Una protesta contro l’installazione del sistema missilistico Thaad a Seongju, in Corea del Sud, il 18 marzo 2017.

In Cina è partito il boicottaggio di Seoul

Una protesta contro l’installazione del sistema missilistico Thaad a Seongju, in Corea del Sud, il 18 marzo 2017.
13 aprile 2017 11:34

Quando al 35º del primo tempo l’attaccante del Beijing Guo’an Yu Dabao ha fatto gol di testa su calcio d’angolo, lo stadio di Changsha si è trasformato in un vulcano ribollente di lava rossa, i colori della nazionale cinese guidata da Marcello Lippi. Era il 23 marzo 2017, la Cina aveva battuto la Corea del Sud 1 a 0, mantenendo vive le speranze di qualificarsi ai Mondiali russi del 2018.

Speranze che si sono polverizzate puntualmente una settimana dopo quando i Draghi hanno perso contro l’Iran, capolista nel girone A del gruppo di qualificazione asiatico. Ma della scarsissima nazionale cinese – 81ª nel ranking Fifa – ci interessa poco: il dato notevole è che a Changsha c’erano diecimila poliziotti per 37mila spettatori – di cui cento coreani in trasferta – una dimostrazione di forza simile a quelle che, dall’altra parte della Cina, riaffermano il pugno di ferro di Pechino sul problematico Xinjiang.

Merendine, ristoranti e crociere
Pechino. Xiang’er hutong. Lui è un amico, il suo ristorante si chiama Saveurs de Coree, alla francese, ma Chow Kingtai è cinesissimo, di etnia han, anche se cantonese, come il suo nome lascia intendere: il cognome Chow è l’equivalente del mandarino Zhou. Ha una moglie, lei sì coreana, e tre bambine. “Da quando c’è questa storia, non viene più nessuno”, mi dice sconsolato, mostrando il ristorante semivuoto, “non so cosa fare. Fino al capodanno lunare eravamo sempre pieni, adesso i pochi che mettono il naso dentro si assicurano prima che il titolare sia cinese”.

Come cinque anni fa – penso – quando c’erano le manifestazioni antigiapponesi per la questione delle isole contese Diaoyu (per i cinesi) o Senkaku (per i giapponesi): i titolari di sushi bar e i possessori di Toyota mettevano il cartello “sono cinese” sulla porta o sul cruscotto per evitare che i vetri andassero in frantumi. Ogni giorno passavo in bicicletta di fronte all’ambasciata giapponese, c’erano barriere che ricordavano certi checkpoint a Beirut.

Una protesta sul luogo in cui si sta costruendo il sistema missilistico Thaad a Seongju, in Corea del Sud, il 18 marzo 2017.

Questa volta, l’oggetto del contendere è il sistema missilistico Thaad, che la Corea del Sud sta cominciando a installare in collaborazione con gli Stati Uniti. Washington preme da tempo perché ciò avvenga, in un’Asia nordorientale dove la tensione è altissima e dove Donald Trump sta gettando benzina sul fuoco.

Ufficialmente i missili servono a difendersi contro le “follie” del dirimpettaio, il nordcoreano Kim Jong-un, ma la Cina ha già protestato, e a lungo, perché potrebbero raggiungere il suo territorio.

In un’escalation verbale e non solo, l’hashtag “si contrasta la Corea del Sud cominciando dal calcio” ha avuto 640mila click su Weibo – il Twitter cinese - prima dell’inizio del match di Changsha. Intanto, le cronache riportavano che in tutta la Cina è in atto il boicottaggio della sudcoreana Lotte, soprattutto grazie ai bambini che non comprano più i suoi snack. L’80 per cento dei supermercati Lotte sul suolo cinese – 79 su 99 – ha chiuso i battenti nel solo mese di marzo, alcuni dopo un’ispezione improvvisa di funzionari locali che hanno trovato qualche irregolarità.

La vicenda è andata così in là che la Corea del Sud ha presentato una denuncia all’Organizzazione mondiale del commercio. E poi ci sono quei 3.400 turisti cinesi imbarcati sulla Costa Serena che si sono rifiutati di scendere nell’isola coreana di Jeju. C’è andata di mezzo pure l’Italia: la nave appartiene a Costa Crociere, che ha dovuto cancellare altri due viaggi previsti per marzo e giugno, secondo i mezzi d’informazione cinesi.

A volte, gli inintelligibili codici di comunicazione tra orientali mi lasciano estasiato

E così si arriva al ristorante del mio amico Kingtai, desolatamente vuoto. Lui racconta che ama Pechino, vive qui da più di dieci anni e non vuole andarsene. Dove poi? Io cerco di mangiare da lui almeno una volta alla settimana, per solidarietà e anche perché il gogigui, il barbecue, è delizioso.

Ma lui si ostina a non farmi pagare. E allora a che serve? Forse, per il momento, vuole semplicemente sentirsi meno solo. Poi però mi sorprende: “Probabilmente anch’io farei così se fossi in loro”, dice. La stessa frase che pronunciavano amici giapponesi residenti a Pechino, nel 2012: “Dal loro punto di vista hanno ragione”, dicevano, riferendosi ai nazionalisti cinesi che prendevano a calci le Toyota.

Dopo qualche settimana, di solito, tutto si aggiusta: la censura cancella i messaggi più aggressivi sui social media, la gente coglie il messaggio e torna a consumare coreano o giapponese, a seconda dell’incidente diplomatico di turno. A volte, gli inintelligibili codici di comunicazione tra orientali mi lasciano estasiato.

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