Una casa colpita da un razzo nella periferia di Tripoli, il 4 settembre 2018.

Per Tripoli non ci sono più lacrime

Una casa colpita da un razzo nella periferia di Tripoli, il 4 settembre 2018.
02 ottobre 2018 10:06

Abbiamo problemi a soddisfare anche solo i nostri bisogni fondamentali, restare vivi è un’impresa quotidiana, un’impresa che si fa ogni giorno più difficile. Ogni giorno affrontiamo ingiustizie, violenza e corruzione, siamo vittime di continue violazioni dei nostri diritti. Tutto questo fa parte integrante della nostra giornata, dall’alba al tramonto, finché non smettiamo di accorgercene e diventa normale, la nostra nuova realtà. La cosa più spaventosa, quella più triste e difficile da accettare è però svegliarsi un giorno e scoprire che non solo non siamo riusciti a cambiare la nostra realtà, ma nemmeno a impedirle di cambiarci.

Oggi mi sono alzato consapevole del fatto che negli ultimi 27 giorni, durante gli scontri, sono morte più di cento persone, in gran parte civili, e io non ho nemmeno pianto! Questa cosa mi ha spezzato il cuore. Sono profondamente triste e mi vergogno moltissimo, ma so che in questo momento non posso permettermi di piangere. Ho dovuto imporre barriere alle mie emozioni e una catena al mio cuore, so che lasciarlo libero come ho sempre fatto in passato potrebbe essere pericoloso. Non è saggio lasciarsi prendere dal panico durante una guerra, ci sarà tempo di farlo una volta che sarà tutto finito, e un’intera vita per piangere, posto che si riesca a restare vivi.

Sentivo le esplosioni stando seduto sul terrazzo. Se i rumori provengono da una certa distanza somigliano agli effetti speciali dei pugni in un classico film di kung fu. Quando invece sono più vicini, i colpi si sentono due volte, al momento dello sparo e al momento dell’esplosione. Quando le esplosioni sono vicine, il suono che fanno è crudele, terrificante come nessun altro. Lo sento nel petto, le vibrazioni ti gelano la spina dorsale.

Per qualche secondo immagino che il colpo possa arrivare fino al mio tetto, immagino il momento dell’impatto con scenari diversi. Morirò sul colpo? I miei resti saranno sparsi ovunque e ci vorranno ore per recuperare tutte le mie parti? Colpirà la mia casa, qui vicino? Sarei in grado di prestare soccorso? Sarei in grado di raccogliere resti umani? E se mentre dormo dovessero colpire il muro accanto a me? Cos’è peggio, morire a causa dell’esplosione o sotto le macerie?

Sognavamo un paese democratico, l’opportunità di dire che vogliamo vivere, meritiamo di più, vogliamo di più

Sono tante domande, alle quali spero di non trovare delle risposte, e se non ci do un taglio da subito non cesseranno più, una domanda ne scatenerà un’altra, mi entreranno dentro conquistandomi una cellula dopo l’altra, spalancheranno le porte al panico e alla paura più incontrollata.

Metto tutto da parte e mi costringo a rimanere seduto, mi accendo una sigaretta, scrivo, mando messaggi a qualcuno, chiamo qualcun altro, cerco di parlare di lavoro, cerco di pianificare cose, fisso appuntamenti futuri, penso ai progetti che mi piacerebbe portare avanti. Mi comporto come se fosse la guerra di qualcun altro. Ho contattato diversi amici che vivono nella zona sud di Tripoli, più vicini di me agli scontri. Volevo sapere come stavano, e se riescono a cavarsela meglio di me.

Hanno smesso di piangerci su e si sono abituati. “A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!”. Così mi ha risposto Ekram Anwar, citando Delitto e castigo, quando le ho chiesto di quei momenti difficili, una risposta che spiega cosa è accaduto a tutti quanti noi. Ekram ha 26 anni, vive nella zona sud di Tripoli, nei pressi della strada per l’aeroporto, proprio in mezzo alla zona di guerra. Ho conosciuto lei e sua sorella Amira qualche anno fa, durante una manifestazione, ai tempi in cui sapevamo ancora urlare. Sembra una vita fa.

