mariolino che lo sta aspettando con l'ano bagnato nel salotto del loro nido d'amore, "un giorno tutto questo verrà ripagato cari mamma e papà, ma poi la parte la dai a me, vero Gary?" domanda innocentemente lusignolo con i suoi occhioni spalancati e luciccanti al bue eccitato ricevendo come risposta una colata di bava sul cocigè. "Il film, certo!" brontola lo stallone dopato aumentando il ritmo dello stantuffo come se si corresse su un circuito automobilistico. Lacrime, sudore, bava, versi, movimenti di bacino, taglio del traguardo sino a quando l'ultimo goccio di sperma si assesta nel retto dell'aspirante attore cattolico e di sinistra. Il pianto del giovane Danilo si fa sempre più triste, commovente, mentre l'animale brasiliano recupera plasma al cervello dando fiato allo strumento. "Ma… ma… ma che cazzo ho fatto!?! Guarda cosa diavolo mi hai fatto fare!" sbraita Gary con l'uccello ancora semiconvalescente e gli occhi lontano dalle orbite. "Ma io…" Il giovane cigisbeo non ha il tempo di proferir parola, la sua cavità anale è ancora umida, il ricordo dei suoi cari partorito durante la monta è ancora fresco quando un pesante colpo a mano aperta si infrange sul suo minuscolo nasino color cigno reale h5n1. Il passerotto piange, sanguina e piange ma non cade, il regista si dirige nudo e disperato davanti ad un crocifisso chiedendo perdono a Dio onnipotente. Tutti e due stavano chiedendo perdono a Dio onnipotente, perché lui è onnipotente e in quanto tale è anche onniscente, ed è un dio che giudica. L'orso suda, sbava, sente odore di vizio, focalizza nel giovane Danilo il diavolo tentatore, vede nelle piccole gocce di liquido seminale che irrorano il pavimento scendendo dal suo bastone ormai ai box la prova che lui ha ceduto al peccato. Prende il fucile, lo carica. Si fa saltare in aria l'apparato riproduttore al gran completo. Dolore, e ancora sangue, e materia… Il cucciolo di educazione salesiana cerca di raggiungere la porta che va verso le scale senza preoccuparsi di rimettersi almeno le mutandine, ma nonostante lo sforzo a causa dell'infortunio autoprocuratosi la massa brasiliana è più rapida e gli frana addosso, i due cadono a terra e con un ultimo colpo di reni il grizzly riesce a piazzare la sua cavità orale sul pisellino dell'angelo, è questione di un niente e Gary con un morso da bimbo del terzo mondo, lui che aveva passato l'infanzia nelle baraccopoli di periferia della sua città natale in Brasile e che dunque conosceva il significato della fame si ritrova uno scroto di dimensioni ridotte sotto la lingua. Lacrime. Scorrevano sulle puerili guance imberbi del ventiquattrenne Danilo. L'aspirante attore torinese. L'artista cattolico torinese. Aveva risolto i suoi due problemi.

Autore: Giovan Bartolo B.
Data: 25 apr 2006



Era bello, era il più bello, anche il sole lo invidiava! Una bellezza pulita, non ricercata, pura, un viso da angelo posto su un corpo da Adone. Possederlo era un sogno. Non era difficile, bastava essere una fanciulla altrettanto bella. Bastava essere Francesca, un essere femminile splendente, schiacciato dal peso delle proprie corna. Lui si chiamava Alex, rampollo torinese, lavorava come commesso in una boutique di lusso nel centro di Nichelino, frequentata da famiglie altolocate e giovani dal cervello spappolato, ma i soldi li faceva lavorando come attore, doppiatore e modello nel capoluogo piemontese e nel cementifero quartiere di Quartoggiaro milanese. Si sentiva milanese d'adozione. Era pieno di figa! Tre negri immensi e bastardi e non accettati dalla società in quanto tali irrupperò in un giorno di sole all'interno del negozio dove Alex spargeva seme. "Fuori i soldi o sono cazzi enormi!"
"Alex, proteggimi!" disse sbraitando impanicata una delle cinque o sei puttanelle che ronzavano attorno al bronzo di Riace come le mosche attorno alla merda. "Taci, cretina!" Alex se la faceva sotto dalla paura, nastava già di merda, e non era ancora successo niente. Ringo, il capoccia, era il più grosso dei tre e il più incazzato, odorava di cognac e avevo il ferro nella mano sinistra. I suoi occhi pregni di sonno incrociarono gli specchi lucenti dell'angelo. "Adesso mi fai scopare le tue troie!" pronunciò educatamente l'uomo di colore. "Sono tutte tue" fece in maniera complice l'eroe dei due mondi. "Ma Alex…" le ragazze in coro. "Taci, puttana!" un verbo solo vale per tutte… "Prendilo subito in gola al mio amico color nocciola!" aggiunse con toni burloni l'attore magazziniere. "Ma cristo santo, ragazze, avete un briciolo di cervella in quella fottuta scatola cranica! Avete visto a che razza di impostore avete affidato i vostri cuori, voi soffrite, piangete per questa mezza sega, magari alcune di voi rinnegarebbero pure i rispettivi genitori per un suo ordine, adesso vi facciamo vedere noi a che razza di mente catto dedicate il vostro inutile tempo! Inginocchiati, eroe!!!" Alex piangeva come un infante, e non era ancora successo niente. "Adesso tu pompi il mio cazzo!" "No, ti prego!" "No!?!" E così, tanto per dare incipit alle danze, il visino pulito di Alex venne raggiunto da un paio di fendenti del negro più basso, quello sempre zitto. Pompino o no, il commesso non avrebbe mai più riavuto il viso di come mammina l'ha cagato su questa cazzo di terra. Jerry, il negro senza il braccio destro, prese uno specchio col braccio destro e fece notare la cosa al casanova. Il pianto crebbe in sonorità. Ringo era il capo, voleva godere per primo, si fece spazio tra la folla con l'intento di ripetere le gesta degli operai che all'epoca lavorarono alla realizzazione del traforo del Frejus, nel frattempo gli altri due erano liberi di guardarsi due abiti per il mutamento di stagione. Dalla patta di Ringo uscì il pene più gigantesco e più sporco degli ultimi cento anni, c'era di tutto, rumenta, cricca, formaggia, seccume, la sua cappella non aveva visibilità, rendeva l'idea di una Torino immersa nella nebbia. Chissà quante passerine si erano appoggiate su quelle labbra di principe, ma adesso la musica era cambiata, era arrivato il momento di regalare altri momenti di passione. Il su e giù andava avanti da un po', immerso in un'atmosfera di totale silenzio. Chi voleva poteva anche meditare. Il negro aveva bisogno di concentrazione per eruttare. "Che schifo, ci sono solo vestiti di merda, come cazzo si fa mettere sta roba addosso!" notò stizzito Jerry. "E' tutta colpa tua" fece Jerry, rivolgendosi ad un anziano signore che molto probabilmente si trovava lì per masturbarsi guardando gli indumenti delle ragazzine, "ma siccome sei vecchio ti lascio vivere" disse con una inedita comprensione il carbone numero due "non è colpa di voi vecchi se viviamo in questo mondo dannato! E' colpa dei giovani, anzi, adesso, caro vecchietto, ti tiri fuori il coso se ancora lo possiedi e con calma dopo che il mio capo ha terminato lo infili nella bocca del biondino e ci pisci dentro". Il vecchio ringiovanì di vent'anni. "Non potete farmi questo, io sono un grande attore" disse il biondino in un attimo di pausa dal pompaggio. "Ah sì?" Ringo aveva sempre sognato di fare l'attore "e dove hai recitato? A Roma? A Cinecittà?" chiese incuriosito il negro. "No, a Torino, al teatro Espace." … Ringo glielo ripiazzò in bocca all'istantanea. "Impostore, mentecatto, farabutto, figlio di puttana, stronzo, cialtrone, volevi fregarmi eh? Pensa a succhiare! Cristo di un Dio, non riesco a venire, devi succhiare con più urgenza, bastardo! Ma che cazzo, non ti stai impegnando, io scommetto che sai fare di meglio, allora piccolo tesoro, conto sino a dieci. Se entro dieci secondi non sono venuto, ti faccio un buco in fronte, sei pronto, playboy? Allora uno… due… tre… dieci.

Autore: Giovan Bartolo B.
Data: 25 apr 2006



Quando sono sulla metropolitana mi perdo nel guardare i volti delle persone e non posso fare a meno di immaginarmeli davanti allo specchio che si interrogano. Sulla metropolitana le facce sembrano tutte vagamente simili: gli sguardi appaiono assenti e i pensieri che attraversano le fronti sono informi e leggeri. Secondo me è la luce verdastra che illumina la carrozza che istupidisce le persone, o forse è l'ondeggiare a ritmo di frenate ed accelerazioni che annoia. Io mi chiamo Amaya, e quando mi guardo allo specchio cerco di decifrare l'enigma che disegna il mio volto, di scoprire la storia che mi appartiene ma che non mi è dato conoscere. Sono nata in un luogo imprecisato dell'Argentina nel 1976, le persone che mi hanno donato la vita, e che mi hanno amato per prime, sono state uccise per le loro idee ed io sono stata adottata da una famiglia statunitense. I dubbi cominciarono ad assalirmi fin da bambina: mi guardavo allo specchio e vedevo che i miei occhi grigi, i miei capelli neri e le linee del mio volto non avevano nulla in comune con i caratteri di quelli che credevo essere i miei genitori. Nella mia piccola testa vibrava la lingua spagnola come una musica lontana e in bocca, quando stringevo le labbra perché mi corrucciavo per qualcosa, sentivo il sapore di quello che solo dopo molti anni scoprii essere il mate. Ricordavo vagamente una terrazza assolata, colori, profumi e gioia, e mani amorevoli che servivano in tavola un piatto colmo di churros e tazze di cioccolata, ma in questi frammenti della mia infanzia argentina mancavano sempre i volti delle persone. E quando ho scoperto la verità sono venuta qui, a Buenos Aires. Vivo qui da ormai 8 anni e lavoro come traduttrice, mentre percorro le grandi avenidas, frequento i negozi o viaggio in metropolitana, continuo a cercare nei volti, vorrei specchiarmi in un viso e trovare i miei occhi, il mio sorriso e le rughe che accompagnano le mie espressioni...spero sempre che qualcuno mi fermi e mi dica "Amaya" scandendo quelle cinque lettere come mai nessuno ha saputo fare, con l'amore, la gioia e lo stupore di chi riconosce qualcuno che credeva perduto. Adoro Buenos Aires con il vento che spira dal mare ed il profumo esalato dai caffè francesi, in questo luogo nessuno può sentirsi straniero perché è una città intessuta da migranti provenienti da ogni porto del mondo. Io vivo in un bilocale nel barrio de La Boca, è uno dei quartieri storici di Buenos Aires ed è famoso in tutto il mondo per le sue case lignee colorate, fu costruito dalla fantasia dei genovesi che si insediarono qui nel secolo passato. Ho scelto di vivere in questo pittoresco barrio perché mi sembra uno di quei specialissimi luoghi in cui l'uomo ha saputo dare forma ai propri sogni, nel momento in cui le persone costruiscono la propria casa ricercano anche la loro identità...ecco: io non so se un giorno potrò risolvere l'enigmatica storia della mia identità, ma se anche questo non sarà possibile potrò identificarmi con la stupefacente bellezza di questa città che amo ed in cui non mi sento straniera. Ovviamente ho preso contatti con tutte le associazioni sorte in nome dei "Desaparecidos", ho sfogliato migliaia di album in cui sono raccolti i volti di tutti quegli uomini e donne scomparsi come i miei genitori. Sono facce anonime, come quelle che stanno sulla metropolitana, ognuno di loro ha una storia da raccontare, ma senti che questa è rimasta intrappolata nella violenza della storia, e soprattutto nessuno di quei volti ha una storia che si intreccia con la mia. Sono davanti allo specchio e mi sto chiedendo dove saranno le persone che cercano il mio volto, nell'immagine riflessa si socchiude la porta, per un attimo bellissimo penso che sia la presenza immateriale di qualcuno che finalmente mi ha trovato...poi mi giro, guardo in basso e vedo i grandi occhi verdi della mia micetta che sembra dirmi "Finalmente sei arrivata a casa".

