A Mosca va in scena il braccio di ferro tra l’opposizione e il governo

24 aprile 2015 12:23

“L’occupazione dell’Ucraina è il tradimento della Russia”. La prima manifestante sta sotto la statua del fondatore di Mosca, Jurij Dolgorukij, proprio di fronte alla sede dell’amministrazione comunale. È immobile e tiene sollevato il cartello dov’è scritto lo slogan. Qualche minuto dopo, mentre improvvisamente il sole si copre e comincia a nevicare, prende il suo posto un’altra signora sulla cinquantina. Il suo cartello paragona le parole del vicecapo dell’amministrazione presidenziale russa Viačeslav Volodin – “senza Putin non c’è Russia” – a quelle di Rudolf Hess sulla totale identificazione tra Hitler, il partito nazista e la Germania. Qualcuno si ferma, fa domande, una decina di attivisti segue la scena, altri fanno foto e riprese per la tv.

Una marcia a Mosca per Boris Nemtsov, il 1 marzo 2015. (Sergei Karpukhin, Reuters/Contrasto)

Quasi tutti hanno appuntato al bavero della giacca un nastro bianco con il nome di Nemtsov, Boris. Questa singolare forma di mobilitazione politica, una specie di picchettaggio individuale, è il risultato del braccio di ferro tra le forze dell’opposizione e le istituzioni. La grande manifestazione “per la pace e la libertà” che era stata convocata nel centro di Mosca per il 19 aprile è stata cancellata dopo che le autorità hanno negato i permessi, proponendo un percorso alternativo alla periferia nordovest della città. Così gli organizzatori hanno fatto ricorso a una scappatoia che usano spesso da qualche tempo a questa parte: niente corteo, ma picchetti di singoli individui, che si danno il cambio tenendo in mano cartelli con slogan politici, e poi tutti a portare un fiore sul luogo dell’omicidio di Boris Nemtsov, accanto alla piazza Rossa.

I manifestanti devono comunque fare attenzione: è sufficiente che gli si avvicini qualcuno per più di pochi minuti, generalmente provocatori di vario tipo o agenti in borghese, per trasformare la loro legittima protesta in una manifestazione non autorizzata. A quel punto la polizia può intervenire a fare arresti. In passato è già successo più volte. Ma oggi, dice Natalija, militante del partito Jabloko, “tutti sono gentili, ci sorridono, ci fanno domande e ci esprimono la loro solidarietà”. Natalija tiene sollevato un cartello che chiede la scarcerazione della pilota militare ucraina Nadija Savčenko, arrestata lo scorso giugno dai separatisti del Donbass e poi misteriosamente finita in un carcere russo.

“Chi ha ucciso Nemtsov?”, “È arrivato il tempo della crisi”, si legge sui cartelli mostrati dagli altri picchetti, formati da donne, verso la fine di via Tverskaja. Sono quasi le tre di pomeriggio e, come concordato, i diversi gruppetti di attivisti arrotolano i manifesti e si avviano verso il ponte Bolšoi Moskvoretski, aggirando la piazza Rossa, chiusa per l’allestimento della grande manifestazione del 9 maggio per i settant’anni della vittoria sul nazismo. Per entrare sul ponte bisogna mostrare il contenuto di borse e zainetti alle guardie, che hanno un atteggiamento conciliante e si limitano a ripetere al megafono di lasciare spazio per far transitare le persone. Lungo tutto il marciapiede ci sono centinaia di garofani rossi, foto di Nemtsov, qualche cartello (Boris scritto in modo da trasformare il nome del leader dell’opposizione nella parola lotta) e la copia di una targa che intitola il ponte al politico ucciso. E ci sono, soprattutto, diverse decine di persone, forse più di un centinaio: arrivano, depongono un fiore, scambiano qualche parola con altri manifestanti.

I ragazzi sono pochi, quasi tutti hanno l’età per ricordare bene almeno gli ultimi vent’anni dell’Unione Sovietica. Qualcuno viene arrestato: la polizia porta via di nuovo una donna, che era già stata fermata e poi rilasciata poche ore prima, quando mostra un cartello con su scritto “Putin e la sua banda uccidono”. La stessa sorte tocca ad altre due persone. Ma non c’è grande tensione: sembra quasi un rituale a cui tutti – agenti e manifestanti – sono ormai abituati. E questa volta i fermi dureranno con ogni probabilità al massimo qualche ora.

Chi invece in cella c’è rimasto molto più a lungo è Mark Galperin, uno degli oppositori della prima ora, militante del partito Rpr Parnas e del movimento Solidarnost: a gennaio è stato condannato a 38 giorni di detenzione amministrativa per un picchetto individuale di solidarietà al giornale satirico francese Charlie Hebdo. Alla prossima occasione sarà accusato penalmente. Oggi, però non poteva mancare. Le sue disavventure le racconta con il viso sereno, un’espressione di dimessa modestia e un evidente senso di rassegnazione: “Sì, ogni tanto ci arrestano. Ma ci mobilitiamo ogni settimana: dallo scorso aprile tutte le domeniche organizziamo un picchetto”.
Nina, un’altra attivista che non vuole rivelare il cognome e che partecipa con assiduità ai cortei dell’opposizione, sintetizza perfettamente lo spirito della giornata: “Siamo soddisfatti. Non era una manifestazione, iniziative come questa sono ormai parte integrante della vita della città. Qui non ci sono solo militanti di partito, ma tante persone non politicizzate che sono rimaste scioccate dall’omicidio di Nemtsov”. Qualcun altro arriva, altre foto, altri garofani. Un gruppo di buddisti intona un salmo inchinandosi davanti a una foto di Nemtsov. Poi lentamente il ponte comincia a svuotarsi.

