Dietro la notizia

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Soldati dell’esercito nigeriano a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Ritorno nel villaggio dove Boko haram ha rapito 276 ragazze

Soldati dell’esercito nigeriano a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)
13 aprile 2016 13:36

La strada che da Damboa, nella Nigeria nordorientale, porta a Chibok non è una vera e propria strada. È un tracciato polveroso dove le uniche indicazioni di una strada percorribile sono i segni sulla sabbia degli pneumatici di taxi, camion e auto che hanno transitato da qui in precedenza. I veicoli sobbalzano sulla superficie irregolare, sollevando nuvole di polvere e sabbia anche a bassa velocità. Spesso è difficile vedere l’automobile davanti.

Poche persone al di fuori della regione avevano sentito parlare di Chibok fino a due anni fa. Poi, la notte del 14 aprile 2014, i jihadisti di Boko haram hanno assalito la Government girls secondary school (Istituto secondario femminile governativo) nei dintorni della città, e hanno rapito 276 adolescenti dal loro dormitorio. Il rapimento, e le 219 ragazze che sono ancora tenute prigioniere, hanno fatto conoscere in tutto il mondo un brutale conflitto che era passato perlopiù inosservato al di fuori della Nigeria.

L’Afp aveva cercato di recarsi a Chibok dai tempi del rapimento, ma questioni di sicurezza hanno sempre sconsigliato lo spostamento: nel 2014 i guerriglieri islamisti controllavano buona parte dello stato di Borno, che l’anno scorso è stato oggetto di una controffensiva dell’esercito.

Ma anche adesso che i militari hanno ripreso il controllo di buona parte del nordest e che hanno autorizzato il viaggio, il comandante capo della capitale dello stato, Maiduguri, ha insistito perché ci accompagnasse una scorta pesantemente armata. Abbiamo scoperto presto il perché.

Le principali strade da e per Maiduguri sono state riaperte alla fine di marzo, circa tre anni dopo essere state chiuse per i ripetuti attacchi di Boko haram. La decisione ha alimentato le speranze di un ritorno alla vita normale dopo sette anni di combattimenti nei quali sono morte circa ventimila persone e almeno 2,6 milioni hanno perso la loro casa.

Ai confini della città di Maiduguri, centinaia di auto, taxi, minibus e camion colmi di passeggeri, merci o entrambe le cose aspettano in un caldo insopportabile l’autorizzazione a percorrere i circa novanta chilometri verso Damboa, in direzione sudovest.

Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Il convoglio dell’Afp comprendeva un veicolo blindato per il trasporto delle truppe, due pick-up dell’esercito in testa e due dietro, tutti in tenuta mimetica per confondersi con il terreno riarso e dotati di mitragliatrici pesanti. A fare da battistrada quattro soldati del battaglione motociclistico dell’esercito, da poco istituito, sulle loro moto enduro.

Appena fuori della città bambini e adulti agitano o sollevano il pugno chiuso della mano destra, come prevede il tradizionale saluto hausa. Man mano che la strada prosegue nei boschi, le case basse non finite o abbandonate lasciano posto ad alberi e arbusti con rami e spine appuntite come il sole penetrante.

Andando avanti nella boscaglia, gli impressionanti segni della guerra si fanno più visibili: pezzi di asfalto bucherellati da esplosioni o proiettili; auto, pick-up come quello su cui stiamo viaggiando e minibus saltati in aria, bruciati, accartocciati o tagliati a metà.

Il cartello all’esterno della Government girls secondary school a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Gli edifici sono crivellati di colpi o consumati dal fuoco. In una regione già scarsamente popolata prima del conflitto, non si vede un’anima viva. I veicoli fanno lo slalom ad alta velocità tra ostacoli occasionali come alberi caduti o bidoni di carburante rovesciati, al suono di musica gospel nigeriana.

A un certo punto il luogotenente che occupa il posto del passeggero davanti spegne la musica e imbraccia il suo fucile. Davanti a noi risuona il crepitio di una sparatoria, seguito dopo pochi secondi da un altro che viene da dietro di noi.

Cerco di capire da quale direzione provengono i colpi. All’improvviso i miei pesanti giubbotto antiproiettile e casco non sembrano una protezione sufficiente.
Tutti guardano i soldati, i quali, con fare che ci rassicura, appaiono impassibili.

Le differenze tra Damboa e Chibok

Il luogo in cui siamo, un’area boschiva più fitta dove una persona potrebbe tranquillamente nascondersi e preparare un agguato, è un noto punto di passaggio dei ribelli tra le loro basi nel Borno sudorientale e sudoccidentale. Sugli alberi sono stati visti alcuni indumenti, un segnale del fatto che i ribelli hanno perlustrato l’area di notte. I colpi sparati dai militari sono un segnale per far capire ai ribelli che hanno visto il segnale.

Questa tattica e la spiegazione confermano quello che ormai si dice da qualche mese: che nonostante le assicurazioni del governo sul fatto che i ribelli di Boko haram sarebbero stati “tecnicamente” sconfitti, i guerriglieri sono ancora attivi e minacciosi.

