21 giugno 2020 15:30

Alcune date sono scolpite nella memoria collettiva dei neri americani. Molte ovviamente sono legate a eventi dolorosi, come il 31 maggio del 1921, quando bande di bianchi invasati presero d’assalto – con tanto di attacchi aerei – il quartiere nero di Tulsa, in Oklahoma, scatenando una guerra che causò la morte di un numero imprecisato di afroamericani (i rapporti ufficiali parlarono di 26 neri uccisi, ma secondo alcune stime furono duecento); una ferita che Donald Trump ha deciso di riaprire il 20 giugno organizzando un comizio proprio a Tulsa, e proprio mentre in tutto il paese si chiede giustizia per George Floyd e si scende in piazza contro il razzismo.

Ma ci sono date che servono a celebrare la sovrumana capacità di resistenza degli afroamericani, e in molti casi riguardano lo sport. Tra tutte forse la più importante è il 15 aprile del 1947, il giorno in cui Jackie Robinson scese in campo per la prima volta con i Brooklyn Dodgers, nel mitico stadio di Ebbets Field davanti a 26mila spettatori (tra cui 14mila neri), abbattendo le barriere razziali nel baseball statunitense. Oggi Robinson viene celebrato come nessun altro sportivo americano: il 15 aprile di ogni anno si organizzano cerimonie in tutti gli stadi e tutti i giocatori della Major league baseball (Mlb, la principale lega del paese) scendono in campo indossando quello che era il suo numero, il 42.

L’aura di eroismo e coraggio che si è creata intorno alla figura di Robinson – a cui sono stati dedicati molti libri e vari film, l’ultimo nel 2013 – ha comprensibilmente oscurato le storie di quelli che vennero prima di lui, e che probabilmente gli diedero la forza per sfidare uno dei mondi più bianchi e conservatori dello sport americano. Robinson conosceva sicuramente la storia di Moses Fleetwood Walker, che esordì nel campionato professionistico nel 1884, un periodo in cui non solo era impensabile che un afroamericano giocasse a baseball con i bianchi, ma era abbastanza frequente che quelli come lui venissero linciati, dati alle fiamme, impiccati e torturati per cose come entrare in una stanza dove c’erano donne bianche o salutare con poca riverenza un uomo bianco.

Fratelli inseparabili
Per la verità Walker non fu il primo nero a giocare nel campionato professionistico. Qualche anno prima di lui c’era stato William Edward White, che scese in campo per una sola partita della lega nazionale, il 21 giugno del 1879. White, che era nato nel profondo sud (Milner, Georgia), non era molto scuro di carnagione e per tutta la vita cercò, comprensibilmente, di passare per bianco. Solo alcune ricerche successive permisero di identificarlo come il primo uomo di discendenza africana a giocare da professionista. Moses Fleetwood Walker fu quindi il primo giocatore nero – e il primo sportivo nero in assoluto – a rivendicare il suo retaggio e a sfidare apertamente il bigottismo della società americana.

Potè farlo anche perché, a differenza di White, proveniva da una zona del paese dove essere nero non era necessariamente una condanna a morte. Era nato in Ohio – uno stato che fin dalla sua fondazione, nel 1803, aveva vietato la schiavitù – nella città di Mount Pleasant, che per via della grossa comunità quacchera era un posto insolitamente accogliente per gli afroamericani. I suoi genitori, entrambi di etnia mista, si sposarono nel 1843 e nell’arco di quasi vent’anni misero al mondo sei figli. L’ultimo fu Weldy, che per tutta la vita avrebbe seguito fedelmente il fratello maggiore Moses. Frequentarono insieme il liceo di Steubenville, dove cominciarono a giocare a baseball, e poi andarono al college di Oberlin.

Lì Moses diventò uno studente modello, particolarmente bravo nella meccanica e nella retorica. Si dimostrò anche uno dei migliori giocatori del campus, esaltato dal giornale locale per i suoi fuoricampo. Di quel periodo è rimasta una foto (quella che illustra questo articolo) in cui si vede Moses – il primo seduto a sinistra – con un’aria determinata, quasi di sfida, che pochi afroamericani potevano permettersi di esibire in quel periodo: ha un baffo che gli dà un aspetto signorile, le braccia conserte e le gambe accavallate, guarda verso sinistra della fotocamera mentre gli sguardi di tutti gli altri sono rivolti a destra o verso l’obiettivo. In piedi (terzo da sinistra) c’è suo fratello Weldy.

