I festeggiamenti dopo il risultato del referendum per la legalizzazione dell’aborto a Dublino, in Irlanda, maggio 2018. (Clodagh Kilcoyne, Reuters/Contrasto)

A Malta nasce il movimento per il diritto all’aborto

I festeggiamenti dopo il risultato del referendum per la legalizzazione dell’aborto a Dublino, in Irlanda, maggio 2018. (Clodagh Kilcoyne, Reuters/Contrasto)
05 agosto 2019 11:50

Non molto tempo fa Maria Borg era in piedi assieme ad altre cinque donne davanti alla sede del primo ministro, con in mano un cartello su cui si leggeva: “Benvenuti a Malta, dove donne e ragazze sono solo incubatrici”.

Le donne, che facevano parte del collettivo Voice for choice, davano il benvenuto ai leader europei, tra cui il francese Emmanuel Macron e lo spagnolo Pedro Sánchez, che partecipavano a un vertice dell’Unione europea meridionale. Le donne sono state in piedi in silenzio sotto il caldo sole mediterraneo per più di due ore, durante le quali molte persone, spesso turisti, si sono fermate per manifestare il loro supporto. La manifestazione è stata trasmessa in diretta streaming su Facebook ed è stata raccontata da tutti i principali mezzi d’informazione locali.

A chiunque non sia di Malta questa manifestazione potrà sembrare insignificante. Tuttavia per l’isola, una roccaforte della chiesa cattolica, è stata fondamentale, una delle poche proteste per il diritto all’aborto nella storia del paese.

Risposta abbastanza positiva
Prima della protesta Borg non aveva mai preso posizione pubblicamente per il diritto a interrompere una gravidanza, e non era sicura di come avrebbero reagito la sua famiglia e i suoi amici, che invece erano contrari, quando avrebbero visto il suo volto nelle foto circolate poche ore dopo sui social media. La loro risposta, ci racconta, è stata invece in larga misura positiva, anche se in rete le cose sono andate diversamente. Un commento su Facebook minacciava di “sparare in testa a queste troie, una a una, una di fronte all’altra”. Il riferimento era alle sei manifestanti.

“All’inizio ero nervosa”, racconta Borg, 22 anni, che usa uno pseudonimo per timore di aggressioni e ripercussioni in rete. “A Malta hai paura di dire che sei a favore del diritto di scelta. Ma credo in questa causa e volevo agire. Questi altri paesi presenti per il vertice hanno combattuto per l’aborto negli anni sessanta e settanta. Devono sapere che cinquant’anni dopo qui da noi questo diritto non esiste ancora”.

Una donna che interrompe la gravidanza può rischiare fino a tre anni di carcere

Malta è l’unico paese europeo che proibisce del tutto l’aborto, perfino in casi di stupro, incesto e a volte quando la salute della donna è a rischio. Le leggi sull’aborto in vigore nel paese sono tra le più rigide al mondo: una donna che interrompe la gravidanza e il medico che la aiuta possono rischiare fino a tre anni di carcere ciascuno. In altri paesi europei con leggi restrittive sui diritti riproduttivi, come l’Irlanda del Nord e la Polonia, l’aborto è consentito in alcune situazioni in cui la salute della donna è a rischio (in Polonia l’aborto è consentito anche in casi di stupro e incesto).

Le informazioni sulla salute riproduttiva a Malta sono molto carenti: gli attivisti per il diritto all’aborto denunciano che il tipo di educazione sessuale impartita a scuola dipende dall’insegnante, e questo fa sì che spesso i formatori si esprimano contro l’interruzione di una gravidanza. Sebbene i preservativi siano venduti nelle farmacie e nei supermercati, la pillola per il controllo delle nascite è disponibile solo dietro prescrizione medica. La pillola del giorno dopo è stata legalizzata nel 2016, ma i farmacisti possono rifiutarsi di venderla in base alle loro “convinzioni morali”.

