Gli iraniani senza internet
Oggi è l’85° giorno di blocco di internet in Iran, per un totale di crica dodici settimane e più di 1.900 ore. Secondo questo calcolo di Netblocks, un’organizzazione che monitora la connettività internet, è il blackout più lungo del mondo. Le autorità iraniane l’hanno imposto l’8 gennaio, nel tentativo di reprimere le proteste antigovernative cominciate dieci giorni prima che si erano rapidamente diffuse in tutto il paese. Parzialmente allentate dopo circa un mese, le restrizioni sono state di nuovo inasprite dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
Secondo il governo, le misure servono a evitare gli attacchi informatici del Mossad, i servizi segreti esterni di Israele, e di altri agenti stranieri che potrebbero mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Iniziative simili sono state prese durante altri periodi di disordini sociali e proteste, quando applicazioni e siti stranieri erano resi inaccessibili.
Le autorità hanno promesso di ripristinare le connessioni alla fine della guerra, ma se da un lato una conclusione del conflitto non si scorge all’orizzonte, anche il blackout sembra essere strutturato per durare a lungo.
Afshin Kolahi, capo di una commissione della camera di commercio iraniana, ha stimato tra i 30 e i 40 milioni di dollari al giorno i danni economici causati dal blocco di internet. Se si tengono in considerazione anche le perdite indirette si arriva a 80 milioni di dollari al giorno.
Prima della guerra l’economia digitale contribuiva almeno al 5 per cento del pil. A pagare le conseguenze del blocco sono soprattutto le persone il cui lavoro dipende dall’accesso alla rete.
Molte hanno perso la loro fonte di reddito o opportunità di impiego perché non possono controllare l’email o fare colloqui online. Altre sono state costrette a lasciare temporaneamente il paese per poter continuare a lavorare altrove, soprattutto in Armenia e in Turchia. “Ho speso tutti i miei risparmi dell’ultimo anno per stare due mesi in Armenia”, ha raccontato da Yerevan un esperto di tecnologia a Iran International, un sito di opposizione con sede nel Regno Unito e finanziato dall’Arabia Saudita.
Un programmatore che ha affittato una casa a Istanbul sfruttando un permesso di lavoro di novanta giorni ha aggiunto: “L’unica soluzione è stata lasciare mia moglie e i miei figli a casa per poter portare a termine un progetto in tre mesi. Questo solo per saldare i debiti accumulati negli ultimi quattro o cinque mesi e coprire parte delle spese di viaggio. Poi vedremo come andranno le cose”.
Con la guerra che ha aggravato la crisi economica e provocato molti licenziamenti, anche queste migrazioni forzate sono una scelta che non tutti possono permettersi: “Nonostante le difficoltà, io e i miei amici sappiamo che non tutti hanno la possibilità di venire in Turchia, e questo aumenta il nostro senso di colpa”, ha ammesso il programmatore.
I danni però non sono solo economici, ma anche umani. Si calcola che nel 2024 si connettesse regolarmente a internet l’85 per cento dei 90 milioni di abitanti del paese.
Il blocco comporta l’impossibilità di comunicare con le persone care, l’isolamento dal resto del mondo e il tracollo della vita quotidiana. È diventato difficile anche seguire le lezioni online, obbligatorie da quando è cominciata la guerra.
Una donna che vive in Iran ed è riuscita a connettersi per pochi minuti ha descritto a Maryam Dehkordi, giornalista del sito IranWire, il senso di vuoto e di esaurimento che provano gli iraniani separati gli uni dagli altri: “Mi sono appena collegata per un attimo con uno dei miei vecchi strumenti di aggiramento della censura. Ho mandato un messaggio a te e ad altri due amici. Loro non hanno risposto, ma la tua pronta reazione mi ha fatto sentire molto meglio. Se le connessioni fossero ripristinate, lo stress psicologico che grava sulla società diminuirebbe in modo significativo. In questo momento siamo tutti immersi in uno strano silenzio che non abbiamo mai vissuto prima e al quale non siamo abituati”.
Lo psicoterapeuta Farshad Taheri ha spiegato al sito di opposizione con sede nel Regno Unito che l’incertezza sta condizionando pesantemente la vita degli iraniani: “Internet era la base per definire il mondo. Ora siamo stati tagliati fuori dalla realtà e siamo tornati in uno stato in cui conosciamo solo quello che succede nelle nostre vicinanze immediate”.
In queste condizioni diventa difficile pianificare la vita quotidiana e viene influenzato il modo in cui le persone si proiettano verso il futuro.
Aggirare il blocco
Non tutti però vivono la situazione allo stesso modo. Sui mezzi d’informazione internazionali e della diaspora si comincia a parlare di “internet a due livelli”.
La maggior parte degli utenti è in grado di accedere solo a una rete intranet lenta e instabile, la rete d’informazione nazionale (Nin), sviluppata negli ultimi quindici anni, che supporta una serie di applicazioni e contenuti locali approvati e strettamente sorvegliati dallo stato.
Per aggirare il blocco alcuni iraniani ricorrono alle connessioni virtual private network (vpn, rete privata virtuale), che consentono di nascondere la posizione dell’utente e di collegarsi tramite altri paesi. Con l’aumento della domanda, però, i prezzi sul mercato nero sono schizzati alle stelle. Altri riescono a collegarsi al servizio Starlink grazie ad alcuni ricevitori introdotti illegalmente nel paese. Ma resta un metodo complicato che comporta molti rischi.
Pochi privilegiati possono contare su alcune alternative. Di fronte alle proteste di alcuni imprenditori, a febbraio l’azienda di telecomunicazioni mobili dell’Iran, di proprietà di un consorzio che ha stretti legami con i Guardiani della rivoluzione, ha lanciato Internet pro, un servizio che concede a prezzi molto alti un accesso a gran parte delle applicazioni e degli strumenti più noti, come Telegram, WhatsApp e ChatGpt, continuando però a bloccarne altri come YouTube.
È riservato agli utenti che superano un processo di verifica e appartengono ad alcune categorie di professionisti come imprenditori, medici, professori universitari ed esponenti del mondo accademico e scientifico.
Un accesso ancora più esclusivo è concesso ai detentori della cosiddetta “carta sim bianca”. È riservata solo a enti, funzionari o individui legati al potere, che possono navigare con pochi limiti a patto che contribuiscano a diffondere in rete messaggi favorevoli e utili al governo.
Questo sistema è stato introdotto per la prima volta in occasione delle elezioni presidenziali del 2013. Inizialmente presentato come un modo per garantire ai giornalisti stranieri di seguire il voto senza problemi tecnici, si è rapidamente allargato ai colleghi iraniani. Ma, come denuncia un articolo di IranWire di qualche mese fa, la diffusione delle carte bianche serve scopi ben al di là della copertura giornalistica.
Tra i detentori ci sono figure vicine alle autorità della Repubblica islamica, oltre ad account critici nei confronti degli attivisti e dei gruppi di opposizione. Questo dimostra che le carte “funzionano come strumenti per plasmare lo spazio politico e controllare le narrazioni, creando quella che alcuni definiscono una ‘opposizione controllata’ per orientare il dibattito online pur mantenendo l’apparenza di un confronto”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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