I superbatteri non sono una novità, ma nei prossimi anni se ne parlerà sempre più spesso. Tra meno di trent’anni i batteri resistenti agli antibiotici potrebbero infatti causare un numero di morti simile a quello dei tumori. Uno studio pubblicato dalla rivista The Lancet ipotizza che ogni anno 1,2 milioni di persone muoiano per infezioni comuni che non rispondono agli antibiotici. A questi bisogna aggiungere i cinque milioni di pazienti colpiti in ospedale da infezioni che ne accelerano o causano la morte.

Il fenomeno non è dovuto a un’evoluzione naturale, ma all’uso improprio degli antibiotici nell’ultimo mezzo secolo: dall’abitudine di non rispettare le prescrizioni a quella di assumerli per disturbi per i quali non sono indicati, come l’influenza o la tosse. Ad aggravare il problema contribuisce l’impiego degli antibiotici come trattamento preventivo negli allevamenti intensivi, in cui qualsiasi infezione si propaga molto rapidamente. Inoltre mettere a punto nuovi antibiotici è sempre più difficile. Le grandi case farmaceutiche hanno abbandonato questo settore a causa della scarsa redditività e della possibilità che lo sviluppo di una resistenza impedisca di recuperare gli investimenti. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2019 sono stati investiti appena 120 milioni di euro nella ricerca di nuovi antibiotici, contro gli 8,6 miliardi dedicati alla ricerca sul cancro.

Così stiamo perdendo il principale strumento contro le infezioni, che ogni anno salva milioni di vite. Non è assurdo ipotizzare che l’umanità possa ritornare ai tempi in cui qualsiasi infezione e qualsiasi ferita potevano essere letali. In futuro potremmo morire per le stesse malattie comuni che uccidevano i nostri bisnonni. Solo un controllo più stretto sull’uso degli antibiotici e il finanziamento pubblico della ricerca potranno smentire le previsioni. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati