• 04 Ott 2016 19.44
04 ottobre 2016 19:44

“L’insegnamento della storia non è la priorità del governo oggi” si riassume così il pensiero di Antonio Montefusco, Professore in Filologia medievale e umanistica all’Università Cà Foscari, che ha partecipato al dibattito sullo stato dell’insegnamento della storia nella nostra scuola, tenutosi il 1 ottobre alle 16 al Teatro Nuovo, nell’ambito del Festival di Internazionale. Partecipano all’incontro insieme al filologo, Tullio De Mauro, linguista ed ex-Ministro della pubblica istruzione del secondo governo Amato, e Silvana Loiero, dirigente scolastica. Modera lo storico Giuliano Milani.

“Quando parlo con i miei colleghi che insegnano nella nostra scuola, emerge come quasi nessuno di essi si sia specializzato in storia all’università. Manca anche la classe di concorso per gli insegnanti di storia” continua Montefusco. La storia è, secondo il professore, la materia più bistrattata, ancillare e secondaria, tra le materie umanistiche. Questo si traduce nella mancanza di interesse e di amore che gli studenti dimostrano nei confronti della storia. “Nessuno si ricorda dell’insegnante di storia ma si ricorda di quello di italiano e storia o di filosofia e storia”.

Il risultato è la diffusa ignoranza dei punti di riferimento del sapere storico e geostorico, secondo il parere di De Mauro. “Il sapere storico, che è un elemento portante per la nostra cultura, è andato nell’ombra”, afferma infatti l’ex-Ministro. “Giovani che escono dalla scuola superiore con il massimo dei voti mancano delle nozioni basilari di storia, anche contemporanea”. E il ruolo di secondo piano della storia si riflette anche sulle domande del test Invalsi, che comprende tre materie - capacità di lettura e comprensione del testo, conoscenza matematiche e conoscenze scientifiche – ma esclude la storia.

“D’altra parte,” riprende Montefusco, “nei giovani c’è una diffusissima domanda di storia.” Questa domanda, secondo il Professore, oggi non è intercettata dalla scuola, ma spesso lo è dai media come Internet e le serie televisive. “Occorre riportare al centro il dibattito pubblico sull’insegnamento della storia, che oggi manca”.

Come aumentare l’interesse nei confronti della storia? A parte il fattore più importante, che è la bravura dell’insegnante, si possono adottare diverse strategie per stimolare la partecipazione e mantenere l’attenzione dei ragazzi più a lungo, secondo De Mauro. Innanzi tutto, bisognerebbe tenere conto del contrasto tra due posizioni opposte: una che vuole la storia raccontata come una cronistoria, un susseguirsi temporale di fatti, e l’altro che la divide in grandi aree tematiche e culturali. Poi, bisogna utilizzare strategie per catturare l’interesse dei ragazzi, il cui tempo di attenzione è andato diminuendo progressivamente negli ultimi anni. Un modo è la drammatizzazione della storia, che punta alla ricostruzione dei fatti storici facendoli vivere ai ragazzi attraverso la loro interpretazione e rappresentazione. “Questo si è dimostrato molto efficace per i più giovani, mentre per i ragazzi più grandi, si potrebbe proporre la lettura di documenti originali e di libri chiave”. Altra via è quella delle cosiddette classi capovolte, spiega De Mauro: gli studenti studiano e approfondiscono uno specifico periodo storico e poi si lascia loro lo spazio per il dialogo. Così non c’è spiegazione frontale ma si realizza invece un’interrogazione diffusa. “Si recupera, in questo modo, il lungo tempo speso in interrogazioni, e si sollecita all’aiuto reciproco, con i ragazzi più bravi che aiutano i compagni in difficoltà”.

“Convivono tuttora due impostazioni diverse di insegnamento della storia”, aggiunge Loiano. “Alcuni insegnanti leggono in classe il libro, fanno studiare a casa il paragrafo di storia e fanno ripetere le nozioni ai bambini. Altri, invece di leggere in classe, fanno una narrazione animata. I bambini più piccoli sono attratti da questo modo di raccontare la storia.” Questo interesse si spegne poi nelle scuole successive, dove interviene un metodo di insegnamento della storia più nozionistico.” Con il metodo tradizionale, tuttavia, il concetto non si stabilizza, non diventa un mattoncino su cui costruire la conoscenza.

“Abbiamo un’eccellente scuola primaria, una pessima scuola media inferiore e una cattiva scuola superiore” rincara De Mauro. Secondo l’ex-ministro, uno dei motivi per cui la scuola diventa progressivamente meno efficace è anche dato dalla mancanza di interdisciplinarietà nelle scuole medie inferiori e superiori. “Le materie sono spezzettate e manca lo sviluppo uniforme delle diverse discipline che, se presente, catalizzerebbe le interconnessioni e la comprensione dei fatti”. Imparare a collegare le diverse materie porta al ragionamento critico e a una vera crescita culturale.

Barbara Zambelli

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