Autore: Serena T.
Data: 25 apr 2006



Mi chiamo Dana, Dana Twin. Cammino avanti e indietro per questo pezzo di marciapiede da circa 17 anni. I miei clienti mi chiamano Dani, il lascio fare, ma a non piace che si storpino i nomi perché i nomi riescono ad essere così intimi restando tutti uguali. Si, voglio dire, ci possono essere due Dana ma, ecco, io sono Dana diversa dall’altra Dana. Dentro, intendo. Comunque, sono afroamericana, così si dice, no? Pelle nera nata in America. Cammino avanti e indietro per questo pezzo di marciapiede da circa 17 anni. Ricordo che mia madre mi diceva sempre: "Dana, quando ti senti sola e sconsolata, quando le cose non vanno come tu vorresti, alza gli occhi e guarda il cielo, sotto di lui siamo tutti uguali". Mamma, ogni sera io guardo il cielo, ogni sera mentre cammino su questo pezzo di marciapiede alzo gli occhi e guardo il cielo, nella speranza di abbassarli e vedere che siamo tutti uguali.

Autore: Paola P.
Data: 25 apr 2006



Mi chiamo Jean. Sono nativo dell'isola più grande del Madagascar, Nosy be. Non è un caso che io porti un nome francofono. Siamo stati colonizzati dai francesi diversi secoli orsono e per questo parliamo correntemente il francese ed il malgascio nostra lingua madre. Oltre al nome alcuni di noi hanno ereditato dai nostri avi colonizzatori, che evidentemente furono ammaliati dalle bellezze locali, anche il famoso profilo alla francese. La mia isola, tra le più belle che si affacciano sull'oceano Indiano, è denominata l'isola dei profumi perché al suo interno nasce spontaneamente una pianta l'ylang ylang dalla cui fragranza si ricava un olio essenziale utilizzato come base per i profumi. L'isola non è unicamente avvolta da odori, ma anche dai colori. Infatti quando i vazah, così noi chiamiamo gli uomini bianchi, vengono a ritemprarsi dallo stress cittadino rimangono affascinati dai dirompenti tramonti le cui tonalità variano dal rosso all'arancio vivo. Il mio nome lo conoscete, ho 24 anni, ho frequentato le scuole ad Anatanarivo capitale del Madagascar. Tra i miei sogni di fanciullo vi è sempre stato quello di migliorare le condizioni di vita dei miei conterranei, costruendo per loro case più solide, dotate di bagni ed acqua corrente. I nostri villaggi più poveri sono costituiti unicamente da capanne di legno. Non ci sono neppure le scuole. Solo nei villaggi più grandi ed attrezzati ne esistono, e questo grazie all'aiuto di volontari che ci hanno aiutato a costruirle e taluni di loro decidono di stabilirsi nel villaggio per insegnare a leggere e a scrivere a bambini e adulti. Nel mio villaggio ne esiste una, sono stato fortunato perché rispetto ad altri ho avuto la possibilità di studiare. La mia famiglia era benestante, ora non più, perché possedeva una mandria di zebù, una specie di buoi locali. Fin da piccolo aiutavo mio padre ad accudire gli animali ma era una attività che non mi soddisfaceva volendo io studiare. Ci è voluto del bello e del buono a convincere mio padre a vendere parte del bestiame per racimolare il denaro sufficiente per andare in città. Sono grato a mia madre che con la complicità della mia insegnante lo convinsero ad offrirmi questa opportunità. Poi per ironia della sorte il mio genitore ha perduto tutto. Le bestie gli sono state rubate. Ora non possiede più nulla, nemmeno il senno. Mia madre nel frattempo è morta. Ragione per cui sono ritornato al mio villaggio per assistere al rito della sepoltura ed ho ritrovato mio padre, un povero vecchio sempre solo, abbandonato da tutti che trascorre le giornate parlando in modo farneticante solo a se stesso. Da noi i rapporti famigliari sono molto importanti, fin da piccoli ci insegnano il rispetto per i genitori e per gli anziani. E così, ora, dopo anni di assenza, devo condividere con mio padre quel poco di vita che gli rimane nonostante siamo divenuti estranei l'uno all'altro.

Autore: Nadia
Data: 25 apr 2006



I miei cinquantasei anni li ho passati tutti in questo bar. Apparteneva a mia madre, che ne aveva sposato il vecchio proprietario in un torrido giorno di luglio. Lei era incinta di otto mesi, lui era un uomo gentile. Di mio padre non so niente, mamma mi raccontava che un giorno si era imbarcato sulla "Santa Lucia" e non era più tornato. Lei lo aveva aspettato per mesi, seduta a un tavolino di quel bar che si affacciava sul molo. Finì per sposare Manuel Espino, regalando a me, che stavo arrivando, un tetto sulla testa e due pasti caldi tutti i giorni. Ricordo la mia infanzia dietro al bancone. La mamma serviva ai tavoli, il vecchio Manuel faceva buffe espressioni tutte le volte che qualche cliente beveva un bicchiere di troppo e alzava la voce. Avevo dodici anni quando lui morì. Il bar chiuse per tre giorni. Il quarto giorno io servivo ai tavoli e mamma stava dietro al bancone. Io ascoltavo i discorsi dei marinai e sognavo una vita diversa. Aspettavo di diventare grande. Aspettavo di fuggire. Ma gli anni passarono veloci uno dopo l'altro. Non ero una ragazza graziosa. Nessuno venne a portarmi via.

Autore: Francesca C.
Data: 24 apr 2006



Mi chiamo Anna, come mia nonna e sono nata a Kiev in Ucraina. Avevo solo sei anni quando un giorno mio padre ci disse che il governo gli avrebbe dato 100 dollari al mese e la televisione e le medicine gratis e una casa nuova, che non dovevamo più pagare l'autobus e saremo andati tutti un mese in vacanza in Crimea. Mio padre partì come liquidatore per Chernobyl. Quando tornò era malato di leucemia e morì l'anno successivo. Il governo intanto si era dimenticato di noi e mia madre alla fame e ad un tugurio in città preferì una "dacia" dove vivere dei prodotti dell'orto. Io continuai a sognare il mare, il sole che scioglie la neve e le alte scogliere della Crimea.