Sono felice di non aver rischiato la sorte nel convoglio civile, molto più vulnerabile di quello in cui mi trovo.

La vita sta riprendendo il suo corso a Damboa. Vigilantes in abiti civili con moschetti da un solo colpo fatti in casa, fionde e bastoni, fanno la guardia nei posti di blocco alle estremità della città mentre i soldati si riposano sotto gli alberi.

Del catrame appena bollito viene versato sulle strade per riparare i danni delle esplosioni. Su un lato, le motociclette sottratte ai ribelli vengono fatte bruciare. Nel centro della città alcuni commercianti vendono ai lati della strada arance, angurie, manghi e cipolle rosse, creando un vivido lampo di colore per noi che passiamo.

Camion malconci vengono caricati di legna e sacchi di grano. I facchini si riposano accanto a carriole e carrelli vuoti, alcune capre si muovono tra la folla, mentre i loro rumorosi belati si mescolano con la musica diffusa a volume distorto.

I resti di un locale della Government girls secondary school di Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

A quaranta chilometri c’è Chibok, dove la scena è molto diversa.

Il mercato, attaccato a gennaio da un attentatore suicida, non ha niente da vendere. Alcuni pali elettrici sono gettati in un angolo, i cavi giacciono a terra, fiacchi come i commercianti seduti fuori dei loro negozi e i gruppi di uomini e bambini che stanno in piedi silenziosi agli angoli delle strade.

Uscendo dalla città, i fedeli delle moschee, compresi i bambini piccoli, sono perquisiti, alla ricerca di esplosivi. La Government girls secondary school è altrettanto desolata. La parola “girls” sul malconcio cartello che si trova all’esterno dell’edificio è stata coperta di nero.

Oltre il muro di cinta, i dormitori dai quali sono state sequestrate le ragazze sono stati demoliti. Telai di letto, pentole e un infradito solitario sono l’unico segno che dimostra che il luogo un tempo era abitato.

Il mercato, attaccato a gennaio da un attentatore suicida, a Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Una rete da pallavolo è smossa dal vento torrido. Dell’erba secca fa capolino tra gli ammassi di detriti di muratura e le travi crollate del tetto della sala mensa. Torni e altre macchine industriali arrugginiscono accanto alle rimesse.

Abbandonata dallo stato

Decenni di sottoinvestimento e sottosviluppo, peggiorati da anni di combattimenti, hanno lasciato Chibok senza elettricità, acqua o strade decenti.
In città funziona solo una rete telefonica, peraltro in maniera intermittente. Dai tempo del sequestro delle ragazze, non esistono più scuole statali.

I genitori privi dei mezzi economici non possono permettersi d’inviare i loro figli altrove perché ricevano un’istruzione. Molte persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa della continua insicurezza, e a vivere un’esistenza precaria a Maiduguri, nella capitale Abuja o perfino a Lagos, che dista mille chilometri da qui.

Tutte le persone con cui ho parlato hanno detto che Chibok è stata abbandonata e che c’è un disperato bisogno d’investimenti per ricostruire e sperare in un futuro migliore. Ma qui il governo locale e statale funzionano a malapena e al livello federale le promesse non sono state mantenute.

Chibok, Nigeria, il 25 marzo 2016. (Stefan Heunis, Afp)

Nel marzo del 2015, appena prima delle elezioni che ha perso contro Muhammadu Buhari, l’ex presidente Goodluck Jonathan aveva annunciato l’inizio dei lavori di ricostruzione della Government girls secondary school.

Il suo ministro delle finanze Ngozi Okonjo- Iweala era andato a Chibok per la posa della prima pietra. Ma a parte alcuni blocchi di calcestruzzo ordinatamente disposti sul posto, non ci sono prove di lavori in corso o indicazioni che possano cominciare presto.

Un simbolo del conflitto

Anche le promesse che la comunità internazionale ha rivolto al governo nigeriano per aiutarlo a ritrovare le ragazze rapite finora non hanno portato a niente.
I milioni di tweet che chiedevano #bringbackourgirls (riportateci le nostre ragazze) sono stati inutili e mentre si avvicina il secondo anniversario del rapimento sembrano non esserci praticamente indizi su dove si possano trovare le ragazze.

L’esercito nigeriano, che ha preso fiducia dopo i successi contro i guerriglieri ed è sostenuto da un governo maggiormente impegnato nella lotta contro i ribelli, ha faticato a capire perché volessimo visitare Chibok.

Ma si tratta di un simbolo del conflitto, un chiaro esempio dell’enorme costo che la violenza estremista impone ai civili, della mancanza di sicurezza e di autorità e del difficilissimo compito della ricostruzione.

Man mano che i soldati riprendono il controllo, il nordest della Nigeria è sempre più esposto agli sguardi degli osservatori esterni, come mai gli era capitato negli ultimi anni.

Come è sempre più chiaro, in particolare dopo la notizia emersa alla fine di marzo del rapimento di cinquecento persone (tra cui trecento alunni di una scuola elementare) compiuto nel 2014 da Boko haram nella città di Damask, nel Borno, a pochi mesi dal rapimento di Chibok, quel che è successo non è certo un caso isolato.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Correspondent dell’Afp. Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

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