13 dicembre 2019 15:46

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 610 di Internazionale. Era stato pubblicato sulla rivista New Statesman con il titolo Mob rule.

Nel 1995, durante la festa per il cinquantesimo anniversario dell’assemblea generale dell’Onu, l’allora presidente statunitense Bill Clinton svelò le sue paure sul “lato oscuro” della globalizzazione. Secondo Clinton, dalla fine della guerra fredda il crimine organizzato e il terrorismo andavano a braccetto come due Darth Fener gemelli.

Ma dagli attentati dell’11 settembre il terrorismo è diventato la preoccupazione principale di Stati Uniti e Gran Bretagna, e il crimine organizzato è invece passato in secondo piano. Questo cambiamento nella scala delle priorità fa comodo a tutti, perché mentre il terrorismo cerca una pubblicità costante, il crimine organizzato la evita in ogni modo. Tuttavia l’ossessione per i pericoli del terrorismo ha fatto perdere di vista gli effetti del crimine organizzato sulla vita quotidiana.

L’ostilità verso l’allargamento dell’Unione europea – che è stata decisiva per la vittoria del no nel referendum francese sulla costituzione – è in parte il riflesso della convinzione diffusa che l’entrata dei paesi balcanici e della Turchia nell’Unione rafforzerebbe il potere del crimine organizzato.

I sostenitori dell’allargamento dell’Ue invece credono che il crimine sia alimentato dal divario economico che c’è tra l’Europa occidentale e quella sudorientale, e che la presenza di confini rigidi tra le due regioni serva solo a moltiplicare i profitti illegali.

Una recente ricerca sulla mafia nell’ex Unione Sovietica e nei Balcani ha rivelato che all’inizio degli anni novanta l’occidente ha contribuito in maniera significativa, anche se involontaria, alla diffusione di questo fenomeno. E una volta che il crimine organizzato avvia il processo noto come “conquista dello stato”, attraverso il quale estende la sua influenza sulla politica, è molto difficile tornare indietro.

L’economia sommersa ha sempre avuto un ruolo rilevante sia nei conflitti armati sia nella trasformazione violenta degli stati. Ma dagli anni ottanta la porzione dell’economia globale rappresentata dall’attività sommersa si è quadruplicata. Secondo alcune stime basate sui dati della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e di varie ricerche universitarie, nel 2001 le transazioni sommerse oscillavano tra i 6.500 e i 9.000 miliardi di dollari, cioè tra il 20 e il 25 per cento del prodotto interno lordo globale.

L’oligarchia russa
Due eventi hanno reso possibile questa crescita senza precedenti: il crollo del comunismo e, poco prima, la spinta statunitense e britannica a favore della deregulation dei mercati finanziari internazionali. Nel passaggio caotico e improvviso dal comunismo al capitalismo (di cui il presidente russo Boris Eltsin deve assumersi tutta la responsabilità politica), molti beni statali furono trasformati in denaro contante e gestiti dagli oligarchi e dai cartelli del crimine organizzato.

A differenza dei gangster, gli oligarchi che si sono affermati all’inizio degli anni novanta non sono mai stati molto disprezzati. Ma se non fosse stato per i racket mafiosi, in Russia il libero mercato non sarebbe mai decollato. Gli oligarchi hanno fatto affidamento sulle attività economiche dei gangster per rubare miliardi allo stato. Né il Kgb né il ministero dell’interno sapevano come gestire l’accumulo selvaggio di capitale più sorprendente della storia. Le gang che dieci anni fa hanno reso Mosca una città violenta erano delle polizie private che sfruttavano un vuoto nel mercato; erano “imprenditori violenti”, come li definì Vadim Volkov, un sociologo che ha intervistato i gangster e ha studiato le loro attività per molti anni.

L’occidente voleva instaurare il capitalismo in Russia e l’ha diffuso in una delle sue forme più pure. Da un punto di vista istituzionale, non c’era differenza tra gli imperi petroliferi costruiti da Mikhail Khodorkovskij o Roman Abramovich e le imprese (come i gruppi Solntsevskaya e Tambovskaya) che passarono al racket della droga e della prostituzione. “C’era nell’aria l’idea che lo stato dovesse ritirarsi”, ha spiegato Volkov. “Per questo non si faceva nessuno sforzo per controllare l’economia. Tutto era legale e illegale al tempo stesso, e qualsiasi attività economica era consentita”.

