Il conto delle schede a Hong Kong, in Cina, il 5 settembre 2016.

Gli attivisti per la democrazia entrano nel parlamento di Hong Kong

Il conto delle schede a Hong Kong, in Cina, il 5 settembre 2016.
05 settembre 2016 13:39

Due anni dopo le grandi manifestazioni per la democrazia del 2014, per la prima volta nel Consiglio legislativo (Legco, il parlamento locale) di Hong Kong sono stati eletti dei giovani attivisti che chiedono una rottura radicale con Pechino. Più di 2,2 milioni di persone, cioè il 60 per cento degli elettori – un record – hanno votato fino a tardi nella notte tra il 4 e il 5 settembre per un’elezione in cui si sono candidati per la prima volta dei sostenitori dell’indipendenza da Pechino dell’ex territorio britannico, tornato sotto il controllo cinese nel 1997.

Le elezioni per il rinnovo del Legco si sono svolte in un periodo in cui a Hong Kong cresce la sensazione che Pechino voglia rafforzare il controllo sulla città semiautonoma in campo politico, culturale e educativo. Lo spoglio dei voti ha confermato che quattro dei candidati che chiedono una rottura con la Cina hanno ottenuto un seggio (un quinto è ancora in ballottaggio). Tutto questo assume un forte valore simbolico, anche se l’assemblea rimarrà controllata dai parlamentari vicini a Pechino.

I volti dell’indipendenza
Tra questi giovani eletti c’è Nathan Law, 23 anni, che nel 2014 era stato una delle figure di spicco del Movimento degli ombrelli, le manifestazioni di massa che avevano paralizzato interi quartieri di Hong Kong.

Il suo movimento, Demosisto, chiede un referendum sull’indipendenza e insiste sul diritto degli abitanti della città a scegliere il loro futuro. “Gli abitanti di Hong Kong vogliono veramente il cambiamento”, ha dichiarato Law durante il conteggio dei voti. “I giovani sono molto inquieti sul loro futuro”, ha aggiunto. Ma nonostante due mesi di blocchi stradali, il Movimento degli ombrelli non era riuscito a ottenere la benché minima concessione da parte della Cina in materia di riforme politiche.

Sulle ceneri della rivolta è nato il movimento localist, che cerca di prendere le distanze dalla Cina. Oggi una nuova generazione chiede l’indipendenza, mentre altri si battono per l’autodeterminazione del territorio tornato nel 1997 sotto il controllo cinese.

Paradossalmente c’è chi teme che un’affermazione alle urne dei localist possa rafforzare il controllo di Pechino sul consiglio legislativo, indebolendo l’opposizione tradizionale democratica, che non sostiene i localist, più radicali.

Ma i risultati non definitivi fanno pensare che l’opposizione democratica riuscirà a conservare nella nuova assemblea la sua minoranza. Malgrado la sfiducia che suscitano i sostenitori della rottura tra i democratici, Law ha raccomandato il 5 settembre l’unione delle forze di opposizione: “Dobbiamo essere uniti per combattere il Partito comunista”.

Libertà a rischio
Le autorità di Hong Kong avevano cercato di ostacolare i candidati apertamente indipendentisti, affermando che una richiesta del genere era illegale. Così, per poter partecipare, alcuni candidati hanno accuratamente evitato questa parola tabù, chiedendo “l’autodeterminazione” dell’ex colonia britannica.

Tra i neoeletti c’è anche Yau Wai-Ching, candidata del nuovo movimento Youngspiration, che chiede per Hong Kong il “diritto di parlare della propria sovranità”. Un altro candidato di questo partito che dovrebbe essere eletto è Baggio Leung, 30 anni, il cui programma fa continuamente appello all’indipendenza.

Il sistema elettorale di Hong Kong è particolarmente complesso ed è quasi impossibile che lo schieramento democratico possa avere la maggioranza nel Legco. Infatti 35 deputati su 70 sono eletti a suffragio universale, ma l’altra metà dei seggi è attribuita secondo un complesso meccanismo riservato ad alcuni gruppi sociali e a rappresentanti delle aziende legati alla Cina continentale.

Molti abitanti della città temono che le libertà di Hong Kong, in base alle quali era stato negoziato il ritorno sotto la sovranità cinese, possano diminuire. Il caso degli editori scomparsi mentre preparavano la pubblicazione di libri critici sulla classe politica cinese, e poi ricomparsi questo inverno in Cina, ne è un esempio.

Per l’analista Joseph Cheng, “queste elezioni si caratterizzano in gran parte per dei cambiamenti intergenerazionali di dirigenti politici”. Hong Kong era ridiventata cinese in virtù del famoso principio “un paese, due sistemi” che le garantisce almeno fino al 2047 delle libertà e una parziale autonomia inesistenti in Cina.

Tuttavia molti abitanti sono convinti che queste promesse non dureranno ancora a lungo. A causa della partecipazione eccezionale, alcuni seggi elettorali sono rimasti aperti fino alle 2.30 del mattino, quattro ore dopo la loro chiusura teorica.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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