Donne in attesa di raccogliere l’acqua nella Regione dei somali, in Etiopia, fortemente colpita dalla siccità, il 26 gennaio 2016. (Tiksa Negeri, Reuters/Contrasto)

La siccità mette di nuovo alla prova l’Etiopia

Donne in attesa di raccogliere l’acqua nella Regione dei somali, in Etiopia, fortemente colpita dalla siccità, il 26 gennaio 2016. (Tiksa Negeri, Reuters/Contrasto)
02 febbraio 2016 11:18

In una pianura senza alberi dell’Etiopia orientale, migliaia di pastori si sono accampati al di fuori del piccolo villaggio di Fedeto. Negli ultimi sei mesi l’accampamento ha continuato a ingrandirsi man mano che una delle peggiori siccità degli ultimi decenni ha decimato le mandrie, seccato i pascoli e reso l’acqua potabile un bene raro.

“Abbiamo vagato per tre mesi, perdendo ogni singolo animale a eccezione di due asini”, spiega Saido Ahmed Keyat, una donna di 29 anni e madre di cinque figli, la cui famiglia possedeva duecento capi tra pecore e capre, 15 bovini, otto cammelli e sette asini. “Tutti i miei bambini sono malnutriti. Hanno bisogno di latte e di tante altre cose”.

La mancanza di pioggia che ha colpito l’Etiopia, e che i meteorologi attribuiscono al fenomeno atmosferico detto El Niño, ha creato in alcune aree del paese una siccità peggiore di quella della crisi del 1984. All’epoca gli effetti congiunti della carenza d’acqua e della guerra causarono una carestia che provocò la morte di circa un milione di persone.

Negli anni successivi, l’Etiopia si è trasformata sotto la guida di un governo che promuove un rapido sviluppo economico, ma che è criticato per aver limitato molte libertà politiche. Una delle misure-simbolo del governo è un programma di sostegno rurale concepito per evitare che i cittadini etiopi muoiano di fame.

Ma la nuova siccità sta mettendo in crisi tale modello.

L’emergenza ha raggiunto proporzioni ormai enormi e il governo non è più in grado di rispondere con le sue sole forze

Oltre dieci milioni di persone sono ormai gravemente carenti di cibo, secondo statistiche messe insieme dal governo e dai suoi partner umanitari. La situazione sta mettendo a dura prova il governo e i bilanci dei paesi donatori e dei gruppi di cooperazione internazionali.

“L’emergenza ha raggiunto proporzioni ormai enormi e il governo non è più in grado di rispondere con le sue sole forze”, ha dichiarato alla Reuters Carolyn Wilson, direttrice generale dell’associazione umanitaria Save the children, dopo aver visitato alcune delle regioni colpite nel nord e nell’est del paese.

In tutto, secondo il governo e altri partner umanitari, si stima che per l’anno 2016 siano necessari 1,4 miliardi di dollari per il cibo e altre risorse. Il governo ha dichiarato che, grazie ai donatori, è stato finora possibile raccogliere circa il 30 per cento di tale somma. La scorsa settimana il Programma alimentare mondiale (Wfp) delle Nazioni Unite ha dichiarato che, affinché lo sforzo umanitario possa protrarsi oltre aprile, è necessario raccogliere cinquecento milioni di dollari entro la fine di febbraio.

In un mondo che deve affrontare l’emergenza legata alla crisi dei rifugiati e i conflitti in Siria, Iraq e Yemen, non sarà un compito semplice.

“Non è che i donatori non abbiano risposto”, ha spiegato John Aylieff, responsabile del Wfp per il paese. “È che non sono riusciti a tenere il ritmo”.

Secondo il governo finora nessuno è morto di fame, anche se alcune persone che vivono nelle zone più colpite dicono il contrario

I bisogni di oggi sarebbero molto più grandi, se non fosse stato per gli enormi cambiamenti che l’Etiopia ha conosciuto negli ultimi tre decenni.

Nel 1984 l’allora governo comunista, chiamato Derg, aveva cercato di nascondere la carestia, mentre il conflitto e i progetti d’ingegneria sociale come la collettivizzazione agricola acuivano la fame.

Il Derg è stato deposto dai ribelli nel 1991 e il governo che ha preso il potere ha permesso dei tassi di crescita spettacolari, alcuni addirittura a due cifre, come dimostrano il boom edilizio della capitale e le nuove autostrade che attraversano il paese.

Nel 2005 l’Etiopia ha avviato il programma Productive safety net (Rete di protezione produttiva) che stava aiutando 7,9 milioni di persone ad affrontare un’insicurezza alimentare che era cronica anche prima dell’ultima siccità. Queste persone ricevevano cibo o denaro in cambio di servizi per la comunità.

