17 settembre 2015 16:08

Dopo mesi di serrati negoziati tra la Grecia e i suoi creditori internazionali, il nuovo primo ministro Alexis Tsipras – già uscente – è stato costretto ad accettare le durissime condizioni di un nuovo piano di salvataggio triennale da 85 miliardi di euro.

Con il paese sull’orlo della bancarotta, il 14 agosto il parlamento di Atene ha approvato il terzo accordo per il salvataggio in cinque anni. Quasi un terzo dei 149 parlamentari di Syriza, il partito di sinistra di Tsipras, si è rifiutato di sostenerlo e il primo ministro, di 41 anni, si è dimesso, aprendo così la strada alle quinte elezioni politiche in sei anni.

Come siamo arrivati a questo punto?
La Grecia è stata obbligata a chiedere aiuti internazionali nel 2010 quando si è trovata sull’orlo del fallimento, appena nove anni dopo essere entrata nell’euro.

La Grecia ha ricevuto più di trecento miliardi di euro in aiuti internazionali. Ma questi sono stati concessi a condizioni molto severe, con un programma d’austerità che ha comportato pesanti tagli al bilancio e un’impennata delle tasse.

L’economia della Grecia si è inabissata: il pil è sceso del 25 per cento dal 2010. La disoccupazione riguarda circa il 26 per cento della forza lavoro (che in maggioranza non riceve sussidi), gli stipendi sono calati del 38 per cento e le pensioni del 45 per cento. Circa il 18 per cento della popolazione non ha soldi sufficienti per mangiare e il 32 per cento vive sotto la soglia di povertà.

Visto che la maggior parte dei fondi di salvataggio è stata usata per pagare i debiti del paese, non è stato investito quasi niente per il rilancio economico. E, soprattutto, il debito greco oggi è quasi il doppio della produzione economica annuale del paese, cioè il 180 per cento del pil.

Alle elezioni di gennaio, gli elettori greci, stremati, hanno finito per perdere la pazienza con i partiti tradizionalmente al potere. Promettendo di stracciare gli accordi sugli aiuti responsabili della “crisi umanitaria”, Syriza ha ottenuto una clamorosa vittoria.

Quali sono le questioni principali e qual è lo scenario più probabile?
Due mesi fa Tsipras godeva di grande popolarità, con un tasso di consensi del 70 per cento, dato che era l’unico primo ministro greco ad avere perlomeno provato a opporsi ai piani dei creditori della Grecia. I sondaggi mostrano che oggi, tra le persone di età compresa tra i 18 e i 44 anni che hanno contribuito a portarlo al potere, il sostegno a Syriza è crollato.

Buona parte del 62 per cento dei greci che nel referendum di luglio hanno votato contro il nuovo salvataggio sono scontenti del partito perché ha finito per accettare un accordo che aveva promesso di rigettare.


Cruciale per l’esito delle elezioni di domenica sarà il comportamento di questi elettori di Syriza delusi. Alcuni sembrano attratti dalla sinistra ancor più radicale, alcuni persino dal partito di estrema destra Alba dorata (il più popolare per le persone tra i 18 e i 24 anni).

Ma in molti sembrano anche disposti a fidarsi dell’offerta di “ritorno alla stabilità” proposta dal leader di Nea dimokratia, Vangelis Meimarakis. I sondaggi suggeriscono che il vantaggio di Syriza su Nea dimokratia si sia, come minimo, sensibilmente ridotto. Secondo alcuni, i due partiti sono praticamente testa a testa.

I principali partiti politici
Dalla caduta del regime dei colonnelli nel 1974, le elezioni in Grecia sono state dominate da due partiti politici: Nea dimokratia, di centrodestra, e il Partito socialista, Pasok. Dal 1981 in poi, alle elezioni politiche i due partiti hanno sempre ottenuto, in totale, l’84 per cento dei voti. Tutto è cambiato con il crollo dell’economia greca e i piani di salvataggio che ne sono seguiti. Nelle tre tornate elettorali che si sono svolte a partire dal maggio 2012, il risultato complessivo dei due partiti è stato rispettivamente del 32, 42 e 32,5 per cento.