Grazie alla deregulation finanziaria, le banche nazionali e internazionali riuscirono a trasferire grandi somme di denaro fuori dalla Russia senza che i governi potessero rintracciarle. La Bank of credit and commerce international fu la pioniera di questo megariciclaggio. In poco tempo nell’ex blocco comunista sorsero ovunque gruppi finanziari che partecipavano a operazioni poco trasparenti a Cipro, in Svizzera e nelle Isole Cayman. La loro funzione principale era aiutare la nuova classe imprenditoriale russa ad appropriarsi dei beni statali, trasformarli in dollari e trasferirli all’estero.

In linea di principio i nuovi ricchi russi stavano solo seguendo l’esempio delle multinazionali occidentali: alimentavano la libera circolazione dei capitali nel mondo. Gli imprenditori dell’Europa dell’est, che non avevano accesso a tutti i mercati occidentali, cercarono di inserirsi nei settori in cui gli imprenditori occidentali erano riluttanti a operare: droga, contrabbando di sigarette, prostituzione e commercio di armi.

All’inizio degli anni novanta l’isola caraibica di Aruba, un’ex colonia olandese, diventò il luogo d’incontro preferito dei mafiosi provenienti da Colombia, Russia, Spagna, Nigeria e, in seguito, dai paesi balcanici. Dopo la distruzione dei cartelli della droga di Medellín e Cali e l’approvazione nel 2000 del Plan Colombia (un progetto finanziato dagli Stati Uniti per combattere il narcotraffico), i trafficanti di cocaina capirono che c’era bisogno di una radicale riorganizzazione. I colombiani volevano dare in appalto gran parte della distribuzione e del processo di lavorazione della coca, perché il passaggio dalla pasta alla polvere era la fase più esposta ai controlli dei governi statunitense e colombiano.

Una vittoria di Pirro
Come conseguenza i mercati occidentali della droga e quelli emergenti si sono estesi, soprattutto in Polonia, nella Repubblica Ceca e in Ungheria. I profitti che si possono ottenere da questo racket sono molto alti, e per questo produttori e distributori hanno accettato di correre il rischio di essere scoperti. Come ha rivelato Lev Timofeev, un economista specializzato nell’analisi del mercato emergente della droga in Russia, “nel paese il fatturato annuo dell’industria degli stupefacenti varia dagli 8 ai 9 miliardi di dollari. Mentre il bilancio annuale dello stato è di 20 miliardi di dollari”. E la droga è solo un ramo della complessa rete militare e industriale del crimine organizzato.

Il nazionalismo e l’odio etnico sono solo una copertura per nascondere la vera ragione delle guerre: denaro e avidità

La guerra è stata un potente fattore di crescita per le mafie emergenti dell’Europa orientale e dell’Africa. Le regioni che negli anni novanta sono state teatro di conflitti armati hanno avuto un ruolo chiave nel permettere la reintroduzione di denaro sporco nell’economia locale – sotto forma di capitale per finanziare nuove imprese criminali ma anche di denaro pulito speso in vari modi, dalle Ferrari ai club di calcio.

Ho cominciato a rendermi conto di quello che stava succedendo dieci anni fa, durante alcune ricerche sulla guerra in Jugoslavia. Il nazionalismo, l’odio etnico e il fanatismo religioso erano solo una copertura dietro la quale si nascondeva la vera ragione di queste guerre: denaro e avidità.

Alla fine del maggio del 1995, il leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic e il generale Ratko Mladic arrestarono migliaia di pacifisti per rappresaglia contro il bombardamento ordinato dall’Onu alle postazioni serbe intorno a Sarajevo. Davanti alle telecamere, alcuni degli ostaggi furono incatenati a dei bersagli militari strategici, come scudi umani.

Il fragile accordo di pace tra Slobodan Milosevic e gli Stati Uniti stava saltando. La crisi, che rischiava di far esplodere un conflitto tra la Serbia e l’occidente, fu messa in ombra un mese dopo dal massacro di Srebrenica. Milosevic incaricò il capo dei servizi segreti, Jovica Stanisic, di risolvere il problema. Stanisic aveva assistito a molti abusi durante la guerra ed era la persona giusta per convincere i serbo-bosniaci a liberare gli ostaggi. Ma neanche lui poteva immaginare quello che stava succedendo nel quartier generale.