Autore: Valeria C.
Data: 24 apr 2006



Mi chiamo Lev. Lev Kratzky. Ho qualcosa da raccontare, qualcosa di molto importante da raccontare al mondo, a tutto il mondo. Solo una manciata di anni fa una situazione del genere mi sarebbe sembrata impensabile: io che ho una specie di missione da compiere davanti ai cittadini di tutto il mondo? Ma è così, anche se non l'ho voluto io. La mia storia è breve e uguale a quella di molti altri. Ho ventitre anni, non ancora compiuti in realtà. Sono nato in una colonia della Cisgiordania, sono ebreo. Per me essere ebreo è sempre stato molto importante: non solo perché tutte le persone che conoscevo, o quasi, sono sempre state ebree, ma anche perché mio nonno portava impresso sull'avambraccio il prezzo indelebile del suo essere ebreo, e mio padre non faceva che venerarlo con il massimo rispetto e per lui aveva preso a suo tempo la decisione di arruolarsi e di combattere per parecchi anni per difendere la terra del suo popolo. Per tutta la mia famiglia la costituzione del nostro stato era stata molto importante: si videro a un tratto riconosciuti e importanti agli occhi del mondo, sicuri, dalla parte dei forti. Per mia nonna, che aveva seguito nonno Asher attraverso fughe e paure per tutta l'europa centrale, era il riposo e la sicurezza: qui ebbe i suoi quattro figli, qui visse fino al 1969 in una completa venerazione del grande padre Ben Gurion. Siamo una tipica famiglia israeliana, in pratica. Israeliana ed ebrea, naturalmente, ebrea osservante e, direi io ora, quasi ortodossa. Questo un po' a me pesava, lo ammetto: avevo bisogno di spazio, non di costrizioni così rigide, che ottenevano alla fine l'effetto contrario, di farmi perdere un po' il senso della religione. Il fatto è che io da sempre avevo avuto una predilezione per le materie scientifiche, e volevo diventare ingegnere, desiderio che non era realizzabile vivendo in una colonia, cioè in un posto sperduto, quasi rurale. Inoltre eravamo perfettamente inseriti nella comunità, mio padre dopo il congedo faceva il negoziante e il tuttofare ed era diventato una sorta di punto di riferimento per tutti: insomma non c'era nessuno che non si aspettasse qualcosa da me, a partire da nonno che, sappiatelo, voleva vedermi diventare rabbino. Ma, anche se non ne ero propriamente cosciente, tutte queste cose mi sono sempre andate un po' strette. Fortuna che c'è la mamma. Sì, mia mamma. Mia mamma mi dà una boccata d'aria dal clima chiuso e sempre uguale a se stesso della mia famiglia, e grazie a lei non sono mai arrivato neanche lontanamente alla ribellione o al distacco, e sono rimasto un perfetto rampollo Kratzky, anche se un po' diverso da come mi pensavano. Mia mamma mi metteva le matite in mano e mi faceva disegnare, mi insegnava che c'era gente al mondo che non viveva in colonie sempre protette, che esisteva il mare, che esistevano paesi lontanissimi e che in fondo è anche bello se noi non abbiamo mai avuto una patria, perché così siamo figli un po' di tutte le terre, e dovremmo trovarci nella posizione di conoscerle e amarle. Rispettarle, anche se sono diverse da noi e la gente non crede in Dio. Tutto ciò sembrava un po' strano a un ragazzino come me che non si era mai spostato di più di quaranta chilometri, che viveva in un mondo uniforme a se stesso. Eppure sentivo che era vero e ho sempre pensato che non fosse in contraddizione con gli altri insegnamenti, quelli che mi dava mio padre sulla nostra storia, il nostro popolo, quello che avevamo passato per vivere in Israele, Eretz Itzra'el. Mio padre apprezzava che lei ci dicesse quelle cose, perché la conosce e l'ama e ha sempre pensato che certe cose sia più capace lei di dircele, che certe cose lui stesso non possa capirle, per cui deve fidarsi di mamma. Mio nonno non si preoccupava tanto di noi bambini. Era preso dalla situazione politica, che cambiava rapidamente. Non tutto era semplice come prima, quando, come diceva, c'era la sicurezza che tutto fuori dei confini c'era il nemico, ma fuori: ora di nuovo si sentiva minacciato in casa, dentro. Io non è che capissi: minacciati da chi? Infatti posso dire di aver vissuto in una sorta di luogo chiuso, limpido e senza problemi, ma chiuso al mondo, per i miei primi dieci anni. E poi evidentemente qualcosa cambiò. Per farla breve, scoppiò l'Intifada, e questo ebbe un grande effetto sui miei. Guardavano le immagini in televisione ed erano spaventati. Ne discutevano coi vicini. Mio nonno per non farsi capire a volte riutilizzava vecchie frasi di yiddish semi sepolte nella sua memoria. Era scioccato. Io sorpresi più volte mamma e papà a discutere preoccupati e tesi; un giorno che con le mie sorelle tornavo a casa, senza spiegarci ci abbracciarono forte e ci tennero chiusi in casa per tutto il pomeriggio. Più tardi le immagini confuse mi furono chiarite e seppi che in un attacco a una colonia vicina erano state usate le armi e qualcuno era rimasto gravemente ferito. Più tardi ho anche saputo che mia madre si era spaventata a tal punto che aveva cominciato a insistere per trasferirci a Tel Aviv, dove eravamo un bersaglio meno visibile e immediato; anzi qualche anno fa mi ha anche confessato che sperava di poter finalmente offrire ai suoi figli una vita un po' diversa, aperta, moderna. Ma mio padre non permise debolezze. Aveva seppellito sua madre in quella colonia, e, poi, non si sentiva pronto a ricominciare. L'Intifada si attenuò, ma gli eventi politici continuavano a susseguirsi rapidi e molte cose accrescevano nei miei se non la paura, almeno l'incertezza. Poi è venuto qualcosa che ci ha indotti al grande cambiamento, convincendo a fondo anche mio padre. Insomma, così ora sono tredici anni che, dopo la morte di nonno Asher, la famiglia vive a Tel Aviv. Fu un cambiamento radicale. La scuola, per esempio: con molti più studenti, diversissimi tra loro, dai più ortodossi ad altri, pochi perché eravamo una scuola religiosa, guardati con disprezzo perché erano, come diceva il mio amico Reuven, figli di progressisti, comunisti e apikorsim- e qui Reuven fa sempre una smorfia di disprezzo e sputa per terra. Reuven è un personaggio, l'ho sempre detto. Ho molto rispetto per lui. E' di una famiglia ultraortodossa, e lui sì che farà sicuramente il rabbino; a suo modo, è anche spiritoso, anche se nessuno mi crede quando lo dico, per via dei suoi modi troppo sprezzanti. C'è una strana amicizia tra noi, anche se, ci penso ora, sembra ormai arrivata a un'inevitabile fine. Come ho detto prima, tutto quello che mi sta succedendo mi sembra così strano per uno come me: anche l'aver litigato con quello che è stato dal mio arrivo in città il mio migliore amico...ma non poteva essere altrimenti, conoscendolo. Ecco, appunto, siccome vi ho detto che la mia storia era breve, e mi ripromettevo di essere incisivo ed efficace, sarà meglio che incominci a parlarvi di ciò che dovete assolutamente sapere. In breve: mi sono diplomato, mentre la mia vita si arricchiva di musica, partite di calcio, letture stimolanti, e non pochi amoretti. Ero sempre convinto di fare l'ingegnere, ma prima mi si presentava, come forse sapete, un lungo periodo di servizio militare. Anche se le mie idee si erano naturalmente evolute da quando avevo smesso di vivere in un piccolo paradiso, avevo conosciuto meglio anche le diversità tra gli israeliani e avevo sentito parlare di processi di pace, diritto a uno stato palestinese e soprattutto di speranze fallite, sentivo ancora come un compito in fondo positivo e dovuto quello di prendere le armi per tre anni per la mia patria. Mio padre me ne aveva parlato tanto a lungo che non potevo non aspettarmi che quella fosse la tappa che da ragazzo ti trasforma in uomo, pronto a prenderti responsabilità per il tuo paese. Inoltre ero convinto che ci trovassimo effettivamente in una situazione di pericolo: era la fine del 2001 ed erano esplose violenze senza fine. Alcuni attentati, ve lo dico perché mi capiate in tutto e per tutto, erano avvenuti anche a pochi isolati da casa mia; il ragazzo di mia sorella Sarah era rimasto ferito dall'esplosione di una bomba su un pullman. Mio padre era, e in parte è ancora, inferocito. E così mi preparai alla leva. Era effettivamente una cosa importante: anche mia madre, che pure tremava all'idea, si sentiva emozionata per quella cosa da grandi. Ho deciso che volevo diventare un carrista, e alla fine sono partito. Alcuni ragazzi della mia scuola erano con me: non Reuven, che essendo ortodosso é esentato. Le nostre strade si sono divise allora: lui adesso, come da programma, studia teologia. Qui comincia la mia storia. Il primo periodo, quello dell'addestramento, fu come tutti ce lo aspettavamo, anche se mi colpì la durezza dell'istruttore e certe sue frasi che incitavano all'odio contro i palestinesi e lasciavano capire che era prassi comune applicare qualsiasi violenza: come un videogioco. L'idea ci eccitò, in parte. Fa un certo effetto a neanche vent'anni che ti mettano in mano un'arma e ti dicano:"tieni, hai carta bianca, facci quello che vuoi". Ma che dire? Alla prova pratica, almeno per me, non si è rivelato poi tanto divertente. Alcuni sì, alcuni ci prendono gusto: a demolire le case, a trattare con disprezzo le persone, a sparare sui muri e sulle macchine, a terrorizzare gli abitanti delle strade in cui si passa. Sono cose da cui alcuni si lasciano eccitare, dominare, ammaliare: è come essere Dio. Una volta un mio commilitone ha sparato a una persona senza motivo. Ma che importa cosa ho visto fare? L'ho già raccontato a un giornalista, e poi ci sono tanti altri che hanno già raccontato queste cose terribili. Ora invece stiamo parlando di me. Tutto ciò mi fece effetto. Le notti non riuscivo a dormire, mi agitavo insonne, ripensavo agli eventi di quel giorno, ai nuovi assurdi soprusi. E le persone che li commettevano erano giovani come me, i miei amici d'infanzia magari! Ciò che più mi colpì però non furono quelle cose eccezionali, le iniziative dei singoli pazzoidi che volevano demolire una casa con la gente dentro. La cosa più assurda e incomprensibile è che quelle azioni vengano sopportate e anzi incoraggiate, la cosa più assurda sono le oppressioni ufficialmente dichiarate e riconosciute, come i posti di blocco ogni cinque chilometri, le interminabili attese, il divieto di spostarsi, le recinzioni, il muro, le perquisizioni: tutte cose umilianti che non possono non farmi pensare alle parole di mio nonno quando mi descriveva con voce inespressiva ma forte la vita del ghetto. E un'altra cosa che mi colpì fu incontrare gli occhi di una donna e pensare a un tratto che viveva a non più di sessanta chilometri dal luogo in cui ero nato, e pensare che non aveva, e non ha, diritto a uno stato suo da amare e da odiare come ora io con Eretz Itzra'el. E tutte queste cose le ripetevo a casa, ai miei, e mi è toccato sentirmi dire da mio padre, e anche da Reuven, che non avevo capito nulla e che tutto ciò poteva essere un po' esagerato ma necessario per la sicurezza del nostro popolo di Israele, che è poi il popolo eletto. Ma c'è un'altra cosa, e cioè che io in questi tre anni ho quasi del tutto perso la fede in Dio, o meglio, ci credo in modo totalmente diverso, e questo strappo mi ha fatto anche male. Ho perso quasi ogni punto di riferimento: dov'è l'eroico sacrificio a difesa della patria di cui mio padre mi ha parlato, dove il rispetto delle altre terre in cui credeva la mamma? L'uguaglianza tra gli uomini che auspicavano alcuni dei libri che ho letto? Queste persone vivono e amano la nostra stessa cara terra, e anche loro sanno innalzarle canzoni d'amore come noi con alcuni salmi, eppure vivono sotto un'oppressione rigidissima e vincolati da prescrizioni assurde. Quello che ho fatto io, che non avevo un'educazione politica nè conoscenze, e allora non sapevo che esistono altri che la pensano come me, è stato semplicemente rifiutarmi, dopo una licenza, di tornare ad occupare la terra dei miei vicini e le loro vite. Solo dopo mi sono accorto che l'esperienza dell'occupazione ha portato altri giovani israeliani alle mie stesse conclusioni: li ho conosciuti per mezzo del mio avvocato e ora che sono in carcere mi tengo contatto con loro. Ho capito che ciò che possiamo e dobbiamo fare è parlare, parlare, parlare. Dobbiamo raccontare ciò che abbiamo fatto, ciò che abbiamo visto fare, ciò che abbiamo avuto ordine di fare. Credo che il principale problema sia che gli israeliani non sanno, o non se ne rendono conto a fondo, ciò che succede ad alcune decine di chilometri dalle loro case, non sanno cos'è l'occupazione, non sanno quanto in realtà costi la loro protezione, non sanno come vive il popolo di cui parlano sempre tanto...Reuven non è che un esempio, eclatante: egli parla e sputa sentenze in campo di politica, ma ignora la vita di un suo coetaneo dall'altra parte del muro, così come io da piccolo ignoravo la vita al di là delle recinzioni e del presidio militare, nei villaggi palestinesi che sapevo esistere a pochi chilometri. Bisogna dire agli israeliani: parlate quando sarete stati informati, e informarli. Bisogna dire ai politici: ecco ciò che state facendo, prendetevene la responsabilità. E se già la gente lo sa...bè, bisogna che si rendano conto sul serio...non posso credere che la gente possa accettare tutto questo. Per questo io e gli altri refusnik, anche se al momento di spazio ce ne viene lasciato davvero poco, scriviamo ai giornali, e se possiamo partecipiamo a conferenze, dibattiti. Naturalmente parlare di questo non basterà a risolvere nulla; spesso provocatoriamente la gente mi chiede se ho mai perso qualcuno in un attentato. Non so che dire: no, e sono cose che ancora non riesco a comprendere. Però comprendo che c'è qualcosa di sbagliato se riconosciamo solo parte del problema, solo una delle tante facce della medaglia, e pretendiamo di risolverlo a questo modo. Che c'è qualcosa di sbagliato se, vivendo a neanche cento chilometri da una terra sotto occupazione, dopo aver saputo ciò che accade decidiamo lo stesso di andare verso il mare a prenderci un gelato per goderci l'estate di Tel Aviv. Quello che dico io è che come società civile dobbiamo porci il problema. E non tenere in carcere ragazzi come me il cui solo torto è non aver voluto dare un calcio definitivo alla nostra coscienza, alla buona educazione che ci era stata impartita o anche al buon senso di cui comunque, con qualsiasi educazione, siamo forniti. Non capisco come loro non ci ascoltino, come voi, gente del mio quartiere, della mia città, del luogo dove sono cresciuto, non mi ascoltiate. Ma noi grideremo ancora. perché non vogliamo vedrevi andare in questa direzione che avete preso senza preoccuparvene, non vogliamo vedervi ignorare ciò che fanno i vostri figlioli lontani da casa per difendervi: perché siamo davvero diventati uomini durante il periodo di leva, e grideremo ancora.