A giudicare dalla stoica ostinazione delle persone che incontro, le mobilitazioni non si fermeranno: loro continueranno a scendere in piazza, a organizzare picchetti, e a deporre fiori sul “ponte di Nemtsov”. E le autorità continueranno a ignorarli, magari effettuando qualche arresto di tanto in tanto. Il rischio è che da questo circolo vizioso non si esca tanto presto.
Poche ore dopo la fine della manifestazione la mia prospettiva sul paese e sui suoi problemi cambia drasticamente. Riesco infatti a convincere Ilja Azar, il mio cicerone moscovita, a vedere insieme ad alcuni suoi amici il programma d’informazione politica che meglio incarna i valori del putinismo e che è stato spesso accusato di essere null’altro che uno strumento di propaganda del Cremlino. Si tratta di Vesti nedeli (le notizie della settimana), condotto da Dmitrij Kiselëv, le cui sparate ultimamente si sono guadagnate l’onore delle cronache anche nei paesi occidentali: per esempio quella sui gay, i cui cuori dopo la morte andrebbero bruciati per evitare che siano usati per i trapianti, o sui costumi morali della Svezia, “dove i bambini fanno sesso a nove anni e a dodici sono già impotenti”.

Già collaboratore della tv ucraina fino al 2004, Kiselëv conduce Vesti nedeli dal 2012, e a dicembre del 2013 è stato messo a capo della nuova agenzia stampa Rossija Segodnija (Russia oggi), che ha preso il posto della Ria Novosti e di Golos Rossii (La voce della Russia), accentuandone – per così dire – il carattere filogovernativo e propagandistico. Le persone con cui commentiamo la trasmissione, tutte sui trent’anni, non sono esattamente il pubblico tipo di Kiselëv, e anche stasera, se non avessi parecchio insistito, avrebbero sicuramente preferito fare altro. Ma ormai ci siamo.

L’apertura è sulla conferenza stampa di giovedì 16 aprile, in cui il presidente Putin ha risposto in diretta, come ogni anno, alle domande dei russi. Poi si parla dell’idea di Mosca di vendere i missili S-300 all’Iran. Il servizio finisce e l’inquadratura stringe sul conduttore che commenta quanto gli spettatori hanno appena visto, seduto al suo tavolo da anchorman e con diversi schermi tv alle spalle. Il tono è pacato e la mimica molto composta. Ma la stoccata arriva: “Ricordate: se l’Iraq e la Libia avessero avuto i missili russi, oggi esisterebbero ancora”.

Dopo il Medio Oriente, arriva il momento del tema principe della serata e che, a quanto pare, è quello che Kiselëv più ama cavalcare: il nazismo, declinato soprattutto nella sua variante ucraina. Il primo servizio è dalla Germania, e ricorda come a Berlino ci siano musei dedicati all’olocausto e al muro, ma non alle violenze compiute dai nazisti contro i russi. Poi si parla del famigerato battaglione Azov e degli estremisti nell’esercito ucraino. Ma ovviamente non si fa cenno ai rapporti sempre più stretti tra Mosca e i partiti di estrema destra di molti paesi dell’Unione europea.

Tra un servizio sul nazismo ucraino e l’altro c’è spazio anche per la vicenda di Valentina Lisitsa, la pianista ucraina che non si è potuta esibire a Toronto a causa delle sue prese di posizione a favore dei separatisti del Donbass, per la storia del presunto sconfinamento di un sottomarino russo nelle acque del mare d’Irlanda, per un servizio su come il twerking e altre mode occidentali siano un rischio per i ragazzi russi, e per un profilo di Günter Grass, di cui si ricorda soprattutto il passato nazista. “Tutte le storie, anche le vicende vecchie di settant’anni”, commenta Azar, “sono messe in relazione in qualche modo a quello che succede nell’Ucraina di oggi”. Dove i nazisti, ci spiega Kiselëv, vogliono perfino abbattere la statua del generale sovietico Nikolaj Vatutin che si trova a Kiev.

Poi, prima della pubblicità, il conduttore ricorda al pubblico che nel programma in onda dopo Vesti nedeli si cercherà di capire se le 14 caratteristiche individuate da Umberto Eco nel saggio Cinque scritti morali per definire tutti i regimi fascisti possono ritrovarsi anche nell’Ucraina di oggi (detto per inciso: molte sono sicuramente presenti nella Russia di Putin).

Quando infine il presentatore annuncia “un altro approfondimento sul nazismo ucraino” le cinque persone del nostro gruppo di ascolto scoppiano tutti a ridere. Ora, è vero che da Kiev ultimamente stanno arrivando segnali preoccupanti di sbandamento verso l’estrema destra, ma la copertura di Vesti nedeli è ossessiva e caricaturale. Sta di fatto che stasera Kiselëv ha raccontato al suo pubblico (che non è composto dalla maggioranza dei russi, ma è comunque molto consistente) un mondo in cui la Russia è circondata da potenze ostili di stampo neonazista, determinate a calpestare le sue tradizioni, i suoi valori e i suoi interessi.
Un messaggio che arriva al cuore di molti russi, specialmente alla vigilia delle celebrazioni di un 9 maggio che quest’anno sarà molto particolare. A festeggiare i settant’anni della sconfitta del nazismo, infatti, accanto a Putin ci saranno i capi di stato indiano e cinese, oltre al nordcoreano Kim Jong-un e a qualche dittatore centrasiatico. Ma mancheranno tutti i leader dei paesi occidentali.

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