Contro la demolizione del villaggio di Khan al Ahmar

28 agosto 2018 16:35

Un piccione intrappolato nella mia veranda vetrata mi ha distratta dalla tastiera mentre combattevo con le parole per descrivere la religiosità che alimenta il progetto colonialista. Il povero uccello sbatteva tra i vetri e le zanzariere. Poi le sue ali hanno cominciato a sparpagliare gerani e felci. Infine sono intervenuta e il piccione si è rintanato impauritissimo in un angolo.

Quando finalmente ha trovato la finestra aperta, sono tornata davanti alla tastiera. Mi sono passati per la testa gli articoli che ho da scrivere: uno su un cittadino tedesco di origine palestinese che è stato interrogato con le maniere forti dal Shin Bet appena tornato da un breve viaggio in Giordania; l’altro sul villaggio di Khan al Ahmar: la popolazione, gli avvocati e molti attivisti stanno lottando per scongiurarne la distruzione. Io e la mia tastiera siamo al loro servizio.

Poi m’è caduta l’attenzione su un articolo scritto da un collega su un gruppo musicale israeliano che, neanche a farlo apposta, si chiama The keyboard uprisers, i ribelli della tastiera. Assaf Talmudi, leader del gruppo, parla del modo in cui la musica araba sta assorbendo le armonie occidentali: “L’armonia è come la Coca-Cola, lo zucchero, la farina. La porti nella giungla e la mattina dopo tutti bevono Coca-Cola”. Il solista Ziwar Bahlul aggiunge: “Nella musica araba la tastiera è una straniera”.

Lui, personalmente, non è uno straniero: è un compositore palestinese dall’aspetto hippy che vive nel nord di Israele. E di sicuro non c’è nulla di straniero nel suo accompagnamento con tastiera di cantanti arabi ed ebrei sefarditi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

pubblicità

Articolo successivo

Come resistere alla Silicon valley