Sostenitori del Partito comunista greco (Kke) ad Atene, il 16 settembre 2015. (Afp)

Al contrario, il sostegno nei confronti dei partiti più piccoli è cresciuto. Prima delle elezioni del maggio 2012 il sostegno per Alba dorata era inferiore allo 0,5 per cento, mentre da allora è sempre stato superiore al 5 per cento.

I partiti e le coalizioni che si presentano alle elezioni di domenica 20 settembre sono 19. Ecco i partiti che hanno le maggiori possibilità di entrare nel prossimo parlamento greco.

  • Syriza, la coalizione della sinistra radicale, guidata dal primo ministro uscente Alexis Tsipras.
  • Nea dimokratia, partito di centrodestra, fa parte del Partito popolare europeo.
  • Unità popolare, partito di estrema sinistra formato da 25 parlamentari usciti da Syriza.
  • Partito comunista greco (Kke).
  • Partito socialista (Pasok). Per queste elezioni ha stretto un’alleanza con Sinistra democratica (Dimar).
  • To potami, partito socialdemocratico e liberale, fondato nel 2014 dal giornalista Stavros Theodorakis.
  • Greci indipendenti (Anel), partito di destra, partner minoritario di coalizione nel governo uscente di Tsipras.
  • Alba dorata, partito di estrema destra.
  • Unione dei centristi, partito centrista fondato nel 1992 che non ha mai ottenuto seggi in parlamento ma che, secondo i sondaggi, stavolta potrebbe superare la soglia minima necessaria per farcela.

Come funzioneranno le elezioni?
Sono circa 9,8 milioni i greci che hanno diritto di voto e ai partiti serve almeno il 3 per cento dei voti per entrare in parlamento con un mandato di quattro anni.

Il parlamento greco ha trecento seggi: 250 deputati sono eletti con un meccanismo proporzionale, mentre gli altri 50 sono automaticamente assegnati al partito che conquista il maggior numero di voti.

I deputati sono eletti a partire dalle liste di candidati di 56 circoscrizioni geografiche. Gli elettori di Atene, dove vive metà della popolazione nazionale, eleggono 58 dei trecento deputati.

La quota di voti necessaria per una maggioranza assoluta di 151 seggi dipenderà da come sarà distribuito il risultato generale tra i partiti: se tutti i partiti ottenessero seggi in parlamento, il 40 per cento dei voti potrebbe significare una vittoria netta. Se invece molti voti si disperdessero tra i partiti più piccoli, che non riescono a superare lo sbarramento del 3 per cento, la quota necessaria per la maggioranza dei seggi si abbasserà.

Anche se in Grecia esiste l’obbligo di votare, non viene fatto rispettare. L’affluenza è scesa notevolmente nell’ultimo decennio. Negli anni ottanta era costantemente sopra l’80 per cento. Nei dieci anni fino al 2005 l’affluenza media è scesa al 75 per cento. Nelle ultime elezioni di gennaio è stata inferiore al 64 per cento.

Nel caso in cui nessun partito ottenga la maggioranza assoluta, il presidente Prokopis Pavlopoulos darebbe al leader del partito principale il mandato di formare una coalizione. Se ciò non fosse possibile, il cosiddetto mandato esplorativo andrebbe al secondo partito e poi al terzo.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Secondo i sondaggi, nessun partito sarebbe in grado di ottenere seggi sufficienti da poter formare da solo un governo di maggioranza. Entrambi i favoriti, Nea dimokratia e Syriza, avrebbero bisogno di formare una coalizione con uno o più partiti per poter governare. Pasok, To potami e l’Unione dei centristi sarebbero i candidati più probabili a entrare in una coalizione del genere.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Un’altra possibilità è una coalizione tra Nea dimokratia e Syriza, anche se Tsipras non è molto favorevole all’ipotesi.

(Questo articolo è uscito su The Guardian a firma di Jon Henley e Alberto Nardelli. Traduzione di Federico Ferrone).