Operaie di un’azienda agricola a Nelspruit, Sudafrica, il 14 giugno 2018. (Siphiwe Sibeko, Reuters/Contrasto)

Una tavola equa e verde

Operaie di un’azienda agricola a Nelspruit, Sudafrica, il 14 giugno 2018. (Siphiwe Sibeko, Reuters/Contrasto)
29 ottobre 2019 17:04

“Quando compriamo prodotti alimentari locali, danneggiamo gli agricoltori di altri paesi?”, si chiede la rivista statunitense Grist. Le persone comprano prodotti locali per motivi diversi. Alcuni pensano che abbiano un sapore migliore, probabilmente a ragione, considerando che percorrono distanze più brevi e quindi sono consumati poco dopo la raccolta. Altri sostengono che siano più sani, una questione difficile da valutare perché gli aspetti nutrizionali sono complessi. Di sicuro, consumare cibo locale porta a escludere gli intermediari, come i grossisti e le catene di distribuzione. Questo ha effetti positivi nella lotta alla crisi climatica perché si elimina il consumo di energia legato ai mezzi di trasporto e ai frigoriferi. Si riducono anche gli sprechi, in quanto dal 30 al 40 per cento del cibo va perduto nelle fasi del trasporto e della conservazione.

A volte, però, noi consumatori dei paesi ricchi sentiamo la responsabilità di aiutare i contadini dei paesi poveri comprando i loro prodotti. In realtà, scrive Grist, quando compriamo un avocado colombiano difficilmente il denaro finisce ai contadini che l’hanno coltivato. Ad arricchirsi sono soprattutto gli intermediari e i grandi conglomerati agricoli. Quindi, soprattutto nel caso di prodotti che non possono essere coltivati nel nostro paese, per aiutare i contadini dei paesi poveri Grist consiglia di affidarsi al commercio equo e solidale, che garantisce loro un giusto compenso.

Questo articolo è uscito sul numero 1330 di Internazionale. Compra questo numero|Abbonati

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