La Mezzaluna rossa siriana assiste la popolazione dopo un bombardamento aereo attribuito alle forze del presidente Bashar al Assad a Duma, vicino alla capitale Damasco, in Siria, il 24 agosto 2015. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)

I protagonisti e i nodi politici dei nuovi colloqui di Vienna sulla Siria

La Mezzaluna rossa siriana assiste la popolazione dopo un bombardamento aereo attribuito alle forze del presidente Bashar al Assad a Duma, vicino alla capitale Damasco, in Siria, il 24 agosto 2015. (Bassam Khabieh, Reuters/Contrasto)
13 novembre 2015 17:45

Nel fine settimana a Vienna si terrà la seconda sessione dei colloqui internazionali tra i protagonisti della crisi siriana a cui parteciperanno diciassette paesi – tra cui Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e Arabia Saudita – oltre ai rappresentanti di Unione europea, Nazioni Unite e Lega araba. La riunione, che si svolge in piena escalation dei bombardamenti aerei russi e statunitensi in Siria, segue quella precedente del 30 ottobre con l’obiettivo di gettare le basi per una transizione politica nel paese arabo.

Il nodo politico della vigilia resta il ruolo del presidente Bashar al Assad e la sua eventuale partecipazione a future elezioni. Su questo, Stati Uniti e Russia, così come Arabia Saudita e Iran, restano su posizioni molto distanti . I russi hanno fatto circolare negli ultimi giorni un piano che, proprio su questo, si mantiene vago non precisando se Assad dovrà lasciare o meno la guida del paese durante la transizione. I diplomatici occidentali hanno già rifiutato una simile impostazione.

Un altra questione cruciale, per i partecipanti ai colloqui di Vienna, sarà mettersi d’accordo sulla lista dei ribelli che possano essere considerati gruppi di opposizione legittimi e quelli che invece sono terroristi. “Ci sono cattivi ragazzi un po’ dappertutto e bravi ragazzi che non sono abituati a lavorare insieme”, ha sintetizzato il segretario di stato statunitense John Kerry.

Sul terreno. Due giorni prima della riunione viennese, il gruppo Stato islamico ha rivendicato un doppio attentato suicida in un quartiere sciita di Beirut, considerato un bastione di Hezbollah, dove sono morte più di 43 persone. Nel frattempo la città irachena di Sinjar, su cui sventola la bandiera nera dei jihadisti dall’estate del 2014, è stata oggetto di un’offensiva simultanea dei peshmerga curdi e della coalizione contro lo Stato islamico, guidata dagli Stati Uniti, che ha portato alla sua riconquista da parte delle autorità curde.

I protagonisti

Russia
Mosca appoggia il regime di Bashar al Assad e ha sempre sostenuto che i suoi bombardamenti in Siria – cominciati alla fine del settembre scorso – avessero come obiettivo solo le basi del gruppo Stato islamico. Le autorità russe sono poi state costrette ad ammettere di aver attaccato anche altri gruppi ribelli, jihadisti e non, che contendono ad Assad il controllo delle zone ancora sotto il controllo governativo, soprattutto nell’ovest. Tra questi, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti.

Mosca ha intensificato i suoi raid contro lo Stato islamico in Siria dopo il disastro aereo nel Sinai, dove il 31 ottobre un aereo di linea russo è precipitato uccidendo 224 persone e ormai la tesi prevalente tra le cancellerie internazionali è che sia stato abbattuto dalle milizie jihadiste che combattono nella penisola egiziana. Oltre a ciò, ha rafforzato la sua presenza nella base militare di Latakia, una città costiera siriana sotto il controllo di Assad. Finora il presidente Vladimir Putin ha sempre sostenuto la necessità di coinvolgere Assad nel futuro politico del paese, ma ultimamente diverse voci del governo hanno espresso dei dubbi.

Stati Uniti
Washington si oppone al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Di recente, l’amministrazione statunitense ha anche fatto sapere che è disposta a prendere in considerazione il coinvolgimento di Assad nel futuro processo di transizione politica. Un programma da 500 milioni di dollari con cui il Pentagono era riuscito a formare solo poche decine di ribelli è stato interrotto all’inizio dello scorso ottobre. Gli Stati Uniti restano alla guida della coalizione internazionale che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono contro i jihadisti nel nord, come ha dimostrato l’ultima operazione per liberare Sinjar. Della coalizione fanno parte anche Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e, da fine agosto, anche la Turchia.

Turchia
La Turchia si oppone con forza ad Assad e ha denunciato più volte incursioni russe nel proprio spazio aereo. Ankara appoggia i ribelli moderati e i jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista. Per molto tempo la Turchia, che è un membro della Nato, è stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria, ai danni dei combattenti curdi. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei. Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdoğan porta avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) nel nord della Siria.

Iran
Da decenni è l’unico alleato in Medio Oriente del regime di Bashar al Assad. Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. Nella primavera di quest’anno ha combattuto attivamente il gruppo Stato islamico in Iraq a fianco dell’esercito iracheno, ma senza un reale coordinamento con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. Per questo, in molti hanno considerato il doppio attentato del 12 novembre a Beirut come una rappresaglia del gruppo Stato islamico contro l’iniziativa iraniana in Siria. Il governo di Teheran – che il 30 ottobre è stato invitato per la prima volta a sedere al tavolo dei negoziati – ha sostenuto ufficialmente la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non ha mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad, tesi che era stata sostenuta, seppur con una certa ambiguità, nelle conclusioni della conferenza di Ginevra del giugno 2012.

Arabia Saudita
Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime con la deposizione di Assad. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata, sia jihadisti sia moderati. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Riyadh ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative.

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