Un miliziano delle forze fedeli al governo di accordo nazionale a Tripoli, aprile 2019. (Hani Amara, Reuters/Contrasto)

A Tripoli si cerca di sopravvivere anche a questa guerra

Un miliziano delle forze fedeli al governo di accordo nazionale a Tripoli, aprile 2019. (Hani Amara, Reuters/Contrasto)
22 maggio 2019 10:05

Casa nostra, o Signore, quella che chiamiamo Libia e decoriamo con bandiere, non la conosciamo più e non vogliamo più conoscerla. Pensiamo solo alla cucina.

Sadeq Naihoum, tratto da un articolo pubblicato nel 1968

Controllare i pozzi e gli impianti petroliferi in Libia non serve a niente se non controlli Tripoli, sede dell’unico ente autorizzato a vendere il petrolio. Per il generale Khalifa Haftar questo è un motivo in più per marciare verso la capitale. D’altro canto, perché dare spazio al dialogo politico se pensi di poter avere la meglio sul campo di battaglia? La comprensione di questi aspetti spiega la campagna politica e mediatica a supporto dell’assalto militare da parte dell’Esercito nazionale libico (Enl) di Haftar, determinato a sradicare la legittimità del governo di accordo nazionale e a imporre un cessate il fuoco senza condizioni, cosa che il governo di accordo nazionale non accetterà mai senza il ritiro dei gruppi armati di Haftar dall’area sud di Tripoli. Non è una guerra che il generale potrà vincere facilmente, ammesso che possa davvero riuscirci. Forse adesso sta cercando un modo per ritirarsi senza perdere la faccia.

Nonostante la diffusa propaganda che descrive il sedicente esercito di Haftar come un vero esercito e la sua come una guerra lanciata per salvare la capitale dai terroristi e dalle milizie di islamisti, le cose non sono così semplici. Per esempio, alcuni dei gruppi armati contro cui combatte sono gli stessi che hanno sconfitto il gruppo Stato islamico a Sirte mentre nelle sue file ci sono anche milizie estremiste salafite.

Dall’inizio dell’attacco a Tripoli, a fine aprile, il governo di accordo nazionale ha annunciato ogni giorno l’abbattimento di aerei da combattimento dell’Enl, e lo stesso ha fatto l’Enl. Non si può fare a meno di chiedersi quanti aerei abbia la Libia. Mi ricordo che nel 2011, quando cominciò a circolare la notizia che Gheddafi faceva ricorso ai bombardamenti aerei per reprimere le rivolte, tutto il mondo reagì con fermezza. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu adottò la risoluzione 1973 che stabiliva una “zona di non sorvolo sulla Libia autorizzando tutti i provvedimenti necessari per proteggere i civili”.

Guerre senza fine
Oggi nessuno muore dalla voglia di fermare gli attacchi aerei quotidiani, nonostante il numero crescente di vittime tra civili. A nessuno importa più di proteggere i civili, a nessuno importa di sapere qualcosa della Libia. A loro importa solo della cucina, e di chi sarà il prossimo chef.

Tutte le volte che la guerra torna a bussare alle porte di Tripoli non posso fare a meno di pensare a quelle precedenti, e a volte i miei pensieri mi riportano al 2011. In tutte le guerre, i ricordi di chi preme il grilletto sono diversi da quelli di chi ci resta intrappolato dentro. “Nei giorni prima dell’inizio dei combattimenti veri e propri, quando era stato preannunciato un attacco imminente, avevo continui flashback sulle difficoltà che avevo avuto durante l’attacco del 2018”. A parlare è Reem Tombokti. Anche lei, mi ha detto, è stata costretta a pensare alle guerre precedenti. E ha aggiunto: “Continuo a dirmi che non posso sopravvivere a un’altra guerra. Se non muoio, di sicuro impazzisco”.

Reem Tombokti è una giovane blogger libica. Si definisce “traduttrice di giorno, creativa di notte, lettrice in mezzo”. Vive nella zona sud di Tripoli, non lontano dagli scontri. Ha risposto dopo diversi giorni ai miei tentativi di contattarla. In una realtà simile, quando la guerra è in agguato nell’oscurità, dietro ogni angolo, la morte non è l’unica cosa a farle paura. Non vivere è terrificante tanto quanto la morte che si gingilla con noi. “Non è facile accettare qualcosa di così pesante. Cominci a pensare a tutte le cose che vorresti fare nella tua vita. Cominci a pensare a tutti i sogni, i progetti e le aspirazioni che la guerra ti strapperà via. Capisci che a essere terrificante non è la morte, ma morire prima di aver avuto l’opportunità di vivere”.

