Dopo gli scontri a Bujumbura, in Burundi, il 21 luglio 2015.

Bisogna fermare la violenza in Burundi prima che sia troppo tardi

Dopo gli scontri a Bujumbura, in Burundi, il 21 luglio 2015.
11 novembre 2015 18:24

In Burundi, un piccolo paese africano di dieci milioni di abitanti, succedono cose che ricordano il momento peggiore della storia di questa regione, quella dei Grandi laghi: il genocidio dei tutsi nel vicino Ruanda nel 1994. Nessuno può più ignorare la retorica adottata da alcuni circoli del potere a Bujumbura per rafforzare il contestato regime del presidente Pierre Nkurunziza. Sono discorsi che rasentano l’appello al massacro, in una situazione già molto instabile.

A questo punto ci sono tutti i motivi per preoccuparsi e per far scattare l’allarme prima che sia troppo tardi. La Francia ha fatto bene a presentare il 9 novembre una risoluzione davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per attirare l’attenzione sulla spirale di violenza etnica scatenata dal regime del Burundi. Il paese potrebbe presto ripiombare nell’incubo della guerra civile della fine degli anni novanta, da cui era uscito grazie anche alla mediazione di Nelson Mandela. In quell’occasione la pace era stata sancita nel 2000 dagli accordi di Arusha, in Tanzania, che stabilivano un equilibrio politico tra la maggioranza della popolazione – gli hutu, circa l’80 per cento – e la minoranza tutsi.

Ora però questo equilibrio è minacciato dal regime di Nkurunziza. Lo spirito di Arusha vietava al presidente di candidarsi per un terzo mandato, come invece ha fatto ad aprile. E, a maggior ragione, di organizzare a questo fine delle elezioni, che si sono svolte in un clima tale da sfociare in una protesta costata la vita a duecento persone, quando la polizia – più simile a una milizia agli ordini del potere – ha sparato nei quartieri in rivolta.

Davanti a un movimento che potrebbe trasformarsi in ribellione armata, il regime ha deciso di alzare i toni

L’opposizione al presidente Nkurunziza non è formata esclusivamente da tutsi, ma resta il fatto che i quartieri della capitale dove l’opposizione al voto è stata più forte sono a maggioranza tutsi. Almeno duecentomila persone hanno già lasciato il paese.

Davanti a un movimento che potrebbe trasformarsi in ribellione armata, il regime ha deciso di alzare i toni. La minaccia, formulata con chiarezza, è quella di un massacro collettivo. Il presidente del senato Révérien Ndikuriyo ha parlato di “polverizzare” i quartieri ribelli. Il ministro della pubblica sicurezza Alain-Guillaume Bunyoni ha ricordato ai tutsi la loro condizione minoritaria aggiungendo che “se le forze dell’ordine falliranno abbiamo comunque nove milioni di cittadini a cui basta dire ‘fate qualcosa’”. Dopo il genocidio ruandese queste parole producono un effetto terrificante. Dobbiamo prenderle sul serio.

Anche i contestatori usano la violenza. Ci sono armi nei loro quartieri e alcuni uomini vicini al regime sono stati assassinati. Ma la repressione in corso ha oltrepassato ogni limite. La polizia spara a vista e semina il terrore. Gli agenti hanno interrogato e picchiato a morte un giovane di 25 anni, Welli Nzitonda, colpevole soltanto di essere il figlio di un oppositore, Pierre-Claver Mbonimpa, anch’egli vittima di un tentato omicidio. In questo clima il regime gioca con il fuoco utilizzando una retorica criminale. Il rischio è quello di scatenare una caccia all’uomo, etnica o politica. L’ong International Crisis Group ha parlato di un paese sull’orlo dell’abisso. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha espresso grande preoccupazione. A questo punto è indispensabile costringere Nkurunziza a dialogare e a ritornare allo spirito di Arusha. Se le cose dovessero volgere al peggio, nessuno potrà dire “non lo sapevamo”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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