Come molti libici, sognavamo un paese democratico e chiedevamo lo smantellamento delle milizie. Cosa ancora più importante, per la prima volta avevamo l’opportunità di dire apertamente che siamo esseri umani e come tali vogliamo vivere, meritiamo di più, vogliamo di più.

Prima del 2011 questo non si poteva dire, e dopo il 2014 dirlo è diventato di nuovo pericoloso. Ho chiesto ad Amira di quegli anni. Cos’è successo ai suoi sogni? Mi ha risposto: “Il sogno di cambiare il mondo e la società, il sogno di liberare le donne, tutte queste formule mi affascinavano, ma alla fine ho capito che nessuno sarebbe cambiato a meno che non lo avesse voluto davvero. Al momento il mio unico obiettivo è salvaguardare la mia pace interiore e lavorare sul mio sviluppo personale”.

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Durante la guerra del 2014, Ekram e Amira hanno dovuto lasciare la loro casa a causa degli scontri. “Stavolta non siamo andate via da casa”, mi ha raccontato Ekram. “Forse ci siamo abituate alla guerra”. Prima lavorava per la African insurance company, ma anche questo è cambiato. “Ho dovuto lasciare il lavoro, sono stata costretta a dimettermi perché vivo in una zona residenziale in mezzo agli scontri e le strade erano chiuse in tutte le direzioni, per entrare e uscire dall’area. Ma le pressioni esercitate dal direttore dell’azienda, che non capiva la situazione, non hanno aiutato”.

Di recente le ho chiesto delle sue giornate, di come abbia affrontato la situazione negli ultimi mesi. Lei mi ha risposto: “Vorrei tornare alla mia routine quotidiana, così da potermene poi lamentare, come ho sempre fatto”. Durante le interruzioni di energia elettrica trascorre la maggior parte del tempo a fare ginnastica, a leggere, a guardare film e a giocare con il suo cane e il suo gatto. I blackout totali sono la cosa più difficile da affrontare: “Significa essere completamente isolati dal resto del mondo. Non puoi comunicare con nessuno. Non sai cosa sta succedendo, non puoi nemmeno fare telefonate”.

Aveva strategie simili per affrontare le sue paure. Diceva: “Non soccombo alla paura e all’angoscia, mi considero forte nonostante tutto. Quando la battaglia si fa davvero infuocata, tutta la famiglia si raduna in un luogo sicuro, evitiamo di uscire. Di notte, quando vado a dormire mi metto le cuffie e ascolto la musica”.

Coraggio e grazia
Riguardo le sue speranze per il futuro, Ekram dice: “In questa situazione è difficile pensare al futuro. Penso solo a sopravvivere. Come in quei film sulla lotta per la sopravvivenza”. Hemingway ha definito il coraggio come “grazia sotto pressione”, e lei mi ricorda proprio questo. Ma non riesco a vedermi come il Brad Pitt libico in World war Z. Gli eroi maschili in questi film sono sempre alla prese con il superamento dei loro limiti e fissano aspettative malsane e non realistiche su quello che gli uomini dovrebbero fare. È ingiusto per i tipi normali come me, soprattutto nella situazione attuale.

Per esempio, in World war Z la città stava cadendo a pezzi, e nonostante questo lui sapeva cosa fare, si faceva strada attraverso un intero esercito di zombie velocissimi, salvava la sua famiglia, attraversava il mondo intero nonostante l’apocalisse – mentre io continuo a dover affrontare infiniti ostacoli per ottenere un visto – sopravviveva a diverse imboscate mentre le forze speciali morivano a frotte, sopravviveva a un incidente aereo, trovava la soluzione alla quale nessuno scienziato era riuscito a pensare e salvava il mondo.

