La Gran via a Madrid. (Carlos Del Rey, Getty Images)

In Europa crescono i servizi per condividere l’auto e ridurre le spese

La Gran via a Madrid. (Carlos Del Rey, Getty Images)
10 ottobre 2016 14:10

Quando nel 2015 il servizio di condivisione dell’auto Amovens ha aggiunto un’opzione di affitto tra privati, David Jurado ha deciso di provarla. Nato a Siviglia, ma residente a Madrid, Jurado aveva spesso usato Amovens e BlaBlaCar per trovare dei passeggeri con cui condividere il costo della benzina e del pedaggio nei viaggi lunghi. E dal momento che ha due auto, tutto il denaro che riusciva a ottenere dall’affitto di una delle due avrebbe contribuito a coprire i costi di proprietà e manutenzione.

Oggi Jurado, un responsabile della sicurezza sui posti di lavoro, usa tre servizi per affittare la sua auto più volte al mese. Fa pagare un minimo di 27 euro al giorno, e ne incassa circa il 70 per cento dopo che il sito ha trattenuto i soldi della sua quota e dell’assicurazione. “È un modo per ridurre le spese per l’auto e dare un contributo alla società”, spiega.

Jurado è uno delle migliaia di proprietari di auto in Europa che si affida a siti di noleggio tra privati per ridurre le spese dell’auto. Questi servizi, tra cui il francese Drivy e GoMore, che ha sede a Copenhagen, sono sempre più usati. Si basano su un modello economico simile a quello di Airbnb: il proprietario dell’auto inserisce la sua automobile su un sito e gli utenti possono noleggiarla, dopo che la loro patente è stata verificata.

Le auto private sono ferme il 95 per cento del tempo

I siti trattengono una quota per ogni transazione e hanno partner per fornire assistenza stradale e assicurazione per danni, furto e responsabilità civile. I proprietari fissano il prezzo di noleggio (tra i quindici e i cento euro al giorno) a seconda del tipo di auto e il carburante lo paga chi affitta l’auto.

“Vedo un grande potenziale in questo modello, in particolare perché ci stiamo muovendo verso dei sistemi automobilistici sempre più automatizzati e connessi”, spiega Susan Shaheen del Centro di ricerca sulla sostenibilità dei trasporti all’università della California, Berkeley. “Le auto private sono ferme il 95 per cento del tempo”.

Gita al mare
Drivy è nato in Francia nel 2010, può mettere in affitto circa 38mila auto e secondo il fondatore, Paulin Dementhon, ha un milione di utenti registrati. GoMore è presente in Danimarca e in altri paesi europei e ha circa undicimila automobili. Entrambi i servizi sostengono che i prezzi sono in media decisamente più bassi di quelli delle normali agenzie di autonoleggio.

Attività simili si stanno diffondendo anche negli Stati Uniti. Getaround, una società di San Francisco nata cinque anni fa, sostiene di avere 350mila iscritti che condividono 2.500 auto in sei stati. Ma la diffusione di alternative di trasporto come Uber, Car2Go o Zipcar rendono il successo di questa pratica più difficile negli Stati Uniti, racconta Lisa Jerram, ricercatrice e analista presso Navigant.

Navigant stima che gli introiti del car sharing in tutto il mondo saliranno a 6,5 miliardi di dollari entro il 2024, con una crescita di 1,1 miliardi rispetto al 2015. La quota degli operatori da privato a privato sarà piccola, sostiene Jerram. Eppure gli esperti del settore intravedono uno spazio per le startup che soddisfano bisogni differenti.

“Ognuno di noi sceglie il servizio più conveniente”, sostiene Robin Chase, cofondatore ed ex direttore di Zipcar. “Non prenderei mai Car2Go o Uber per andare al mare in giornata”, racconta.

Un modo per invogliare i clienti è velocizzare la procedura di noleggio dell’auto. Getaround chiede agli iscritti di equipaggiare l’auto con un sistema che permette a chi l’affitta di sbloccare l’auto con il smartphone (i proprietari pagano una quota d’installazione di 99 dollari una tantum, più venti dollari al mese). Anche Drivy ha installato un sistema simile e prevede di aprire il servizio in altri paesi il prossimo anno. “Non vogliamo sottrarre quote di mercato a un settore esistente”, spiega Dementhon. “Stiamo creando qualcosa che prima non esisteva”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su Bloomberg BusinessWeek.

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