http://www.youtube.com/watch?v=BST3CCnP6uE

Sofia Coppola

The Bling Ring,

Un Certain Regard, Usa 90’

Anche la Coppola ha fatto il suo film di fuochi fatui in un mondo vacuo. Non c’è solo la malinconica tradizione del cinema italiano sulla vacua alta società (che alta non è) condensata da Sorrentino nel suo film, che ha ne La Notte *di Antonioni e *La Dolce Vita di Fellini i due film simbolo: non a caso co-sceneggiatore in entrambi i casi era Ennio Flaiano gigante della letteratura italiana del Novecento che visse nella capitale con un rapporto di amore-odio. E’ basato su una storia vera e sul celebre articolo-intervista di Vanity Fair alla gang di adolescenti (pare che la Coppola abbia avuto contatti anche con alcuni di loro e si sia ampiamente documentata sulla vicenda) che svaligiò per molto tempo a Los Angeles le ville di vari vip di gioielli, vestiti e quant’altro, indossandoli o rivendendoli, irresistibilmente attratti da tutto quel che è people e marchio. La regista ha così realizzato anche lei il suo piccolo film sul mondo vuoto dei ricchi, nel caso specifico la Jet Society di Los Angeles. Perché piccolo? Perché la Coppola non lavora su una sofisticata densificazione visiva come Sorrentino, che divora e rimacina grandi quantità di titoli della storia del cinema italiano condensandoli, ma solo sugli aspetti più esteriori dell’approccio postmoderno, sul luccichio, sull’immagine icona-design. E questo non basta. Inoltre, The Bling Ring non ha un attore, e per prima cosa un personaggio centrale, come è il caso di Servillo ne La Grande Bellezza, che lo sostenga, che sappia trasmettere profondità, densità umana. In teoria potrebbe essere il ragazzetto della gang, unico maschio tra giovani sirene-serpenti perfide e manipolatrici. E’ l’unico umano, un ingenuo bambinone, ma umano: il finale abbozza qualcosa, quando lo vediamo mesto nella tuta da carcerato, ma si limita a questo. Il personaggio resta inesplorato.

Questo non vuol dire che sia un film privo di interesse, ma presenta più limiti rispetto a quello di Sorrentino. Ci sono però delle cose molto belle. Come quando la Coppola filma i villini dall’alto con un inquadratura fissa, veri momenti magici di sospensione del tempo. Le ville, semi-trasparenti per la loro costruzione architettonica, dove noi seguiamo da lontano, nel silenzio notturno, il progressivo deambulare dei ragazzi nella villa – luminose bolle-vuote – sono un originale metafora dell’effimero su cui la nostra società si regge, alienandoci. L’ereditiera Paris Hilton, tra le vittime di queste incursioni notturne, ha pienamente collaborato al progetto fornendo anche la sua villa – le altre sono state “immaginate” – ai fini delle riprese. Paris Hilton è da tempo il simbolo della decadenza del sogno cinema, e del sogno tout-court. I termini Divo o Diva sono sempre più in disuso. La lenta caduta delle stelle del cinema, la fine dell’era di figure che erano distanti e irraggiungibili e al contempo modelli femminili ideali (quasi nel senso di utopie di bellezza) davvero raffinati e misteriosi, come Marlene Dietrich o Rita Hayworth, non è andata a vantaggio di una maggior autonomia delle masse dal concetto di status, al contrario è invece giunto il tempo di una grande regressione, è giunto il tempo di figure alla Paris Hilton: vale a dire la mercificazione, il marchio, insomma lo* status* allo stato puro. C’è qualcosa di un po’ disgustoso alla lunga – forse è anche una delle intenzioni del film – nell’essere continuamente immersi in questi tempi fatui e vacui dove ogni cosa, dal valore economico più o meno grande, pare finta quanto Las Vegas. La Coppola ha espressamente voluto fare un film più rapido, a suo dire, ma ci si sente perduti e privati di traduzione sull’umanità, per rimanere in prossimità del suo indimenticabile Lost in Translation (2003).

http://www.youtube.com/watch?v=sU0oZsqeG_s

Certo, ha avuto il coraggio e l’originalità di mettere il cinema di fronte alla realtà della fine del sogno, di fronte a chi, assieme ad altri fenomeni, ne ha reso obsoleta l’essenza (almeno in parte), relegandolo a bel ricordo del passato il suo essere assieme arte e macchina del sogno come nessun altro mezzo d’espressione era riuscito a fare nel Novecento. Anche lei, però, dimentica quasi del tutto il sogno dell’umano finendo così per far assomigliare troppo il film a quello che denuncia. Il postmoderno, facilmente seducente quanto potenzialmente indigesto, è fragile oggetto luminescente da maneggiare con cura.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it