Tutto questo con un volto che non mostrava il minimo segno degli effetti della privazione del sonno, per non parlare dei suoi fantastici capelli. Mi piacerebbe tantissimo vedere un film in cui Brad Pitt fa ore e ore di coda per procurarsi il pane, mi piacerebbe vedere come riuscirebbe a mantenere bellissimi i suoi capelli con l’acqua interrotta di continuo, come riuscirebbe a restare calmo dopo essere rimasto chiuso in casa per giorni e giorni, senza elettricità, a pregare per la fine dei combattimenti e sperando di morire prima di vedere i suoi cari colpiti dalle esplosioni.

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“Ho vissuto per più di quattro anni all’estero, alla fine ho deciso di tornare nella mia patria, dalla mia famiglia, mi mancavano. A quanto pare però anche la guerra ha deciso di tornare, a soli quattro mesi dal mio ritorno a Tripoli”, mi ha detto Ruwaida Ali. Era stata costretta a lasciare la Libia dopo la guerra del 2014. È tornata solo pochi mesi fa, non sono riuscita a rivederla.

Me la ricordo come una coraggiosa attivista, una delle fondatrici dell’organizzazione The women are coming, che una volta ha manifestato davanti al palazzo del primo ministro, colpendo i portoni e invocando giustizia per la ragazzina che era stata stuprata mentre era in coma in una clinica di Tripoli da uno dei miliziani di guardia all’ospedale.

“Vivere la guerra per la seconda volta è peggio, è più difficile da affrontare. Si soffre per l’insicurezza e l’assenza di vita, sei intrappolata e circondata dal rumore delle esplosioni, e puoi morire in qualsiasi momento, solo perché il posto in cui ti trovi per puro caso ricade nel territorio che le milizie in lotta hanno scelto come campo della loro battaglia”.

Intrappolati nelle nostre case, con le esplosioni che sconvolgono le nostre città, di questi tempi la speranza non è alla nostra portata e tutti i sogni e i piani che avevamo fino a ieri sembrano buffi e ingenui, come se il destino dicesse ridendo: “Aspetta, aspetta, ho ancora dei giorni interessanti in serbo per te”. Quando le ho chiesto delle sue speranze per il futuro, mi auguravo una risposta diversa, ma non ho potuto scoprire in lei quello che avevo perso in me. Mi ha detto: “Guardo mia sorella più giovane e la vedo pallida, guardo mia madre con la sua salute instabile, e mi chiedo dove sia riuscita a trovare tutta questa forza. È tutto difficile, ed è questo a stancarmi. Qui a Tripoli prima della guerra non c’era alcuna manifestazione di vita, né una gioia, né un sorriso. Spero che un giorno avremo un’opportunità di vivere come qualsiasi altro essere umano”.

Una pioggia che sia lieve
Pochi giorni dopo la fine dei combattimenti, le milizie di Badi e la settima brigata si sono ritirate e si è subito scatenata una ridda di opinioni e analisi sulle possibili motivazioni. Secondo alcuni il ritiro era dovuto alla penuria di munizioni e rifornimenti, secondo altri era stato raggiunto un accordo. Tutti noi sappiamo che questa improvvisa interruzione non è la fine della storia, ma la accogliamo lo stesso, perché finalmente riusciamo a respirare.

La città esausta non ha avuto l’opportunità di tirare un respiro di sollievo. La mattina è cominciata una pioggia fortissima e come sempre nel giro di poche ore le strade si sono allagate. Sono di nuovo sotto assedio, intrappolato dall’inondazione, ma non ho intenzione di lamentarmi.

Potrei invece ringraziare il cielo, perché ha deciso di piangere tutte le lacrime che noi non siamo riusciti a piangere. Possa questa pioggia cadere lieve sulle tombe appena scavate, e sulle famiglie sfollate. Possa questa pioggia lavare le strade delle nostre città dalla follia dei nostri concittadini.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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