Per affrontare la siccità, il governo ha stanziato una somma supplementare di 272 milioni di dollari per il bilancio 2015 e altri 109 per quello di quest’anno, ha dichiarato alla Reuters Mikitu Kassa, capo della commissione nazionale per la gestione del rischio. Per comprendere meglio la portata di queste spese supplementari, ha spiegato, basta pensare che esse equivalgono all’incirca all’intero bilancio statale dell’Etiopia di vent’anni fa.

Secondo il governo finora nessuno è morto di fame, anche se alcune persone che vivono nelle zone più colpite dicono il contrario. Una donna di Fedeto ha dichiarato che negli ultimi due mesi sono morte almeno venti persone, anche se non è stato possibile verificarlo.

Mikitu ha dichiarato che il governo è pronto a spendere quanto necessario qualora non arrivassero gli aiuti internazionali, anche se la cosa potrebbe sottrarre fondi ad altri progetti. Ma ha aggiunto che i “mega progetti” del governo, come le nuove ferrovie, strade e dighe, andranno comunque avanti.

Tali progetti fanno parte di un piano d’industrializzazione dell’Etiopia. L’80 per cento del paese fa ancora affidamento sull’agricoltura, su una pastorizia perlopiù dipendente dalla pioggia o su piccoli poderi agricoli di sussistenza. Il miglioramento dei trasporti si è già dimostrato fondamentale, garantendo spostamenti più facili al personale umanitario.

“Il tipo di governo che avevamo nel 1984 è molto diverso dall’attuale governo”, ha dichiarato Mikitu ad Addis Abeba, dove lo scorso anno è stato inaugurato il primo sistema di metropolitana dell’Africa subsahariana, che oggi si muove al di sopra delle strade congestionate dal traffico.

La nuova Etiopia

L’architetto dell’Etiopia moderna, l’ex ribelle divenuto presidente e poi primo ministro Meles Zenawi, aveva dichiarato, nel corso di una conferenza stampa tenuta ad Addis Abeba dopo la sua nomina, nel 1991, che il suo successo sarebbe stato sancito quando “gli etiopi sarebbero stati in grado di consumare tre pasti al giorno”.

L’Etiopia non ha ancora raggiunto tale obiettivo. Le voci critiche nei confronti del governo (Zenawi è morto nel 2012 ma molte delle sue politiche vanno avanti con il suo successore Hailemariam Desalegn) sostengono che sia autoritario e che reprima gli oppositori. Durante le elezioni legislative dello scorso anno nessun partito d’opposizione ha ottenuto un seggio in parlamento.

Il dipartimento di stato statunitense ha dichiarato che continua a essere “profondamente preoccupato per le continue limitazioni a cui sono sottoposti la società civile, la stampa, i partiti d’opposizione e le voci e le opinioni indipendenti”. Le autorità etiopi negano di aver limitato le libertà.

Ma secondo il personale umanitario alcuni ministri, determinati a evitare che le recenti immagini di carestia mettano in ombra le credenziali di sviluppo del governo, hanno lanciato segnali contrastanti all’inizio della crisi a proposito della sua gravità e dell’aiuto necessario.

Il responsabile della gestioni delle crisi, Mikitu Kassa, ha dato la colpa di ogni confusione alla velocità con cui è cresciuto il numero di quanti si sono trovati di fronte a gravi carenze di cibo: nel gennaio del 2015 erano 2,9 milioni di persone, ma il numero è salito rapidamente fino a raggiungere i 10,2 milioni a dicembre.

Tuttavia, la capacità del governo di fornire tali statistiche è la prova di quanto il governo dell’Etiopia sia cambiato.

Fedeto, che si trova in un’area remota della regione di Sitti, gravemente colpita dalla siccità, ha tratto beneficio da tale cambiamento. Un piccolo ambulatorio, uno delle migliaia che sono nati in tutto il paese negli ultimi vent’anni, dispensa razioni di cibo e offre cure mediche ai malnutriti. Il villaggio ha anche una cisterna d’acqua e una scuola.

Tutto questo è d’aiuto, ma fino a un certo punto. L’amministratore del villaggio di seicento abitanti, Dahir Omar Hosch, ha dichiarato che fa fatica a soddisfare i bisogni delle 7.500 persone in difficoltà che sono arrivate e oggi vivono accampate lì vicino. “C’è una pressione enorme su di noi. E la gente continua ad arrivare”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato la prima volta dall’agenzia Reuters.

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