Mi racconta come si è sentita quando la guerra è scoppiata alla fine di aprile: “Nei primi due giorni di combattimenti avevo molta paura a uscire. Per la maggior parte del tempo stavo nascosta nello scantinato. Una mattina però ho pensato che non potevo permettere a questi pazzi di portarmi via la mia vita con tanta facilità. Anche io dovevo combattere. Così mi sono alzata, mi sono preparata e sono andata al lavoro. Fuori non era così spaventoso come mi ero immaginata. La mia paura era più grande della minaccia effettiva. Ma la situazione non era comunque normale. Nel mio quartiere nella zona sud di Tripoli le strade erano quasi deserte. E potevo sentire in aria i rumori intermittenti dei fucili e della contraerea. Lentamente, a mano a mano che mi avvicinavo al centro, le cose cominciavano a sembrare più o meno normali. Ancora oggi continuo a cercare di andare al lavoro. Mi sveglio ogni mattina e decido di ignorare i rumori della guerra. Tuttavia ci sono giorni in cui non riesco a vivere così”.

La guerra è orrenda e dolorosa, anche quando ne esci fuori incolume e con perdite minime. Ti prosciuga la mente

Con l’intensificarsi degli scontri però le cose sono cambiate. Il 29 aprile, mentre i combattimenti si facevano più pesanti, sua madre l’ha chiamata per dirle che se non riusciva a rientrare a casa poteva andare a casa di suo fratello, in una zona vicina al centro. A quel punto, mi racconta Reem, “ho lasciato subito l’ufficio e mi sono diretta verso casa. Mentre guidavo verso sud, allontanandomi dalla vita seminormale e andando verso gli scontri, i posti di blocco e le azioni dei gruppi armati, pensavo solo al peggio. A ogni curva, quando scoprivo che la strada secondaria che avevo imboccato non era bloccata, tiravo un sospiro di sollievo. ‘È un buon segno’, pensavo tutte le volte che svoltando scoprivo un percorso libero. Durante gli scontri del settembre 2018 anche le strade secondarie che conducevano al nostro quartiere erano state bloccate con barricate di sabbia improvvisate. Quando finalmente sono arrivata a casa, ho capito quanto fossero stati gravi gli scontri quel giorno. Quando sono uscita dall’auto per aprire il cancello di casa mia e parcheggiare, sulla mia testa è passato quello che probabilmente era un grosso proiettile. Non sono riuscita a vederlo, ma il sibilo era così forte che mi sono acquattata in un angolo temendo di morire. La mattina dopo non sono riuscita a uscire da casa. Quel giorno non sono riuscita a ignorare i rumori della guerra”.

Nel tentativo di spiegare cosa fosse la guerra dentro di lei, ha riflettuto sul fatto che i mezzi d’informazione non raccontano testimonianze di questo genere. I giornalisti sono occupati a cogliere l’azione e i civili sono volti senza nome che appaiono sugli schermi per qualche secondo prima che l’inquadratura torni sui giovani combattenti che sorridono e fanno piovere morte dal cielo di Tripoli.

“Ogni giorno penso a tutte le perdite provocate dalla guerra. Non ho perso niente di materiale, ma sento di sprecare le mie giornate in coda al distributore di benzina, pensando a come evitare di rimanere uccisa da un proiettile vagante o da bombardamenti indiscriminati, o anche solo a progettare un futuro lontano da qui. La guerra è orrenda e dolorosa, anche quando ne esci fuori incolume e con perdite minime. Ti prosciuga la mente. Puoi fingere di stare bene, puoi fingere che non abbia effetto su di te, ma in realtà non è così. Ti divora lentamente. Ti ruba la memoria, riempiendola dei nomi di armi e delle immagini dei diversi veicoli armati”.

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Uno degli aspetti più brutti di questa guerra è l’uso virale dei social network. Su YouTube e Facebook circolano decine di immagini e video in cui si vedono militari dell’Enl che mutilano e profanano cadaveri di combattenti e civili. Per non parlare dei video minacciosi che condividono dal fronte nella zona sud di Tripoli, dove promettono agli abitanti punizioni terrificanti o torturano prigionieri. In alcuni casi si fanno riprendere mentre lanciano missili. Sembrano divertirsi, e mentre lo fanno ascoltano musica e si scambiano battute.

“Perdi la tua innocenza. Poco per volta perdi la fiducia nella bontà del genere umano. I video delle torture e delle atrocità commesse in guerra ti costringono a rimettere in discussione qualsiasi cosa tu fossi abituato a credere. Cominci a vederti al posto dei profughi, quelli che da piccolo vedevi solo al telegiornale. Cominci a comprendere su un piano personale più profondo cosa hanno vissuto. Cominci a capire che nessuno, assolutamente nessuno, merita di vivere tutto questo. Spero che la guerra finisca presto. Per sempre”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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