L’Iran ancora prigioniero del passato a quarant’anni dalla rivoluzione

Un’esposizione di armi e veicoli militari a Teheran, in Iran, organizzata per il quarantesimo anniversario della rivoluzione, il 7 febbraio 2019. (Rouzbeh Fouladi, NurPhoto via Getty Images)

Per alcuni istanti sembrò che l’aereo che stava riportando in Iran l’ayatollah Khomeini non ce l’avrebbe fatta. Erano passate due settimane da quando lo scià, Mohammad Reza Pahlavi, aveva lasciato il paese in seguito alle immense proteste contro il suo governo autoritario. I collaboratori di Khomeini erano ansiosi di vedere l’ayatollah tornare dal suo esilio parigino e colmare il vuoto di potere.

Ma il governo lasciato in carica dallo scià gli intimò di tenersi alla larga. Mentre il loro aereo si avvicinava allo spazio aereo iraniano, l’aeronautica militare minacciò di abbatterlo. Alcune delle persone a bordo si rallegrarono della possibilità di diventare dei martiri. I giornalisti occidentali al seguito erano meno convinti.

L’aereo alla fine atterrò a Teheran e, dopo un breve litigio tra i suoi seguaci a proposito di chi lo avrebbe accompagnato, Khomeini scese lentamente le scalette fino alla pista d’atterraggio, aiutato da uno steward di Air France (un compromesso). Fu accolto dalla capitale in quella che secondo alcuni è stata la più grande manifestazione della storia. Questo accadde il 1 febbraio 1979. Dopo dieci giorni di scontri, il governo dello scià presentò le sue dimissioni e l’esercito cedette il potere ai rivoluzionari.

Quarant’anni dopo l’Iran è ufficialmente una democrazia, ma dei mullah non eletti continuano a concentrare nelle loro mani il vero potere. All’epoca nessuno avrebbe pensato che sarebbero rimasti al potere così a lungo. Le iscrizioni universitarie sono aumentate, i servizi per i poveri sono migliorati e l’economia è più diversificata. Ma per molti altri versi l’Iran è in condizioni peggiori.

I progressisti e i liberali che sostenevano la rivoluzione si sbagliarono sul conto di Khomeini

Nei mesi successivi alla rivoluzione, Khomeini e i suoi sostenitori più agguerriti, soprannominati “barbuti”, presero decisioni che spinsero il paese su una strada terribile. Oggi l’Iran è meno religioso di quanto i mullah vorrebbero, meno prospero di quanto dovrebbe e meno collegato al mondo della maggior parte dei paesi.

Khomeini aveva elaborato la sua decisione fondamentale molto prima di salire al potere. “Il governo deve essere orientato e organizzato secondo la legge divina, e questo è possibile solo con la supervisione del clero”, aveva scritto quasi quattro decenni prima. Quando lo scià cominciò a vacillare, l’ayatollah tenne nascosto l’obiettivo del suo velayat e faqih (la tutela del giuresperito islamico). I progressisti e i liberali che sostenevano la rivoluzione si sbagliarono sul suo conto. Alcuni pensavano che Khomeini si sarebbe ritirato nella città santa di Qom e avrebbe lasciato ad altri l’attività di governo.

Khomeini se ne andò a Qom ma non rinunciò al potere. Fin dall’inizio limitò il potere del primo ministro da lui scelto, il relativamente moderato Mehdi Bazargan. Quando il ministro del petrolio si rifiutò di epurare i lavoratori non islamici, Khomeini lo marchiò come un traditore. L’ayatollah rese obbligatorio il velo per le donne e vietò la diffusione di musica via radio e televisione, paragonandola all’oppio.

I gruppi laici furono ignorati e le voci critiche perseguitate. Nei primi anni dopo la rivoluzione, migliaia di persone furono uccise, tra cui prostitute, omosessuali, adulteri e funzionari dello scià. Lo stato aveva bisogno di purificazione, dichiarò Khomeini. L’Iran rimane a oggi uno dei primi paesi al mondo per numero di esecuzioni capitali.

Alcuni membri del clero si preoccuparono che la politica avrebbe corrotto l’establishment religioso. Tra questi c’era il grande ayatollah Mohammad Kazem Shariatmadari, che nel 1963 aveva conferito a Khomeini il titolo di ayatollah, in parte per evitare che lo scià lo condannasse a morte. Shariatmadari denunciò l’estremismo del nuovo ordine e rigettò il velayat-e faqih.