I dirigenti della squadra di Peoria fecero sapere che non avrebbero mai permesso ai loro giocatori di scendere in campo contro un nero

Moses giocò così bene nel campionato inter-collegiale che l’università del Michigan decise di reclutarlo, nel ruolo di ricevitore. Lì studiò diritto e nel 1882 guidò la squadra a un ottimo risultato di dieci vittorie e tre sconfitte. L’anno dopo fu reclutato dai Toledo Blue Stockings, una squadra dell’Ohio che militava in una lega regionale minore. Prima dell’inizio del campionato i dirigenti della squadra di Peoria, in Illinois, fecero sapere che non avrebbero mai permesso ai loro giocatori di scendere in campo contro un nero, e chiesero che Walker fosse buttato fuori dal campionato. La richiesta fu respinta con sdegno dalla lega.

Nel 1884 Toledo entrò nell’American Association – il principale campionato del paese – insieme ad altre tre squadre, tra cui i Brooklyn Dodgers. Il 1 maggio Walker esordì in trasferta a Louisville, la città del Kentucky che 58 anni dopo diede i natali all’uomo che ha ridefinito l’idea dello sportivo afroamericano, Muhammad Ali. La partita finì 5 a 1 in favore della squadra di casa. Il giornalista di Sporting Life scrisse: “Toledo ha pagato gli errori di Walker, che ha fatto tre giocate terribili”.

Per Walker entrare nella massima serie del baseball americano significò uscire dalla bolla di tolleranza in cui aveva vissuto fino a quel momento, ed esporsi al terrore in cui viveva la maggior parte dei neri americani. Prima di una trasferta a Richmond, in Virginia, il manager di Toledo ricevette una lettera: “I sottoscritti vi avvertono di non far giocare Walker, il ricevitore negro, perché in quel caso ci sarebbero 75 uomini determinati che hanno giurato di aggredirlo. Vi scriviamo per evitare che ci siano spargimenti di sangue, solo voi potete evitarlo”. Walker non giocò quella partita. Come sarebbe successo poi a Robinson, doveva affrontare anche l’ostilità dei suoi compagni. Tony Mullane, la stella della squadra, disse: “È il miglior ricevitore con cui abbia mai giocato, ma non mi piace giocare con un negro”.

Questo dà un’idea del clima che si respirava nel paese in quel periodo. Erano passati meno di vent’anni dalla fine della guerra civile e il paese era nel bel mezzo di quello che lo storico Rayford Logan avrebbe definito il Nadir dei rapporti razziali.

Walker giocò una buona stagione – fu uno dei migliori della lega nel suo ruolo – ma fu limitato dagli infortuni (anche per questo suo fratello Weldy giocò sei partite con Toledo, diventando il secondo afroamericano a militare nella major league). La squadra arrivò a un deludente ottavo posto e la dirigenza decise di tagliare Walker, che continuò a giocare nelle leghe minori, con i Little Giants di Newark, nel New Jersey, e poi con i Syracuse Stars, New York. Quando la sua squadra giocava in trasferta era costretto a dormire sulle panchine dei parchi e delle stazioni dei treni, perché gli albergatori si rifiutavano di dargli una stanza. In quel periodo fece causa a un ristorante di Detroit che si era rifiutato di servirgli da mangiare.

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La sua determinazione aveva aperto la strada a tanti altri neri, che in quel periodo cominciarono a giocare nelle leghe minori, ma fece anche crescere il risentimento dei giocatori e dei proprietari bianchi, che nel 1887 istituirono una regola che permetteva agli afroamericani già nel campionato di continuare a giocare, ma vietava alle squadre di ingaggiarne altri. Una regola che di fatto impedì ai neri di giocare a baseball ad alti livelli per più di mezzo secolo, fino all’arrivo di Jackie Robinson.

Moses Fleetwood Walker si ritirò nel 1889 e per un po’ lavorò per le poste di Syracuse. Nel 1891 accoltellò e uccise un uomo che gli aveva lanciato una pietra in testa fuori da un locale. Una giuria di soli bianchi lo assolse e lui se ne tornò a Steubenville, in Ohio, dove continuò a lavorare per il servizio postale.

In seguito si fece un anno di prigione per furto di corrispondenze e una volta uscito prese in gestione, insieme al fratello Weldy, un cinema a Cadiz, non lontano da casa. In quel periodo inventò e brevettò un sistema che migliorava la proiezione delle pellicole cinematografiche. Nel 1902 i due fratelli fondarono The Equator, un giornale che promuoveva il nazionalismo nero. A quel punto Moses era convinto che la convivenza tra bianchi e neri fosse impossibile. Nel 1908 scrisse un libro intitolato Our home colony, in cui invocava l’emigrazione dei neri americani in Africa. Morì nel 1924 a 67 anni, cancellato dai bianchi e dimenticato dai neri.

(Testo di Federico Ferrone e Alessio Marchionna)