Prime vittorie per il salario minimo negli Stati Uniti

22 maggio 2015 19:22

Il 13 ottobre del 2014 il senatore repubblicano Mitch McConnell era ospite del programma televisivo Kentucky Tonight per partecipare a un dibattito con la democratica Alison Lundergan Grimes. Mancavano tre settimane alle elezioni di metà mandato, in cui Lundergan Grimes, avvocato e segretario di stato del Kentucky, avrebbe cercato di strappare a McConnell il seggio di rappresentante dello stato al senato. Quando la discussione si è spostata sull’economia, il giornalista che moderava il dibattito ha chiesto a McConnell di spiegare la sua posizione sull’aumento del salario minimo federale. Il senatore ha risposto ripetendo la tesi che i repubblicani sostengono da decenni: “Aumentando la paga oraria si rischia di danneggiare l’occupazione. Se portassimo il salario minimo federale a 10,10 dollari (come vorrebbero i democratici) distruggeremmo almeno mezzo milione di posti di lavoro”.

Tre settimane dopo i repubblicani hanno stravinto le elezioni e hanno preso il controllo del senato. McConnell ha sconfitto Lundergan Grimes, confermando un seggio che occupa dal 1985, ed è stato scelto dal suo partito come leader della maggioranza al senato. Come prevedibile, sotto la sua guida i repubblicani hanno ribaltato l’agenda parlamentare e le proposte dei democratici a sostegno dei lavoratori sottopagati – a cominciare dall’aumento del salario minimo – sono finite in un cassetto. E ci resteranno almeno fino alle prossime elezioni.

Ma intanto, mentre il congresso spedisce lettere di avvertimento al governo iraniano e democratici e repubblicani si fanno la guerra sull’oleodotto Keystone e sui fondi alla difesa, negli Stati Uniti la situazione nel mondo del lavoro continua a cambiare grazie a una serie di misure approvate da singoli stati o da singole città sotto la spinta di un movimento che ha portato il salario minimo al centro del dibattito nazionale. Nelle stesse elezioni che hanno assegnato ai repubblicani il controllo di entrambi i rami del congresso, i cittadini di San Francisco hanno votato per portare da 10,74 a 15 dollari la paga oraria. Quattro mesi prima il consiglio comunale di Seattle aveva adottato una misura simile.

Ora è arrivato il turno di Los Angeles, la seconda città più grande degli Stati Uniti. Il 19 maggio il consiglio comunale della città californiana ha stabilito che le imprese con almeno 26 dipendenti dovranno concedere una paga oraria di 15 dollari entro il 2020 (attualmente è di 9 dollari). La misura riguarderà 800mila lavoratori. I datori di lavoro con meno di 25 dipendenti avranno tempo per adeguarsi fino al 2021.

Negli ultimi anni otto delle maggiori città statunitensi (tra cui Chicago e Santa Fe) hanno approvato aumenti al salario minimo rispetto a quello federale (che è di 7,25 dollari), e in altre sei (tra cui New York e Washington) sono stati proposti provvedimenti simili. Attualmente in trenta stati sono in vigore paghe orarie superiori a quella federale.

È la conferma che oggi negli Stati Uniti sono le amministrazioni locali a prendere le decisioni più importanti sulla vita dei cittadini, attraverso una serie di provvedimenti che a macchia di leopardo stanno trasformando lo scenario politico nazionale e guidando il paese verso un cambiamento che la politica nazionale – immobile e polarizzata – non riesce a garantire. Succede soprattutto nelle città, dove sindaci giovani e progressisti, spesso cresciuti al di fuori della tradizione del Partito democratico, prendono decisioni rischiose e innovative.

Questa tendenza è anche il sintomo dei cambiamenti avvenuti nel mondo sindacale. Gli aumenti al salario mimino, forse i più importanti successi conquistati dai lavoratori statunitensi da molti anni a questa parte, arrivano in un momento in cui le organizzazioni sindacali sono più deboli che mai: oggi meno del 7 per cento dei lavoratori del settore privato è iscritto al sindacato, il livello più basso da quasi un secolo. La crisi economica del 2007 ha portato milioni di persone ad accettare lavori part-time e sottopagati. La situazione dell’occupazione, soprattutto nel settore dei servizi, è cambiata radicalmente, e i sindacati non sono stati in grado di rappresentarla. E il vuoto è stato riempito da movimenti spontanei creati dai dipendenti delle grandi catene, soprattutto nel settore dei fast food. Movimenti come Fast food forward, Fight for 15, Stand up Kc e Can’t survive 7,35.

Tra tutti i movimenti nati dopo la crisi finanziaria per chiedere giustizia sociale e redistribuzione economica – tra cui Occupy Wall street – quelli per l’aumento del salario minimo sono stati gli unici a ottenere risultati concreti, anche se limitati.

Ma i salari sono solo uno dei problemi dei lavoratori statunitensi a basso reddito. Buona parte dei posti di lavoro creati negli Stati Uniti dopo l’inizio della recessione – e tanto sbandierati dall’amministrazione Obama – riguarda settori dove i lavoratori non sono solo sottopagati ma lavorano a tempo ridotto. Come ha spiegato William Finnegan in un articolo pubblicato sul New Yorker (e tradotto da Internazionale il 24 ottobre), oggi nel settore dei fast food “quasi tutti i dipendenti sono adulti (l’età media è di 28 anni) e il 70 per cento di loro è assunto con contratti part-time, come meno di quaranta ore a settimane”.

Significa che ci sono milioni di lavoratori che sono costretti a fare due o tre lavori per mettere insieme un reddito adeguato per una famiglia. Finnegan spiegava anche che in catene come McDonald’s i dipendenti non sanno esattamente quando lavoreranno, perché i turni sono gestiti da un sistema computerizzato che organizza gli orari di ogni dipendente. Per questo nei prossimi anni i lavoratori statunitensi non si batteranno solo per guadagnare di più, ma anche per avere più voce in capitolo su quando lavorare.

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