L’esempio dell’Irlanda
Tuttavia perfino a Malta, dove una solida maggioranza di abitanti è contraria al diritto all’aborto, la percezione pubblica nei confronti dell’interruzione di gravidanza si sta lentamente modificando, riflettendo i cambiamenti in corso in altri paesi europei dove fino a non molto tempo fa l’aborto era illegale. L’esempio più importante è l’Irlanda, che l’anno scorso ha legalizzato l’aborto dopo aver legalizzato i matrimoni omosessuali nel 2015. Un cambio di rotta rapidissimo per un paese come l’Irlanda, che ha abolito il divieto di divorzio solo nel 1995.

I sostenitori del diritto all’aborto sperano che Malta possa seguire la stessa traiettoria: come l’Irlanda, Malta ci ha messo molto a legalizzare il divorzio (2011) e i matrimoni omosessuali (2017). E negli ultimi 18 mesi il diritto all’aborto ha acquistato slancio, in larga misura spinto dalla Women’s rights foundation, un’organizzazione non profit che offre consulenze legali e supporto su diverse tematiche che interessano le donne.

“La situazione è cambiata molto rapidamente, soprattutto dopo il referendum irlandese”, afferma Andreana Dibben, direttrice dell’organizzazione e docente di politiche sociali all’università di Malta.

L’8 marzo 2018, per la giornata internazionale delle donne, la fondazione di Dibben è stata la prima organizzazione femminista di Malta ad annunciare pubblicamente il suo sostegno al diritto all’aborto e a chiedere con forza che l’interruzione di gravidanza rientri nell’ambito della salute riproduttiva della donna. Questo ha innescato una catena di eventi: una coalizione di sette ong favorevole al diritto all’aborto ha creato nel marzo 2018 il movimento Voice for choice; lo scorso febbraio l’Abortion support network, che in precedenza aiutava le donne irlandesi ad andare nel Regno Unito per abortire, ha esteso i suoi servizi anche a Malta; a maggio è stato fondato il gruppo di pressione Doctors for choice.

Ogni anno centinaia di donne vanno all’estero per abortire

Tuttavia, afferma Dibben, a Malta il numero di persone a favore del diritto all’aborto è ancora basso. Secondo un sondaggio online del 2018, il 95 per cento dei maltesi è contrario alla legalizzazione dell’aborto entro le prime dodici settimane di gravidanza, e il 27 per cento è contrario anche nel caso in cui la salute della madre sia a rischio.

“Da quando sei giovane, da quando sei bambina, vai a scuola e impari che l’aborto è un omicidio”, racconta Dibben, riferendosi all’opinione generale diffusa sull’isola. “È un concetto talmente diffuso che non ti viene neppure in mente di metterlo in discussione”.

Lasciate sole
Ogni anno centinaia di donne che vivono a Malta vanno all’estero per abortire, spendendo quasi mille euro (solo l’intervento può costare intorno ai 500 euro). Poiché la procedura è eseguita all’estero, di solito nel Regno Unito o in Italia, le donne non si sottopongono a visite di controllo. Spesso viaggiano da sole e in segreto, o con una scusa, soprattutto perché l’aborto è ancora un tabù. Secondo le attiviste per il diritto all’aborto, alcune donne ordinano illegalmente in rete le pillole per abortire, che possono essere usate entro la decima settimana di gravidanza.

Capire però perché Malta ha opinioni così rigide sull’aborto è più complicato. Molte persone con le quali ho parlato, dalle attiviste ai medici ai baristi, mi hanno detto semplicemente che i maltesi non amano schierarsi contro lo status quo. Alcuni hanno sottolineato la posizione del paese, una piccola isola in mezzo al Mediterraneo, isolata geograficamente dal resto del mondo e dunque meno esposta a eventi o idee provenienti da altri paesi. Tutti però concordano su un fattore: l’influenza della chiesa cattolica.