La popolazione ha perso da tempo il suo zelo rivoluzionario. Si calcola che più di 150mila iraniani istruiti lascino il paese ogni anno

Shariatmadari fu messo agli arresti domiciliari, ma le sue paure furono presto confermate. Khomeini stravolse l’islam per giustificare le azioni del regime. Dichiarò spudoratamente che i funzionari potevano agire in deroga all’islam se la cosa si fosse rivelata in qualche modo utile agli interessi dell’islam stesso.
Scegliendo il suo successore, Khomeini tradì persino uno dei cardini del velayat-e faqih, secondo il quale la guida deve essere affidata al “membro del clero più erudito”. Quando la sua prima scelta, l’ayatollah Hossein Ali Montazeri, fece un appello per una maggiore democrazia, Khomeini scelse Ali Khamenei, un leale ex presidente ma non un membro del clero di grado elevato.

Il clero di regime, nell’immaginario di molti iraniani, finì per essere associato con uno stato oppressivo e lontano dalla realtà. Khamenei ha peggiorato le cose. Quando il suo candidato alla presidenza, il fautore della linea dura Mahmoud Ahmadinejad, ha vinto le elezioni del 2009 in circostanze sospette, tantissime persone hanno protestato. Il regime ha represso con forza le manifestazioni, accusando i dirigenti moderati dell’opposizione, noti come “movimento verde”, non solo di sedizione, ma di essere dei mohaareb, dei nemici di dio.

Visione obsoleta
La popolazione ha perso da tempo il suo zelo rivoluzionario. Si calcola che più di 150mila iraniani istruiti lascino il paese ogni anno, una delle fughe di cervelli più consistente di tutto il mondo. I giovani iraniani frequentano le moschee meno assiduamente di quanto facessero i loro genitori. “Le persone ridono delle assurdità che gli dicono i mullah”, spiega Darioush Bayandor, un ex diplomatico iraniano.

Eppure il regime si comporta come se la rivoluzione ci fosse stata ieri. L’apparato giudiziario ha di recente proibito le passeggiate in pubblico con i propri cani (l’islam considera i cani impuri). Questo mese Khamenei si è scagliato contro le donne che non indossano il loro hijab. “Questo sintetizza l’essenza del governo islamico in Iran: dei religiosi settantenni dogmatici che impongono la loro visione obsoleta delle cose a una società giovane e diversificata”, scrive Karim Sadjadpour del centro studi Carnegie endowment for international peace. “Solo la coercizione rende possibile una cosa simile”.

Il principale strumento di oppressione del clero è il corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc, i cosiddetti guardiani della rivoluzione). Khomeini non si fidava dell’esercito dello scià, e per questo raccolse i gruppi armati che sostenevano la rivoluzione in una singola forza, appunto i guardiani. Nel 1980 li inviò a combattere contro l’esercito d’invasione di Saddam Hussein, allora dittatore dell’Iraq, definendo la guerra una “causa divina”. Negli otto anni di conflitto furono probabilmente centinaia di migliaia gli iraniani che persero la vita.

Potenza economica opaca
La guerra cambiò i guardiani, che oggi comandano più di centomila soldati e coordinano i basiji, una milizia criminosa composta forse da un milione di giovani vigilantes. La brigata Gerusalemme, organizzata in maniera segreta, opera in Siria, in Yemen, in Iraq e in Libano. In patria i guardiani hanno esteso la loro influenza su tutta la società. Quelli in pensione hanno i migliori incarichi di governo e controllano seggi in parlamento. I guardiani si assicurano inoltre che le trasmissioni radiotelevisive sostengano lo stato, e che le scuole insegnino agli studenti a essere leali al regime. Quest’ultimo, in cambio, protegge gli ampi interessi commerciali dei guardiani.

Il governo iraniano aveva poco da offrire ai soldati che tornavano dalla guerra Iraq- Iran, e ha quindi messo le Irgc all’opera nella ricostruzione del paese. Da allora, queste hanno monopolizzato i contratti statali, spesso senza partecipare alle aste. Oggi controllano, direttamente e indirettamente, un impero commerciale del valore di miliardi di dollari. Stanno costruendo una linea di metropolitana a Teheran, estraggono petrolio e gas, e gestiscono cliniche di chirurgia ottica al laser. Mentre le sanzioni statunitensi indeboliscono i loro concorrenti, le aziende legate ai guardiani possono contrabbandare beni ed evitare le tasse. Lo stesso Khamenei controlla il Setad, un opaco conglomerato con interessi in quasi tutti i settori economici.

Per fronteggiare le sanzioni, lo stato ha sviluppato una “economia di resistenza”, che è diversificata e autosufficiente in alcuni settori, ma non certo efficiente. L’Iran è oggi in fondo alla classifica dell’indice di facilità d’impresa della Banca mondiale e dell’Indice di percezione della corruzione di Transparency international, il che aiuta a spiegare l’attuale stato della sua economia. Nel 1977 il pil pro capite in Iran era leggermente più alto di quello della Turchia, un altro grande paese islamico. Oggi gli iraniani hanno meno della metà della ricchezza dei turchi. Ma la classe dirigente continua a passarsela bene. “Nessuno di questi religiosi avrebbe osato acquisire ricchezze così ampie ai tempi di Khomeini”, spiega Shaul Bakhash della George Mason University. “La cosa lo avrebbe sconvolto”.