Autore: Giuseppe
Data: 24 apr 2006



Maledetto motorino, se arrivo in ritardo anche oggi rischio veramente di essere licenziato; non potevo nascere in pianura invece che in questo paesino abbarbicato sulle colline? Dai piccolo non manca molto, fai un ultimo sforzo e anche questa mattina arriviamo a destinazione. Devo decidermi: cambio il motorino o cambio città. Il mio nome è Manuel Camacho e questo meraviglioso paese abbarbicato sulle colline è Taxco, Messico. Sono sposato con Maria e ho cinque figli riconosciuti, e sicuramente qualche altro disperso nei dintorni di città del Messico perché, senza falsa modestia, da giovane avevo un fascino notevole sulle donne. Ora che ho superato i cinquanta anni ho messo la testa a posto, o quasi; non mi occupo più di donne ma diciamo che oltre alla professione ufficiale di facchino presso il famoso Hotel Taxco, ho un passatempo molto più proficuo. Il facchino d'albergo, di un albergo di lusso come l'Hotel Taxco, non è un lavoro mal pagato e riesco a mantenere dignitosamente la mia famiglia, inoltre la direzione dell'albergo deve avere notato la mia bella presenza, cortesia e affidabilità (queste erano le doti richieste nell'inserzione letta sul giornale per questo lavoro) e oltre al trasporto delle valigie nelle camere, mi hanno promosso responsabile della piscina e accompagnatore di signori e signore attempate ai campi da golf. Ed è proprio vicino alla piscina e al campo da golf che nasce il mio secondo lavoro, il più proficuo. Avete mai notato ad esempio come, in questi grandi alberghi, le signore e i signori si presentano in piscina? arrivano con il costume all'ultima moda, magnifici sandali che valgono più del mio motorino, e completamente ricoperti d'oro: anelli, braccialetti, collane, orecchini. No, non rubo, la mia coscienza non me lo permetterebbe mai, diciamo che recupero ciò che loro perdono, rintraccio le loro dimenticanze e do valore a ciò che loro non considerano. Non potete nemmeno immaginare quanti braccialetti, anelli e collane si trovano vicino alle sdraio di questi personaggi stravaganti e un po' sbadati; oppure alle infinità di gingilli che volano assieme alla pallina fino in buca. Ma non è un lavoro che tutti possono fare, bisogna fotografare mentalmente le persone più interessanti, controllare i loro spostamenti, verificare che tutti i loro ori indossati siano sempre al posto giusto e, quando qualcosa non è più dove doveva essere, sapere iniziare una ricerca discreta e silenziosa, anche perché l'albergo è controllato da telecamere e se ti inquadrano troppo spesso mentre cerchi qualcosa, sei fregato. Pensate che durante le partite di golf sono capace di capire quando il susseguirsi di tiri porterà allo sganciamento del cinturino dell'orologio d'oro e a seguirne la traiettoria durante il volo. Se poi il cliente se ne accorge ricevo sempre una cospicua mancia di ricompensa per avere ritrovato, con tanta celerità, il loro patrimonio, altrimenti dopo la partita mi regalo la mia ricompensa e recupero l'orologio. Diciamo che delle buone giornate di lavoro mi permettono di arrotondare il mio stipendio e di dare delle opportunità ai miei figli (per questo io ho ancora un vecchio motorino: i soldi sono solo per i miei piccoli e per il loro futuro, ed inoltre non vorrei mai dare nell'occhio con acquisti eccessivi). Tutto ciò che trovo lo rivendo; non dobbiamo dimenticare che Taxco è famosa per le sue miniere d'argento, ormai abbandonate, ma i suoi gioielli vengono venduti in tutto il paese e se volete qualche monile particolare questo è il posto giusto, e, come potrete immaginare, lo è anche per la mia seconda attività.

Autore: Pat G.
Data: 24 apr 2006



Il mio nome è Guadalupe, sono una gitana spagnola. Ho 11 anni e vivo nel quartiere del Sacrocuore ai margini di Granata. La mia gente, vive con abitudini e ordinamenti del tutto propri. Siamo orgogliosi delle nostre origini e della nostra cultura. Noi donne abbiamo regole rigide, ma gli uomini hanno il comando di tutto e noi siamo fiere di essere mogli, madri, figlie sottomesse. Gli uomini non lavorano, ma si occupano di controllare che tutto avvenga sotto le loro regole, punendo chi non le rispetta. Anch'io insieme alle altre donne, mi occupo dei piccoli e di guadagnare il più possibile per il mantenimento della famiglia. Ci esibiamo ballando il Flamenco nelle strade adiacenti al nostro quartiere, dove i turisti incuriositi si avvicinano inizialmente con diffidenza. Poi la nostra musica, i canti nel nostro dialetto, il ritmo, i nostri abiti catturano il loro interesse e vengono sempre più vicini, ci applaudono, provano ad imitarci. Il Flamenco mi dà grosse emozioni, mi sento di rappresentare la Gitana di centinaia di anni fa che trasmette alle generazioni future la propria cultura. Ballando e fluttuando gli abiti faccio passi antichi, ma sono miei perché io li interpreto col mio corpo e la mia anima. Il mio pensiero si trasforma in danza: la mia gioia, la mia rabbia, il mio dolore, il mio orgoglio. Oggi insieme alle altre donne, siamo andate di fronte alla Chiesa. Avevo il vestito azzurro che è quello che preferisco perché è il più ampio, e quello che usava mia sorella Ester, ed avevo i capelli raccolti. Mentre ballavo mi sono accorta che c'era un ragazzo che mi guardava intensamente. Era un turista, probabilmente mio coetaneo. Aveva uno sguardo dolce, occhi e capelli chiari, era diverso da noi. Ho provato un brivido, ma non gli ho sorriso. Ho continuato a ballare, per lui, con tutta la passione che sentivo, mentre pensavo che non l'avrei mai potuto conoscere perché lui non è uno di noi. Io dovrò sposare un Gitano.

Autore: Alessandra G.
Data: 24 apr 2006



Gli occhi di Thai sono sul mare, su quel mare che una volta lei vedeva smeraldo con le onde frizzanti sulla battigia che si ripiegavano sotto i suoi giovani piedi, e che adesso è grigio, sotto un cielo di piombo, e che si muove denso, come un'enorme distesa di mercurio, e bagna viscido e oleoso le sue gambe impietrite, senza una risacca, senza una spuma bianca, senza un'espressione che le ricordi quando aveva la pelle liscia, e non ruvida e rugosa, quando i suoi seni erano prosperosi di vita, e non avvizziti e morti, quando i suoi denti biancheggiavano tra le sue morbide labbra, e non erano separati tra due corde secche. Quel mare era la vita lungo l'enorme spiaggia, picchiettato dai fili di un sole così caldo da chieder soccorso ai dolci fruscii delle palme di fronte alla sua capanna, dove si sedeva ad aspettare le barche al ritorno con i doni della fertilità delle onde, che saltellavano tra la fitta trama delle reti, ed il suo uomo, per quale preparava da mangiare assieme alle donne degli altri uomini con gli aromi che si diffondevano per l'aria assieme ai chiacchiericci, mentre gli uomini parlavano di storie di pesca al ritmo dell'altalenarsi delle punte infiocchettate delle barche. E poi andavano al mercato a vendere il pescato tra l'andirivieni delle urla della gente, e poi tornavano al villaggio col i loro onesto guadagno nelle tasche, e poi aspettavano il tramonto e ringraziavano quel mare per avergli offerto quella giornata, e poi arrivava la sera e loro bocche si congiungevano, e poi la notte ed i loro ventri fertili si univano, e mescolavano i suoni del piacere con lo sciabordio delle onde. Così era la vita, così era la natura, così era il moto perpetuo, che un giorno si spezzò, che un giorno saltò in aria, sbriciolandosi appresso alle ruspe, appresso alle genti con le pelli bianche, appresso ai loro lunghi cementi fino a violare il cielo, e il mare divenne giallo, il cielo opaco, e i pesci furono cacciati via, e le capanne strappate assieme all'ombra dei palmizi, e tutto fu stravolto, e i mercati divennero negozi, e gli uomini servi, e le donne andarono a pulire i cessi o a riempire i bordelli a vendere il loro ventre, e l'enorme spiaggia si restrinse inondata da pance bianche e seni rigonfi. E tutto andò così, sempre più alto, sempre più bianco, sempre più bordello, ma il mare non sopporta, il mare non perdona, il mare non vuole essere giallo, e un giorno un'onda cattiva e più alta di qualsiasi cosa si ribellò, si strappò dall'infinito, e si scagliò rabbiosa, e cancellò ogni cosa, e si portò via tutto…….Ed è passato molto tempo, e niente fu come prima, Thai divenne silenziosa, e il suo uomo andò via appresso la rabbia del mare, come tutto quanto, e tutto quanto divenne grigio, e anche lei divenne grigia, e i suoi ricordi adesso danzano muti, come fantasmi trasparenti di qualcosa che non è mai esistito. Gli occhi di Thai sono sul mare……..

