Un’operazione di soccorso nel Mediterraneo centrale, il 9 agosto 2019. (Hannah Wallace Bowman, Msf)

Le storie dei naufraghi bloccati in mare da giorni

Un’operazione di soccorso nel Mediterraneo centrale, il 9 agosto 2019. (Hannah Wallace Bowman, Msf)
14 agosto 2019 12:22

È steso su una coperta bianca, rossa e nera. Entrambi i piedi fasciati con delle garze, dorme supino sul ponte della nave Open Arms che da tredici giorni aspetta di ricevere un porto di sbarco, dopo aver soccorso 151 persone al largo della Libia. Bachir (nome di fantasia per proteggere l’identità del richiedente asilo) è stremato, è originario della Guinea, ha 25 anni, è partito dal suo paese due anni fa, ha provato ad attraversare il mare quattro volte, ma ogni volta è stato intercettato dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportato indietro nei centri di detenzione.

Ha dovuto pagare tra i 2.500 e i tremila dinari per essere liberato. L’ultima volta – in un centro di detenzione – i carcerieri hanno cominciato a sparare contro i prigionieri, uccidendo un ragazzo e ferendone altri tre. Bachir è stato colpito ai piedi, ha ancora le ferite dei proiettili. È stato portato all’ospedale, dove è stato sottoposto a un’operazione, ma non riesce ancora a camminare bene. Bachir è solo uno dei 150 naufraghi che da giorni aspettano di conoscere quale sarà la loro sorte. L’Italia e Malta hanno ripetutamente negato l’attracco alla nave umanitaria che ha soccorso i naufraghi in tre distinte operazioni di soccorso.

Reato di respingimento
Il 13 agosto due gemelli di nove mesi sono stati trasferiti a Lampedusa con una motovedetta della guardia costiera, insieme ai loro familiari, dopo che uno dei due piccoli aveva riportato problemi respiratori. Nei giorni scorsi altre otto persone sono state trasferite d’urgenza a Malta per ragioni mediche. Tra loro una donna sudanese, Jamila, che per nove mesi in Libia è stata sottoposta a ripetute violenze sessuali mentre cercava di evitare la stessa sorte a sua figlia, le sue sorelle e sua madre. Per scappare dal Sudan, paese in cui suo padre era stato ucciso per ragioni politiche, le donne avevano dovuto vendere la casa e indebitarsi. La nave spagnola ha ricevuto il divieto di ingresso nelle acque italiane, il 2 agosto, come conseguenza del cosiddetto decreto sicurezza bis. Se dovesse violare il decreto, la nave potrebbe essere confiscata e il comandante sarebbe condannato a pagare una multa fino a un milione di euro.

Il 7 agosto i legali dell’ong spagnola hanno depositato un ricorso al tribunale dei minori di Palermo per chiedere lo sbarco immediato dei 28 minori a bordo della nave, e il 13 agosto il tribunale ha risposto chiedendo chiarimenti sulla sorte dei minori ai ministri italiani dell’interno, della difesa e dei trasporti e ipotizzando il reato di “respingimento”, compiuto dall’Italia attraverso il divieto di ingresso nelle acque italiane. “Come è ben noto le convenzioni internazionali a cui l’Italia aderisce – e soprattutto l’articolo 19 co. 1 Bis D Lvo 286/98 come integrato dall’articolo 3 della legge 47/17 – impongono il divieto di respingimento alla frontiera o di espulsione dei minori stranieri non accompagnati, riconoscendo loro, invece il diritto a essere accolti in strutture idonee, nonché di aver nominato un tutore e di ottenere il permesso di soggiorno”, è scritto nella richiesta di chiarimento del tribunale dei minori di Palermo inoltrata ai ministri italiani.

E inoltre: “Evidentemente tutti questi diritti vengono elusi a causa della permanenza dei suddetti a bordo della nave Open Arms, nella condizione di disagio fisico e psichico descritta dal medico di bordo che ha riferito della presenza di minori con ustioni, difficoltà di deambulazione, con traumi psichici gravissimi in conseguenza alle terribili violenze subite presso i campi di detenzione libici”. I legali dell’organizzazione spagnola hanno inoltre depositato alla centrale operativa della guardia costiera di Roma e all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) la volontà dei naufraghi di presentare richiesta di asilo in Europa. Anche il garante per i diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale aveva chiesto alla guardia costiera italiana chiarimenti sulla situazione dei naufraghi, supponendo che la giurisdizione del caso sia italiana.

I quattrocento della Ocean Viking
Intanto, dopo quattro giorni consecutivi di soccorsi nel Mediterraneo centrale, la nave Ocean Viking delle ong Medici senza frontiere (Msf) e Sos Méditerranée ha lasciato la zona di ricerca e soccorso davanti alla Libia con 356 persone a bordo e ha chiesto formalmente alle autorità maltesi e italiane di assumere il coordinamento delle operazioni e di indicare un porto sicuro dove attraccare.

“Tra i sopravvissuti ci sono persone che portano i segni delle violenze fisiche e psicologiche subite durante il loro viaggio attraverso la Libia. La realtà è che c’è un conflitto in corso in Libia e molti migranti e rifugiati vulnerabili sono intrappolati in centri di detenzione sulla linea del fronte”, ha detto Jay Berger, capo progetto di Msf sulla Ocean Viking.

Nonostante siano state contattate durante tutte le quattro operazioni di soccorso avvenute tra il 9 e il 12 agosto, le autorità libiche non hanno risposto a nessuna delle richieste della Ocean Viking, tranne che per chiedere di portare le persone in Libia, a operazioni concluse. Ma il comandante della nave si è rifiutato, perché la Libia non è considerata un paese sicuro dalle autorità internazionali.

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A bordo ci sono 103 bambini e minori e solo undici sono accompagnati da un parente o da un tutore.“Le persone a bordo, inclusi i minori, hanno raccontato di essere state torturate con elettroshock, picchiate con bastoni e fucili o ustionate con plastica fusa. Mi dicono di sentire ancora il dolore delle ferite e delle cicatrici che hanno subìto in Libia”, ha spiegatoLuca Pigozzi, medico di Msf a bordo della nave. “Abbiamo fatto quattro soccorsi, il quarto è stato molto difficile, perché il gommone era sovraccarico ed è esploso, quindi le persone sono cadute in acqua. Questo ci ricorda che questi gommoni sono strutture fragili che possono sgonfiarsi da un momento all’altro”, spiega il soccorritore di Sos Méditerranée Alessandro Porro.

“Al momento la situazione è stabile, ma non può durare all’infinito. Ora stiamo facendo rotta verso nord, perché Tripoli non è un porto sicuro, nel pomeriggio abbiamo ricevuto un nuovo messaggio della guardia costiera libica che ci chiedeva di portare le persone a Tripoli”, conclude Porro.

Il 9 agosto l’Ocean Viking, senza aver neppure chiesto il porto di sbarco in Italia, ha ricevuto il divieto di entrare in acque italiane con la firma del ministro dell’interno Matteo Salvini, del ministro dei trasporti Danilo Toninelli e della ministra della difesa Elisabetta Trenta.

L’Unhcr ha chiesto all’Unione europea di attivarsi per far sbarcare al più presto le cinquecento persone bloccate in mare a bordo delle due navi umanitarie. Secondo l’agenzia dell’Onu, dall’inizio del 2019 sono 838 le persone annegate nel Mediterraneo, la rotta più pericolosa del mondo.

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