Pilastro della rivoluzione
Nel gennaio 2018 migliaia di iraniani sono scesi in strada per protestare contro la corruzione, la repressione e l’aumento del costo della vita. La rabbia iniziale era rivolta contro Hassan Rouhani, il presidente riformista. Ma le persone hanno rapidamente indirizzato l’ira contro il clero al potere e anche contro i guardiani della rivoluzione. “Le persone sono povere mentre i mullah vivono come dèi”, intonavano i manifestanti, insieme a “morte alle guardie rivoluzionarie”. Il regime, come sua abitudine, ha arrestato migliaia di persone e incolpato gli Stati Uniti dei disordini.

L’odio per il “grande Satana”, il soprannome dato da Khomeini agli Stati Uniti, è stato uno dei pilastri della rivoluzione. In fondo, Pahlavi era stato messo sul trono da Washington dopo aver contribuito a rovesciare il governo democraticamente eletto del primo ministro Mohammad Mossadegh, nel 1953. Nel 1979 gli iraniani di ogni estrazione si erano ribellati al malgoverno dello scià. Molti temevano che la loro società fosse sotto attacco da parte della cultura occidentale.

La visione iraniana degli Stati Uniti fu invece avvelenata nove mesi dopo la rivoluzione. La decisione di Jimmy Carter di permettere allo scià di recarsi negli Stati Uniti per curare il suo cancro provocò sdegno in Iran. Il 4 novembre 1979 alcuni attivisti universitari scalarono il muro dell’ambasciata statunitense a Teheran, sequestrando buona parte del personale. Gli ostaggi rimasero prigionieri per 444 giorni. Otto soldati statunitensi morirono in un fallito tentativo di salvataggio nel 1980 e Khomeini utilizzò l’incidente per rafforzare il sostegno nei suoi confronti.

Speranze in fumo
Questa inimicizia reciproca non si è certo attenuata. Gli Stati Uniti hanno sostenuto l’Iraq nella sua guerra contro l’Iran. I guardiani hanno sostenuto attentati terroristici contro cittadini statunitensi. Nel 2002 George W. Bush dichiarò che l’Iran faceva parte di un “asse del male”. Ma l’invasione statunitense dell’Iraq, un anno dopo, e le agitazioni successive alle rivolte della primavera araba nel 2011, hanno permesso all’Iran di estendere la sua influenza. Prove sempre più chiare del fatto che l’Iran stesse portando avanti un programma di armi nucleari hanno determinato l’imposizione di varie sanzioni.

Le proteste continuano ogni giorno in Iran, mentre l’economia sprofonda

Una nuova stagione era apparsa possibile quando Barack Obama si era offerto di “tendere una mano” all’Iran se questo avesse “dischiuso il suo pugno”. Nel 2015 Rouhani aveva acconsentito a un accordo, in base al quale l’Iran avrebbe ridotto il suo programma nucleare in cambio di una revoca delle sanzioni. Entrambi i leader speravano che in seguito le relazioni sarebbero migliorate.

Ma l’accordò non ha prodotto prosperità, come invece Rouhani aveva promesso agli iraniani, e l’Iran ha continuato a testare i suoi missili e a intromettersi nelle questioni di altri paesi esteri.

Nel 2018 il presidente Trump ha spinto gli Stati Uniti fuori dell’accordo. Oggi è circondato da falchi antiraniani, come John Bolton, il suo consulente alla sicurezza nazionale, che in precedenza ha sostenuto l’opportunità di bombardare l’Iran o di rovesciare i mullah.

Trump ha proposto un incontro a Rouhani, il quale ha però declinato l’invito, dando la colpa delle sofferenze dell’Iran al ripristino delle sanzioni. Simili richieste, tuttavia, innervosiscono il clero e i guardiani. L’ostilità degli Stati Uniti dà al regime un motivo di esistere e l’isolamento significa meno concorrenza per le proprie attività economiche.

Le proteste continuano ogni giorno in Iran, mentre l’economia sprofonda. “L’America non è il nemico, il nemico è qui tra noi”, dicono alcuni manifestanti. L’odio per lo scià spinse gli iraniani a fare fronte comune dietro a Khomeini. Oggi, tuttavia, l’opposizione è eterogenea e senza guida. Gli iraniani si guardano intorno nella regione e vedono solo rivolte fallite. La rivoluzione del 1979 ha portato perlopiù infelicità, ma è probabile che all’orizzonte non se ne profili una nuova.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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