Autore: morrison
Data: 24 apr 2006



Mi chiamo Dana, Dana Twin. Cammino avanti e indietro per questo pezzo di marciapiede da circa 17 anni. I miei clienti mi chiamano Dani, il lascio fare, ma a non piace che si storpino i nomi perché i nomi riescono ad essere così intimi restando tutti uguali. Si, voglio dire, ci possono essere due Dana ma, ecco, io sono Dana diversa dall'altra Dana. Dentro, intendo. Comunque, sono afroamericana, così si dice, no? Pelle nera nata in America. Cammino avanti e indietro per questo pezzo di marciapiede da circa 17 anni. Ricordo che mia madre mi diceva sempre: "Dana, quando ti senti sola e sconsolata, quando le cose non vanno come tu vorresti, alza gli occhi e guarda il cielo, sotto di lui siamo tutti uguali". Mamma, ogni sera io guardo il cielo, ogni sera mentre cammino su questo pezzo di marciapiede alzo gli occhi e guardo il cielo, nella speranza di abbassarli e vedere che siamo tutti uguali.

Autore: Paola P.
Data: 21 apr 2006



Quando sono sulla metropolitana mi perdo nel guardare i volti delle persone e non posso fare a meno di immaginarmeli davanti allo specchio che si interrogano. Sulla metropolitana le facce sembrano tutte vagamente simili: gli sguardi appaiono assenti e i pensieri che attraversano le fronti sono informi e leggeri. Secondo me è la luce verdastra che illumina la carrozza che istupidisce le persone, o forse è l'ondeggiare a ritmo di frenate ed accelerazioni che annoia. Io mi chiamo Amaya, e quando mi guardo allo specchio cerco di decifrare l'enigma che disegna il mio volto, di scoprire la storia che mi appartiene ma che non mi è dato conoscere. Sono nata in un luogo imprecisato dell'Argentina nel 1976, le persone che mi hanno donato la vita, e che mi hanno amato per prime, sono state uccise per le loro idee ed io sono stata adottata da una famiglia statunitense. I dubbi cominciarono ad assalirmi fin da bambina: mi guardavo allo specchio e vedevo che i miei occhi grigi, i miei capelli neri e le linee del mio volto non avevano nulla in comune con i caratteri di quelli che credevo essere i miei genitori. Nella mia piccola testa vibrava la lingua spagnola come una musica lontana e in bocca, quando stringevo le labbra perché mi corrucciavo per qualcosa, sentivo il sapore di quello che solo dopo molti anni scoprii essere il mate. Ricordavo vagamente una terrazza assolata, colori, profumi e gioia, e mani amorevoli che servivano in tavola un piatto colmo di churros e tazze di cioccolata, ma in questi frammenti della mia infanzia argentina mancavano sempre i volti delle persone. E quando ho scoperto la verità sono venuta qui, a Buenos Aires. Vivo qui da ormai 8 anni e lavoro come traduttrice, mentre percorro le grandi avenidas, frequento i negozi o viaggio in metropolitana, continuo a cercare nei volti, vorrei specchiarmi in un viso e trovare i miei occhi, il mio sorriso e le rughe che accompagnano le mie espressioni...spero sempre che qualcuno mi fermi e mi dica "Amaya" scandendo quelle cinque lettere come mai nessuno ha saputo fare, con l'amore, la gioia e lo stupore di chi riconosce qualcuno che credeva perduto. Adoro Buenos Aires con il vento che spira dal mare ed il profumo esalato dai caffè francesi, in questo luogo nessuno può sentirsi straniero perché è una città intessuta da migranti provenienti da ogni porto del mondo. Io vivo in un bilocale nel barrio de La Boca, è uno dei quartieri storici di Buenos Aires ed è famoso in tutto il mondo per le sue case lignee colorate, fu costruito dalla fantasia dei genovesi che si insediarono qui nel secolo passato. Ho scelto di vivere in questo pittoresco barrio perché mi sembra uno di quei specialissimi luoghi in cui l'uomo ha saputo dare forma ai propri sogni, nel momento in cui le persone costruiscono la propria casa ricercano anche la loro identità...ecco: io non so se un giorno potrò risolvere l'enigmatica storia della mia identità, ma se anche questo non sarà possibile potrò identificarmi con la stupefacente bellezza di questa città che amo ed in cui non mi sento straniera. Ovviamente ho preso contatti con tutte le associazioni sorte in nome dei "Desaparecidos", ho sfogliato migliaia di album in cui sono raccolti i volti di tutti quegli uomini e donne scomparsi come i miei genitori. Sono facce anonime, come quelle che stanno sulla metropolitana, ognuno di loro ha una storia da raccontare, ma senti che questa è rimasta intrappolata nella violenza della storia, e soprattutto nessuno di quei volti ha una storia che si intreccia con la mia. Sono davanti allo specchio e mi sto chiedendo dove saranno le persone che cercano il mio volto, nell'immagine riflessa si socchiude la porta, per un attimo bellissimo penso che sia la presenza immateriale di qualcuno che finalmente mi ha trovato...poi mi giro, guardo in basso e vedo i grandi occhi verdi della mia micetta che sembra dirmi "Finalmente sei arrivata a casa".

Autore: Serena T.
Data: 21 apr 2006



Mi chiamo Arnaldur Gudmundsson. Sono nato e vivo a Egilsstadhir, nell'Islanda orientale. Ho quarantotto anni e tre figli; il più piccolo, l'unico maschio, ha iniziato la scuola quest'anno. Fino ad oggi ho lavorato come custode alla base americana, ma proprio la settimana scorsa mi hanno comunicato, come se niente fosse, che verrò licenziato tra due mesi. Gli americani se ne vanno a giugno, chiudono la base e così, dopo venticinque anni, mi manderanno via. Non so proprio cosa farò quando non avrò più questo lavoro; non ho titolo di studio e neppure una qualifica, e non posso diventare pescatore a cinquant'anni: non lo so fare, e poi il pesce mi fa schifo. Spero che mi diano il sussidio statale finché trovo qualcos'altro, almeno. Non è molto, 60.000 corone al mese, ma forse basterà per i libri di mio figlio. Magari, poi, mia moglie potrebbe cercarsi qualche lavoretto part-time. In realtà, non sono molto fiducioso.

Autore: Salvatore C.
Data: 21 apr 2006



Mi chiamo Juan e vivo a El Paso ormai da un anno , faccio il bracciante e mi pagano in nero.Sono fuggito dal Mexico,casa mia, due anni fa quando il governo ci consegno un deplian a famiglia ... come essere clandestini e farla franca.Ci veniva illustrato tutto come una strana guida turistica o un realiti : i posti di blocco meno controllati,che tipo di viveri da portarsi dietro ecc...Oggi vivo qui non é che stia meglio mi manca la mia casa e la mia famiglia che non so se riusciro' a rivedere.Questa faccenda del muro mi preoccupa molto.Oggi pero' ho una speranza...

Autore: Laura G.
Data: 21 apr 2006



- Il suo nome prego?
- Gamal Al Aras
- Età?
- 30 anni
E' questa la solita procedura e le solite domande in una delle solite mattine passate a cercare lavoro. Non ho ne moglie ne figli e per mantenermi faccio lavori saltuari nella città di Port Said. Non voglio lasciare l'Egitto e tanto meno la mia città che porta ancora i segni dei bombardamenti della solita guerra con Israele, ma che non smette mai di emozionarmi come ieri sera, mentre lavoravo al porto, quando sono rimasto interminabili minuti a osservare la moltitudine di navi in attesa di entrare nel canale. Non sono un artista o un poeta ma certi spettacoli ti mettono in contatto direttamente con il divino e anche se faccio lavori molto umili non manco mai di coltivare la mia parte spirituale. Ho una famiglia molto numerosa e molto unita che non perde mai l'occasione per stare assieme e per aiutarsi. Sais è il più piccolo dei miei fratelli e sicuramente quello a cui sono più legato, forse perché mi assomiglia molto per carattere. Chi ci conosce sa che siamo due sognatori.