Karadzic e un suo aiutante avevano ricevuto 20 milioni di dollari dal governo greco in cambio degli ostaggi. Quando lo venne a sapere, Stanisic andò su tutte le furie, se la prese con i ministri greci e avvertì la leadership serbo-bosniaca che se quella transazione fosse avvenuta Belgrado avrebbe imposto sanzioni tremende. La sua iniziativa si concluse con successo e in seguito Stanisic ricevette i ringraziamenti e le congratulazioni dell’intelligence britannica e statunitense.

Secondo alcuni analisti l’intervento di Stanisic è stata una vittoria di Pirro. Un mese dopo essersi adoperato per la liberazione degli ostaggi, i leader serbo-bosniaci, che non sopportavano di aver perso quei soldi, attaccarono Srebrenica. Ma la scoperta di Stanisic smascherò la vera natura dei serbo-bosniaci: gangster da due soldi che, per un caso fortuito della storia, si stavano arricchendo mentre decine di migliaia di persone morivano. In effetti le vittime erano essenziali per la loro impresa criminale. Il comportamento dei leader paramilitari e dei loro capi politici diventò ancora più opportunistico in seguito a una delle decisioni strategiche più sbagliate dalla fine della guerra fredda: l’imposizione di sanzioni da parte dell’Onu all’ex Jugoslavia nel maggio del 1992. L’Europa meridionale e orientale diventò il paradiso dei gangster.

L’anno precedente, l’embargo contro la Bosnia e la Croazia aveva favorito la formazione di canali illeciti per importare le armi nelle due repubbliche. Ma mentre i croati e i bosniaci avevano bisogno di fucili, ai serbi serviva il petrolio. E dato che avevano un’economia debole e dipendevano da Belgrado, i paesi vicini alla Serbia furono costretti ad allacciare rapporti stretti con la mafia per continuare a commerciare nonostante l’embargo. Poco tempo dopo i gangster fornivano alla Serbia petrolio, sigarette e qualsiasi cosa le servisse. Così è nata la straordinaria mafia panbalcanica. In pubblico i boss dei vari paesi accusavano i loro nemici di genocidio e di sterminio. Ma in privato i mafiosi croati, bosniaci, albanesi, macedoni e serbi andavano d’amore e d’accordo. Compravano, vendevano e scambiavano qualsiasi genere di merce, sapendo che tra di loro i rapporti di fiducia personale erano più forti degli effimeri legami nazionali. Fomentare il nazionalismo tra la gente comune serviva a mascherare le loro attività disoneste.

Iniziative fallimentari
Tutti i recenti interventi militari dell’occidente (forse con l’eccezione di Timor Est nel 1999) sono stati utili per il crimine organizzato. La lezione della Jugoslavia era chiara fin dal 2001. Ma per la fretta di stabilire una presenza militare in Afghanistan dopo l’11 settembre, gli Stati Uniti hanno creato le condizioni ottimali per favorire i produttori e i distributori di eroina. L’impegno di Tony Blair per stroncare la diffusione dell’eroina nelle periferie delle città britanniche è stata forse la mossa politica più ingenua del suo secondo mandato: dal 2001 la produzione è aumentata più del mille per cento.

In Afghanistan i produttori non hanno avuto valide alternative alla coltivazione dell’oppio e le forze della coalizione non riescono a sorvegliare le coltivazioni. Jack Straw, il ministro degli esteri britannico, ha almeno avuto l’onestà di ammettere che gli sforzi del governo per diminuire la produzione di oppio dopo la caduta dei taliban hanno avuto l’effetto opposto.

Quando un paese diventa un bersaglio facile per gli interessi criminali è sempre difficile fargli cambiare rotta. L’unica alternativa è un sistema di istituzioni democratiche che, anche negli ambienti più favorevoli, richiede comunque decenni per essere instaurato. Ma è quasi impossibile costruire un sistema del genere nell’epoca della globalizzazione, considerato che una potenza come gli Stati Uniti riesce a sorvegliare meno di un decimo di questa attività criminale.

Sembra però che qualcosa stia cambiando. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno creato nuovi uffici con il compito di individuare le strategie da applicare nelle fasi successive a un conflitto. Hanno discrete risorse e prendono esempio dai centri di ricerca che lavorano per la politica dello sviluppo e della sicurezza in tutto il mondo. I loro funzionari hanno imparato che l’intervento militare provoca sempre un deterioramento della sicurezza e favorisce l’attività delle mafie. A meno che non intervengano strategie politiche e di sviluppo tali da assorbire l’impatto devastante dell’azione militare.

(Traduzione di Maria Sepa)

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 610 di Internazionale. Era stato pubblicato sulla rivista New Statesman con il titolo Mob rule.