È difficile non imbattersi nelle piccole icone di ceramica raffiguranti la Vergine Maria appese davanti alle case di Malta, o nelle statue di santi che incombono sui passanti in numerosi incroci stradali. Le automobili hanno spesso appesa una croce allo specchietto retrovisore. Malta ha in tutto 365 chiese, “una per ogni giorno dell’anno”, commenta un cameriere. L’identità nazionale del paese è molto legata a questo aspetto. “Le nostre origini sociali e culturali affondano nella dottrina cattolica”, afferma Dibben. “Nella nostra costituzione c’è ancora scritto che Malta è un paese cattolico”.

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Secondo una ginecologa di Malta, che ci ha chiesto di rimanere anonima per paura di mettere a rischio la sua carriera se si dovesse sapere che appoggia il diritto all’aborto, il numero di donne che si sono rivolte a lei con domande o timori dopo aver abortito (all’estero o attraverso l’assunzione della pillola) è aumentato negli ultimi anni. Ormai riceve almeno una di queste visite ogni settimana.

“Parte del mio lavoro consiste nel sostenere le donne e offrire loro delle opzioni”, mi ha raccontato al telefono. “Ritengono che l’aborto dovrebbe essere l’ultima di queste opzioni. Dovremmo concentrarci sulla pillola del giorno dopo, sull’educazione sessuale, sulla contraccezione. Quando tutto il resto non è servito, però, l’aborto dovrebbe essere possibile”.

Apertura di un dibattito nazionale
Il movimento di Malta per il diritto all’aborto è ancora piccolo, ma ha dato il via a un dibattito nazionale. I mezzi d’informazione locali, in passato riluttanti anche solo a parlare della “parola che inizia con la lettera a”, secondo la definizione di alcuni maltesi, adesso si occupano più spesso di questo argomento. Se ne parla perfino in politica: durante le elezioni per il parlamento europeo, a maggio, il primo ministro Joseph Muscat del Partito laburista, di centrosinistra, ha affermato che quello dell’aborto “è un argomento molto serio sul quale i maltesi meritano di avere un dibattito pacato”, pur senza rendere pubblica la sua posizione.

Adrian Delia, leader del Partito nazionalista, conservatore, e a favore del divieto di aborto a Malta, mi ha detto che una delle questioni più dibattute nel corso delle elezioni europee è stata “l’importanza di poter scegliere se interrompere la gravidanza. Di sicuro dobbiamo proteggere le persone più vulnerabili, che non hanno una voce e non possono difendersi da sole. Per loro ci deve essere più protezione, non meno. Stiamo parlando dei bambini non nati”, ha detto Delia.

Servono più voci di donne
Un paio di settimane dopo la sua prima manifestazione a favore del diritto all’aborto, la giovane attivista Maria Borg mi ha raccontato i dettagli di quella giornata nella sede calda e poco ventilata al secondo piano del collettivo Movement for graffiti, una delle ong che fanno parte di Voice for choice. Borg sorrideva timidamente alle mie domande, ma quando parlava era diretta e appassionata.

“Voglio che la situazione migliori non solo per me, ma anche per le altre donne”, mi ha detto Borg, alle prese con la creazione di un’organizzazione di giovani attiviste a favore del diritto all’aborto come diramazione della Women’s rights foundation. Vorrebbe che emergessero gruppi di attiviste a favore del diritto all’aborto per incoraggiare le altre donne ad esprimere in tutta sicurezza le loro opinioni. Al movimento, dice, servono più voci di giovani donne.

“Abbiamo bisogno di cambiare prospettiva, ma sarà un processo molto lento, perché siamo molto indottrinati”, ha aggiunto. “Per il momento dobbiamo concentrarci sulla depenalizzazione dell’aborto, e penso che questo potrebbe accadere presto. Per legalizzare l’aborto ci vorrà tuttavia più tempo. Spero che accada finché sono ancora in vita”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale. © 2019. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

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