Autore: Sara G.
Data: 21 apr 2006



Da generazioni vivo nella regione del Mar Caspio kazako ed il mio nome è quello ingombrante di un eroe antichissimo ed invitto. Da quante generazioni siamo qui? Se lo chiedeste a mio nonno vi direbbe che è una domanda oziosa: ci siamo nati, ci siamo sempre stati ed eravamo qui prima dei russi e di tutti gli altri che sono venuti dopo. Parlarne oltre non è interessante neanche per lui che passa tutto il giorno seduto a fumare e chiacchierare di niente col primo che passa. Certo, lui non userebbe il termine "ozioso" che nella lingua dei padri non esiste, lui vi farebbe un gesto per dire "siediti con me a fumare" e vi indicherebbe la panca davanti casa, sotto il limone. E' lo stesso limone sotto cui giocavo io da bambino ed e' la stessa casa dove è nato lui, mio padre e i loro nonni. Così è, tutto qui. Da quando ero bambino a oggi, il limone è diventato sempre più piccolo; io mi sono laureato, sposato e mio nonno ha preso a darmi del lei. Non lo fa solo per rispetto e orgoglio, c'è anche un senso di stupita estraneità. E' la stessa miscela che gli leggo sul viso quando guarda le mani pulite e senza calli di mio figlio. Così è, non c'è niente da fare. Oggi sono andato da mio padre e gli ho detto che da più di un anno sono in cura da uno psicologo, stavo male e avevo bisogno d'aiuto. Così è e così gli ho detto, tutto di un fiato. Lui che ci sente bene e che sa benissimo cos'è uno psicologo, ha fatto finta di non capire. Gli ho ripetuto tutto più lentamente. Poi una terza volta, estenuato dal silenzio, quasi con le lacrime agli occhi. Lui turbato ha continuato a trafficare inconcludente tra i fornelli della cucina. Finalmente mi ha chiesto: "Che tipo di problemi hai con la testa?". Gli ho detto che non è la testa, è l'angoscia. Istintivamente, per farmi capire, ho fatto un gesto come se avessi un vero mal di pancia. Mio padre che non aveva bisogno del gesto per capire ma lo stesso non sapeva cosa dirmi, mi ha preparato una limonata fresca con i limoni del mio albero. L'angoscia è rimasta ma il mal di pancia di quel pomeriggio c'era e mi è passato.

Autore: Claudio G.
Data: 20 apr 2006



Salve, io sono Hisae e vivo da due mesi nella caotica Kyoto. Mi sono trasferita per ripercorrere le tappe di un antica storia legata alla mia famiglia. La mia bisnonna materna era una famosa geisha di nome Shikiko. Questo è un quartiere antichissimo che una volta all'imbrunire si popolava di magici colori. Donne dipinte come bambole di porcellana che camminavano nei loro zoccoli di legno. Tra i capelli pettinini d'argento e fiori. Creature misurate e perfettamente controllate in ogni gesto. Pontocho era il distretto dove viveva Shikiko. Ho solo una foto che la ritrae nel suo kimono color azzurro cielo e guardarla mi emoziona. Vedo un viso bianco latte nel quale emergono due piccole labbra rosso ciliegia dipinte con pazienza che formano un cuore. L'attaccatura dei capelli nerissimi crea un contrasto notevole con il bianco del viso. L'acconciatura è perfetta e dal lato sinistro un delizioso fermaglio d'argento. Tiene in mano un piccolo ombrello di carta con disegnate tante leggere foglie. Quel disegno lascia spazio alla mia fantasia, infatti, la immagino camminare sotto un albero e che al suo passaggio tante piccole foglie si siano posate delicatamente nel suo ombrello per rendere ancora più magica la sua figura..un ornamento in più..su questa creatura eterea e preziosa. Il kimono ha una fantasia primaverile. Guardando con attenzione si possono intravedere fiorellini di ciliegio che coprono tutta la parte sinistra…sembra di una seta pregiatissima. L'obi, la fascia che funge da cinta, è di color rosso acceso ed è di broccato. La immagino camminare tra le strade del quartiere con lo sguardo rivolto all'orizzonte..uno sguardo carico di sentimenti contrastanti..uno sguardo che custodisce il segreto di una cultura tanto lontana ma così affascinante come le donne che hanno saputo incarnare questo sogno…un sogno che vive ancora. Guardo fuori dalla mia finestra…la giornata è calda e il sole illumina il mio viso. Spero che alla fine del mio soggiorno in questi luoghi io possa trovare un piccolo pezzo di storia che mi appartiene…che parli anche di me in qualche modo, dove io possa ritrovarmi e capire.

Autore: Nicoletta F.
Data: 20 apr 2006



Mi chiamo Sergei Lobanov e sono nato in Russia, ne sono sicuro. Non mi serve avere documenti per saperlo, non mi serve aprire gli occhi, né essere sobrio. Non sono sicuro della mia età, ho più di quarant'anni, sì, ma non è importante. L'importante è che mi chiamo Sergei come mio padre, e come lui ho la barba. Mio padre mi diceva due cose: che nella nostra famiglia c'erano stati artisti e nobili, e che un uomo deve avere la barba. Non sapevo se credere alla prima, guardando i calli sulle sue mani, ma non ho mai dubitato della seconda. La gente può pensare che ho questo aspetto perché non mi curo, non mi lavo. Ma no. La mia barba mi protegge dal gelo mentre dormo sul marciapiede, mi riscalda insieme alla vodka. Quando ero bambino, se vedevamo qualcuno con la faccia liscia, sapevamo subito che era di città. I nostri avevano tutti la barba e allevavano animali. Maiali, galline. Molti andavano a caccia. Quando ero bambino c'erano lupi dovunque, ma almeno sapevamo cosa aspettarci. La mia barba sono io, è quello che resta del mio passato. La mia barba e il mio nome. Il nome di mio padre, ne sono sicuro.

Autore: Insetta
Data: 20 apr 2006



Avanti, avanti, un favore! Che, non vi sto mica chiedendo un milione! Una moneta del cazzo, che ve ne frega! (Niente...niente...) Avanti, vi prego, vi prego! Mi chiamo Ivan, ho quarant'anni e non ho un lavoro, ho bisogno di una moneta, per mangiare, vi sto chiedendo solo una moneta per mangiare, una moneta sola. (Niente...non mi ascoltano, mi scansano...Mi lasciano qui solo al centro della strada a pregare come un cretino...) Ehi, voi, che c'è, vi faccio schifo?! Sì, mi devo fare! E allora? Che cazzo volete? Datemi una moneta almeno, così la mia agonia finirà prima. Ho quarant'anni ma sembro già vecchio. Datemi una moneta sola, e questa notte il vecchio Ivan se ne va all'inferno! (Mi devo fare. Ho freddo e fame. Tutti questi stronzi mi scansano come se avessi la lebbra. Ho freddo e sono stanco. Sta per calare di nuovo la notte e non ho un riparo, nulla. E' gelido quest'autunno di Mosca, con la nebbia e il freddo che calano.) Una moneta! Pietà! Per mangiare, pietà! (Una moneta e stasera sarei felice...no, non voglio morire cosciente.)

Autore: francesca r.
Data: 19 apr 2006



In questo periodo dell'anno c'è finalmente qualcosa per cui mi piace vivere qui. Amo vedere le strade bagnate e gonfie di fango disseccarsi a poco a poco, dopo le grandi piogge. Se non fosse per questa sensazione di rinascita che ogni anno mi sorprende, bè, me ne andrei anche domani senza nessun rimpianto. Tutto il resto qui in Bangladesh fa schifo. La mia vita qui non ha altro orizzonte che quello di una discarica...mi piacerebbe andare in qualche città indiana, al riparo dalle piogge, brulicante di mondo, di gente e di possibilità: perchè più lontano non potrei comunque arrivare, ora come ora, e perchè sarebbe sempre meglio di questa passività mista di fango, fatica, inondazioni. Farei proprio di tutto per andarmene da questa baracca di lamiera storta e traboccante di odori nauseabondi dove vivo con la nonna, la mamma e gli altri sei tra fratelli e sorelle, per non dovermi svegliare ogni giorno alle urla "Miriaaaaaammm!!!!" della nonna, andare con lei a curare l'orto di un'altra famiglia nella parte alta di Dakha, e poi tornare a sera con un cesto di verdure marce, aiutando la nonna nei passaggi difficili della strada. Darei un calcio a tutto questo, il mondo è grande, più grande di queste solite cose, e ormai a sedici anni ho l'età per viverlo, anche da sola, per aprirmi possibilità. Ma qui no, qui non c'è niente. Probabilmente finirò con l'accettare anche di finire su una strada di un quartiere a luci rosse di Delhi, ad aspettare qualche ricco straniero, piuttosto che marcire qui, nell'ultima discarica del mondo, con due vecchie brontolone e una manciata di mocciosi affamati. Forse quella per me sarebbe davvero l'unica via. Ma certi giorni, a sorpresa, mi coglie uno strano ottimismo e preferisco pensare che ancora ci siano altre possibilità, altre strade nel mondo da raggiungere.

Autore: Ciccio
Data: 19 apr 2006



Ho 38 anni. Una casa. Un marito. Due figlie. La mia vita? La stessa, da sempre e per sempre, perché io non vivo, io recito un copione dove sono la protagonista e dovepochi occhi sono puntati su di me. Vivo in una casa, no anzi, in una bella villetta fatta costruire da mio padre. I mobili li ho scelti personalmente. Il mio matrimonio è stato fantastico anche se ho dovuto faticare molto per realizzarlo. Notti e notti di pensieri, ripensamenti, spostamenti mentali. Ho chiamato l'architetto, d'altronde ci si sposa una volta sola, sì perché io credo nel matrimonio, nella fedeltà, nel rispetto delle festività: Natale, Pasqua, i sacramenti, il rispetto per i genitori. E' proprio per loro che ho fatto tutto questo, per renderli felici e orgogliosi di me. Ho due figlie. Una assomiglia tutta al padre, anche nel carattere, l'altra è simile a me e alla mia famiglia d'origine. Siamo molto orgogliosi di lei, anche i miei genitori. Ai colloqui del primo anno della scuola primaria le insegnanti mi hanno fatto i complimenti per questa figliola così educata e a modo. Mi sento molto lusingata di avere una figlia così, mi assomiglia molto. E' la prima di tutto l'istituto, brava, bella ed educata. Oltre ad avere una bella casa, delle figlie brave e un marito che rispetto io conduco una vita anche molto dispendiosa. Me lo posso permettere perché i miei genitori hanno fatto molti sacrifici per farmi fare la vita da regina ed io non posso deluderli, gli darei un dolore troppo grande. Vesto bene. Di solito nel pomeriggio dopo essermi truccata e aver cambiato le mie figlie vado per i negozi ad osservare le vetrine e ad informarmi sugli ultimi capi alla moda, sì perché una persona per bene si vede anche da questo, come si presenta agli altri. Credo di avere molto gusto nello scegliere il tipo di abbigliamento adatto all'occasione. Infatti quando ho molto da fare lascio le mie figlie a mia madre per concentrarmi meglio sul capo d'abbigliamento, lo devo osservare attentamente per la scelta dei colori che sono importanti per abbinarli agli accessori. Per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei miei genitori io ho curato tutto: ho inviato gli inviti, ho scelto i vestiti nuziali, mi sono occupata dei fiori, degli addobbi, del rinfresco e della scelta del ristorante. Ho avuto così tanto da fare che in alcuni momenti la mia solita emicrania mi colpiva all'improvviso senza lasciarmi respirare. Malgrado il grande affaticamento e il dover pensare a tutto ho organizzato un matrimonio da sogno e tutti erano felici. Ho anche pianto in chiesa quando i miei hanno rinnovato la loro promessa, non riuscivo a fermare le lacrime, dopotutto sono sempre i miei cari genitori. Non sopporto chi veste ordinariamente, chi ha una casa piccola e poco elegante. Penso di essere una persona dal gusto classico e questo ricade anche sui miei rapporti con gli altri. Sono capace di sorridere ed essere gentile anche quando una persona mi è insopportabile, infatti proprio non capisco a che cosa porti dirsi le cose in faccia, oppure chiarire i rapporti umani. La mia ospitalità è sacra e non ho nemici, perché sono garbata, educata, disponibile, ben vestita, presentabile, so trattare con la gente e tanto basta. Non capisco perché si debba litigare, io in fondo non credo di aver mai offeso qualcuno nella mia vita, impossibile. Sarei capace di far finta anche per sempre e tenere rapporti con persone che mi stanno antipatiche e invitarle senza problemi. Nessuno può rifiutare il mio savoir faire, io sono unica in queste cose ed è per questo che i miei genitori mi coinvolgono sempre quando c'è da organizzare qualche cerimonia importante. Io vivo in Italia, in un paesino del centro Italia. La mia casa, anzi la mia villa, si trova in campagna, l'ha fatta costruire il mio babbo a cui sono molto affezionata anche se non mi ha mai fatto un complimento in vita sua. Mio padre è un uomo molto forte e duro ma io lo ammiro molto e forse aveva ragione quando diceva di essere contrario alla scelta del mio attuale marito ma si sa i padri sono molto gelosi delle figlie femmine. Mio padre ci tiene moltissimo al parere della gente e infatti ama mostrarmi ai parenti che di solito apprezzano la mia fedeltà alla famiglia e il mio gusto nel vivere. Mia madre mi adora e si lascia guidare da me per ogni tipo di scelta: vestiti, utensili per la casa, arredamento ed altro. E' un po' priva di gusto e di savoir faire e allora si affida a me perché io ce l'ho nel sangue, forse ho preso dal mio babbo. Mio marito è buono, dolce, un po' chiuso ma quando si trova in difficoltà anche lui si rivolge a me ed io salvo la situazione con la mia solita diplomazia e capacità di far fare belle figure agli altri. In effetti non potrei lamentarmi di niente se non fosse per alcuni pazzeschi mal di testa che due volte l'anno, quando tutto va bene, mi attaccano lasciandomi senza fiato. Allora a quel punto mi sento davvero inutile, con il mio mal di testa proprio non riesco a combinare nulla né per me né per gli altri. Ho consultato diversi medici e mi ha visitato anche un iridologo, all'inizio mi aveva consigliato una cura che tutto sommato funzionava all'occorrenza ma poi le emicranie sono ricomparse e all'iridologo ancora una volta ho sborsato un bel po' di soldi senza risolvere il problema. Che cialtroni, che ciarlatani questi dottori, si inventano di tutto pur di spillarti i soldi!

Autore: Sabrina
Data: 19 apr 2006



Rafael Marino Sanchez, 24 anni, aspirante ballerino di tango, Buenos Aires, Argentina. Questo è ciò che mi viene immediato dire se chiedete di me. Ma volete sapere altro? Sono felice. Sono felice: me ne vado tutti i giorni a passeggiare al parco, qui sotto casa, e mi fermo su una panchina e guardo il cielo. Penso ad Ana, che il prossimo anno finalmente si trasferirà qui, per sempre. Rinuncia a tutto ciò che ha a barcellona e si trasferisce qui. Penso alla casa che avremo, piccola, ma accogliente. Dovrò lavorare parecchio in questi mesi, ore e ore in ufficio, e credo che mi toccherà anche rinunciare per un anno alle lezioni di tango, ma che importa? Dopo sarà diverso.

Autore: d.
Data: 19 apr 2006



Il mio nome è Drida e abito da 17 anni a Serowe, il villaggio giallo del Botswana. È chiamato così perché qui cresce il legno tenero del marula, di un colore simile alla sabbia del deserto ma con venature sottilissime color caffè. Da piccola mia nonna mi ha insegnato ad intagliarlo e oggi posso dire che almeno la metà delle sue vendite sono oggetti fatti con le mie mani. Ogni mattina arrivo al capanno della nonna mezz'ora prima che sorga il sole, conto e dispongo in ordine i pezzi di tronchi spaccati la sera prima dallo zio Giona e metto ad essiccare fuori le scodelle, i forconi, le tavolette e tutti gli altri pezzi che siamo riuscite a fare prima del tramonto. La nonna arriva puntuale quando il primo raggio di sole inizia a battere sul filo spinato delle galline di Rosai, la sua amata sorella che verso le dieci ci preparerà un brodo caldo che ci faccia arrivare bene all'ora di pranzo. Aspetto il forte abbraccio, il rumore dello struscio dello sgabello che a mala pena riesce a contenere metà del suo sedere, il movimento circolare delle mani forti e ruvide sulle tavole di marula già scartavetrate. La nonna fa cenno di sì col capo, fa i complimenti a me, a se stessa e di nuovo a me per il ben fatto, ma ci tiene subito a precisare che questo è un nuovo giorno, che dobbiamo dimenticare tutto quello che è stato ieri perché oggi nuova marula ci darà nuovo modo di mangiare. Inizia a ripetere il mio nome, come farà fino al tramonto, facendo seguire a ogni 'Drida' un comando, un compito assegnato o anche qualche richiesta di consiglio. La parte che preferisco della mattinata è quando le acque si sono ormai calmate, il lavoro è avviato e allora, immerse nel silenzio, ci mettiamo a intagliare sul serio sotto il sole ancora sopportabile. Il calore della luce mi scalda i polpastrelli e mi fa lavorare bene, le decorazioni mi vengono una meraviglia e anche alla nonna. Posso capire che è soddisfatta perché si concede di prendere a masticare del tabacco e di sputare di tanto in tanto sul terriccio color zolfo che in questo modo si oscura e diventa liquido. Tra qualche anno forse anch'io potrò assaggiare un po' di quel tabacco e bagnare il mio terreno, tutta la gente di passaggio ammirerà i nuovi intagli di Drida e la nonna potrà lasciarsi morire in pace.

Autore: Chiara S.
Data: 19 apr 2006



Ho ottantasette anni, e gli ultimi settanta li ho vissuti senza quasi uscire dal palazzo. Ho vissuto le congiure che voi leggete sui libri di storia. Ho vissuto in uno stato in cui la donna è per legge inferiore all'uomo. Eppure sono riuscita a muovere alcuni di loro, gli uomini, come pedine di ghiaccio, che scivolavano via per dissolversi. La mia vita di donna sterile mi ha dato tutto quello che si può chiedere alla vita terrena. Appena entrata nella città ancora provavo fastidio per il velo. Mi avevano tagliato i capelli corti e la lana nell'agosto del 1942 mi sembrava di piombo. Ma presto scoprii che togliersi il velo, dentro il palazzo, era normale. Ingenua, pensavo di immergermi presto in un ambiente di preghiera e contemplazione, ed invece quando mi fu presentato il segretario di stato... era in pantaloncini corti con una racchetta da tennis in mano. Inizialmente dormivo in stanza con quattro consorelle. Dopo cinque anni ebbi diritto a una stanza per me, un piccolo appartamento nel paradiso terrestre. Per me che cresciuta nella miseria, tra fame e malaria. Campi da tennis, piscine nello stato più piccolo e potente del mondo. Il mio primo superiore, un monsignore, era un ometto tarchiato sempre un pò sudaticcio. Un giorno nel suo studio ci trovai la famiglia di un suo cugino - la moglie con un fazzoletto in testa, il marito con il vestito della domenica, e il figlio, un bambino di 13 anni con due occhi grandi e neri, i calzoncini corti e la giacca probabilmente tirata fuori dal vecchio paltò del padre. Entrata, salutai con un bel sorriso, mi appoggiai alla scrivania del monsignore, incorciai le gambe e mi accesi una sigaretta. La moglie sbiancò, il marito iniziò a deglutire nervosamente e il bambino iniziò a guardarmi con gli occhi spalancati per tutto il tempo. Monsignore rimase impassibile. Ma da quel giorno tentò più volte di restare solo con me quando gli altri avevano già lasciato l'ufficio. Usava scuse tenere, da bambino. Più promettevo, senza mai dar nulla, e più potevo ottenere da lui. Gli uomini son uomini anche con la tonaca e le calze rosse. Non ho mai seguito la politica, ma ho assaporato il potere. La politica è per la massa, il potere è per pochi. Noi donne all'interno del Vaticano abbiamo due soli possibili ruoli: quello di massaie o di strumenti di potere. Sentiamo il profumo del potere, ma siamo sempre, a nostra volta, guidate da qualcuno. Il Concilio Vaticano II fu memorabile. Il potere è molto più eccitante del sesso, per gli uomini, e gli alti prelati in linea di principio hanno rinunciato ai piaceri della carne femminile. Ma, forse per questo, una mano sfiorata, una caviglia che fa capolino o la curva di un seno sotto la veste possono fare miracoli. Sono disposti a passare sul cadavere del migliore amico per una carica importante, ma sempre tentennano davanti al piacere di ammaliare una donna. Il Vaticano II per metà fu costruito con sorrisi e sguardi incrociati. Pochi di loro, cardinali o arcivescovi, credono nel Dio biblico, castigatore e antropomorfo. Credono nel ruolo salvifico della religione in generale, e della Santa Romana Chiesa in particolare. Con terrore guardano alle trasformazioni sociali che avvengono fuori dalle mura. I più vecchi videro i cambiamenti del Concilio come la fine della Chiesa Romana, e avevano ragione. Le cose poi sembravano andare sempre peggio. Negli anni 70 il Vaticano quasi vacillò di fronte alle accuse di partecipare ai grandi giochi finanziari. "Abbiamo fatto guerre, non possiamo fare acquisizioni?! - era la risposta, interna, alle accuse che piovevano sulla santa sede. Anche una corrente interna al Vaticano iniziò a spingere per un ritorno alle origini. Ma quali origini? La chiesa deve essere potente, solo una chiesa forte potrà guidare il mondo, non una che si prostri davanti ai nuovi atei che predicano aborto e divorzio. Riuscirono anche, questi nuovi puri, a eleggere un papa. Un errore di calcolo, una falla del sistema. Il potere che per un mese vagò tra le mani di chi il potere non sapeva gestire! Non so se la mano di Dio o di qualche ancella premurosa tolse la vita terrena a Luciani. Certo fu un bene, perché la chiesa non può e non deve seguire i cambiamenti: la chiesa è guida, pastore di anime. Che senso ha per un pastore seguire il gregge?

Autore: Mario
Data: 18 apr 2006



Mi chiamo Roman Tepes, e sto vivendo la mia seconda vita. Nella prima fui cavaliere, secondogenito di una famiglia prestigiosa, imparentata con la casata del Voivoda di Valacchia, Vlad Tepes. Essendo secondogenito, non mi spettavano i possedimenti ed il rango di mio padre, quindi mi sono fatto valere nell'arte della guerra fino a diventare un cavaliere del prestigioso Ordine del Drago. Ho combattuto e ucciso, per anni abbiamo tenuto fuori dall'Europa gli invasori turchi. Il giorno della mia morte da cavaliere venne d'inverno, tra l'Annus Domini 1461 ed il 1462, quando un esercito superiore per numero e per risorse si accingeva a varcare il confine della Romania per combattere. Ma non ci fu battaglia, e non ci fu perché furono loro a ritirarsi. Sono morto quel giorno, per aver partecipato ad allestire qualcosa che nessun cuore, se non quello di una belva inumana, può sopportare, vale a dire il macabro spettacolo che non fece proseguire i turchi. E sono diventato quanto di più inviso alla mia gente, ed al mondo in generale. Ho abbandonato le armi, che conoscevo più dei miei pensieri, per una vita senza più casa, eredità, radici. Adesso sono un rom, un nomade, e cerco di vivere un cammino di pace.

Autore: Gianluca S.
Data: 18 apr 2006



Una lacrima, una stupida lacrima gli rotolava sullo zigomo destro – l'orbita vuota piangeva sempre, mentre quella con l'occhio rimaneva asciutta, quasi che la soddisfazione di vederci ricacciasse indietro la commozione.Dall'orbita destra, invece, la lacrima era uscita proprio quando i suonatori avevano attaccato la prima nota e i diciassette senatori, tutti impettiti sul molo nei loro abiti neri, avevano intonato "Fair Antigua, we salute thee". Horatio "Birdy" Beazer Redonda remava e guardava. La lancia con l'Union Jack e il sole in campo nero aveva attraccato da poco, se nessuno ne era ancora sceso. Ma non doveva mancare molto, visto che Elisabetta tutta azzurra se ne stava diritta tra le uniformi rosse ad ascoltare gli stonatissimi senatori. Avrebbe voluto essere in cima al Boggy Peak, Horatio, per far volare il suo sguardo su tutto il Mar Caribico e vedere la sua regina stagliarsi sul blu del mare, circondata dalla spuma delle onde con Redonda, l'isola dei suoi, sullo sfondo. E invece era su quella barcaccia a difendere a colpi di remo i suoi pesci dagli attacchi voraci delle fregate. Da quando gli avevano portato via il mulino, da quando la canna da zucchero di Antigua non interessava più nessuno, da quando la regina Elisabetta si riforniva altrove di zucchero – forse dall'India ma qualcuno diceva addirittura da Cuba -, da quando la ricchezza l'aveva abbandonato (e con i dollari se n'era andata anche Cecily), da allora non era più salito sul picco, non aveva più rubato un solo uovo alle fregate ma lasciava che fossero loro a rubare i suoi pesci. Quei pesci che vendeva, e quanto malamente li vendeva!, agli alberghi e ai ristoranti dove i rosei inglesi venivano a far finta che Antigua fosse ancora una colonia e che loro fossero ancora signori di qualcosa. Con quei fiori sullo sfondo, con i diciassette senatori impettiti e con le agavi succulente a fare da cornice, pure la regina gli sembrava una bella visione. E sì che per lei aveva perso prima l'occhio e dopo il mulino da zucchero. Era lei, in fondo, che gli aveva tolto i suoi sessanta tre lavoranti, le ragazzine che gli portavano ananas, mango e papaie e che lui di tanto in tanto conduceva su certe spiaggette assolate e deserte…, il sogno di diventare senatore e la certezza di essere il rispettabile Horatio Beazer Redonda, tanto amato da Cecily Nedd. Oramai era solamente Birdy, perché parlava agli uccelli e non rubava più le uova alle fregate, che per anni aveva succhiate calde calde, appena prese dalla cova, con il sangue che gli batteva alle tempie per lo scampato pericolo, rintanato nell'erba mentre una madre accecata dall'odio lo cercava furiosa sbattendo le ali. Non gli dispiaceva affatto essere Birdy né che sulla sua guancia rotolasse quella lacrima, perché tutto meritava una lacrima: non era giusto che lui fosse in mare con quei pesci che un tempo avrebbe raccolto dai giovani che volevano venire a lavorare per lui, scegliendone uno a uno i più belli. E la regina? La regina ne meritava cento, per le scelte sbagliate, per la veste fuori posto, per quegli inglesi che si trascinava dietro, per quei senatori da operetta che non erano neppure degni di lavorare per lui, Horatio "Birdy" Beazer Ridonda. Quante lacrime per quei senatori, pavidi, servi e incapaci, nessuno aveva neppure un millesimo della sua grandezza. Maestri d'intrighi e niente più. E quante lacrime per Cecily che aveva seguito non Horatio, ma i suoi dollari finiti nelle tasche di Nelson Harris, l'usuraio nonché padrone della Locanda Barbuda, di cui lei era barista, cuoca, vivandiera, pianista, accompagnatrice, reggente, signora e naturalmente scaldaletto del porco.

Autore: Daniele G.
Data: 17 apr 2006



esercizi

24) Riscrittura
Riprendete in mano il vostro libro e scegliete il pezzo che vi piace di più. E poi speditemelo.
18 gen 2007

23) Punti di vista
Scegliete un brano del vostro romanzo e cambiatene il punto di vista.
21 dic 2006

22) L'evento drammatico
Inventatevi un fatto per il vostro romanzo: un infarto, un incidente, una verità svelata all'improvviso. Qual è la conseguenza principale?
7 dic 2006

21) Dialogo
Scrivete sei righe di dialogo, non di più. Due persone parlano, tre righe a testa. Stanno discutendo sulla ristrutturazione della biblioteca civica.
23 nov 2006

20) Limiti
Quali sono gli aspetti tecnici che considerate più difficili?
16 nov 2006

19) L'uso della metafora
Scrivete tre frasi, non di più; una delle tre deve contenere una metafora.
2 ott 2006

18) Clima
Che tempo fa in quel punto del vostro libro? Descrivetelo: nubifragi, temporali, caldo e cielo terso o un grigio uniforme che avvolge tutto?
21 set 2006

17) Allo specchio
Scrivete un brano in cui descrivete l'aspetto del protagonista.
7 set 2006

16) Superare l'ostacolo
Partite dall'incidente dell'ostacolo per fare un passo ulteriore: in che modo il vostro personaggio riuscirà a superarlo?
25 ago 2006

15) Ostacoli
Scrivete un passaggio in cui il protagonista si confronta con ciò che gli si oppone. Può discutere con qualcuno, scrivere una lettera, o semplicemente fantasticare su quel che direbbe alla persona (o all'oggetto) che si frappone tra lui e il suo traguardo.
20 lug 2006

14) Di notte
Raccontatemi un altro incidente. Questa volta voglio che il vostro protagonista si svegli nel bel mezzo della notte.
6 lug 2006

13) Il pollice
Scrivete un paragrafo o due dal punto di vista del protagonista, in cui lui, o lei, si rompe un pollice.
27 giu 2006

12) Il protagonista
Prendete il protagonista (o uno dei protagonisti, se sono più d'uno) e scrivete una sorta di suo curriculum vitae: data e luogo di nascita, grado di istruzione, provenienza dei genitori.
8 giu 2006

11) Il mio romanzo
Completate la frase "il mio romanzo parla di...". Se volete, potete scrivere anche più d'una frase, ma non dilungatevi per pagine intere tirando fuori tutti i temi del libro.
25 mag 2006

10) L'oggetto
Ancora una volta l'obiettivo è guardare il mondo da una prospettiva nuova e riflettere sulle sue sfide narrative: scrivete un brano dal punto di vista di un oggetto inanimato.
11 mag 2006

9) Personaggio del passato
Scegliete un periodo del passato che non vi sia familiare e scrivete un brano dal punto di vista di un personaggio.
27 apr 2006

8) Primi passi nell'ignoto
Inventate un personaggio di un'altra nazionalità e scrivete un breve testo in cui lui si presenta.
13 apr 2006

7) In trappola
Qualunque sia il modo in cui intendete la trappola, prima che vi mettiate a scrivere voglio che pensiate a quale sensazione avevate: un profondo senso di claustrofobia, panico o rabbia, per esempio.
30 mar 2006

6) Mi sono perso
Il prossimo esercizio è di nuovo autobiografico: voglio che mi raccontiate di una volta in cui vi siete persi.
16 mar 2006

5) L'incidente visto dal personaggio
Tornate al racconto dell'incidente e fatelo vivere a uno dei personaggi che avete in mente: in che modo quell'esperienza incide su di lui e contribuisce a dargli profondità?

4) L'incidente
Pensate a un episodio della vostra vita che abbia a che fare con un incidente: fatene un resoconto e speditemelo. Limitatevi a raccontare l'accaduto senza abbellimenti o analisi, e raccontate l'incidente come se parlaste a un amico.

3) Caffè
Descrivete il rumore che fa la vostra macchinetta del caffè.

2) Romanzo
Spiegatemi perché volete scrivere un romanzo.

1) La frase
Completate questa frase: "Il giorno dopo il mio ottavo compleanno mio padre mi disse...".
Internazionaleemail posta@internazionale.it