Durante il blitz della polizia al centro Baobab a Roma, il 24 novembre 2015. (Marinella Fiaschi, Ansa)

Le prime vittime collaterali della nuova guerra al terrorismo sono i profughi

Durante il blitz della polizia al centro Baobab a Roma, il 24 novembre 2015. (Marinella Fiaschi, Ansa)
25 novembre 2015 12:29

Al centro Baobab di Roma le porte sono chiuse, i volontari sono scossi e arrabbiati. All’alba una cinquantina di poliziotti e carabinieri ha fatto un blitz nello stabile vicino alla stazione Tiburtina che da maggio ospita uomini, donne e bambini arrivati in Italia dalla Libia via mare a bordo d’imbarcazioni di fortuna. Sono “transitanti”, migranti che cercano di sottrarsi al regolamento di Dublino e attraversano l’Italia per raggiungere altri paesi nel Nordeuropa.

Gli agenti si sono presentati in forze alle 6.30 del mattino a bordo di quattro blindati, alcuni erano in tenuta antisommossa e avevano dei cani antidroga: hanno ispezionato il dormitorio, hanno controllato i documenti di tutti e hanno portato in questura le 23 persone di origine eritrea, etiope e magrebina che non avevano i documenti in regola, tra loro due minori non accompagnati.

Visto il dispiegamento di forze, i volontari hanno pensato che si trattasse di un’operazione antiterrorismo. La questura in un comunicato ha spiegato che l’operazione rientra “nel più ampio progetto di controllo del territorio romano previsto dall’ordinanza di servizio per la sicurezza del Giubileo”. E poche ore dopo il blitz, il ministro dell’interno Angelino Alfano ha aggiunto: “I controlli di polizia fatti questa mattina al centro di accoglienza Baobab testimoniano che la prevenzione e il controllo sono elementi di efficienza”.

Tuttavia al Baobab non è stato trovato nulla, se non alcune persone senza documenti regolari, situazione abbastanza comune nel caso di profughi o richiedenti asilo. Così il sospetto è che si sia trattato soprattutto di un’operazione di comunicazione politica nella campagna elettorale per le amministrative, segnata dagli attacchi di Parigi e dall’allarme contro il terrorismo: perquisire un centro d’accoglienza, cercare i terroristi tra i profughi, nel giorno in cui il presidente del consiglio Matteo Renzi ha presentato il suo programma di contrasto al terrore, che prevede lo stanziamento di due miliardi di euro per la sicurezza.

Sono scesi il freddo e il buio su via Cupa, i ciclamini che erano stati appesi sul cancello di ferro nero all’ingresso del centro sono sfioriti. Da maggio sono passate dal Baobab 30mila persone, soprattutto eritrei in fuga dalla dittatura di Isaias Afewerki, ma anche somali, sudanesi, etiopi. Dopo lo sgombero dell’insediamento irregolare di Ponte Mammolo, il centro è diventato un punto di riferimento per i migranti arrivati nella capitale dal sud dell’Italia, intenzionati a proseguire il loro viaggio verso il Nordeuropa.

Intorno alla struttura si è costruita una rete informale di volontari e cittadini, “Gli amici del Baobab”, che hanno garantito ai migranti assistenza: sanitaria, logistica e legale. Nell’estate in cui l’Unione europea si è accorta di non avere leggi comuni sul diritto d’asilo e una politica efficace di accoglienza per migranti e profughi, il centro di via Cupa, come molti altri esperimenti di accoglienza dal basso in Europa, è diventato un simbolo della capacità dei cittadini di reagire con lungimiranza e generosità all’inadeguatezza delle istituzioni europee.

I volontari, che non hanno mai avuto un riconoscimento da parte dell’amministrazione e che non ricevono fondi pubblici, da tempo temevano che il centro potesse essere sgomberato, come era stato già annunciato dall’ex assessora alle politiche sociali Francesca Danese. A giugno il comune aveva detto che avrebbe aperto una struttura per transitanti in un edificio di proprietà delle ferrovie dello stato, il Ferrhotel di via Masaniello, ma la promessa non è stata mantenuta, nel frattempo la giunta di Ignazio Marino è decaduta, il comune è stato commissariato e l’allarme antiterrorismo ha contribuito a rendere l’accoglienza l’ultima delle preoccupazioni.

“Noi volontari in questi mesi abbiamo agito, nei nostri limiti, per un’accoglienza degna, tentando sempre un’interlocuzione difficile con il comune, che da mesi minaccia lo sgombero attraverso le parole dell’assessore Danese, chiedendo aiuti economici, un luogo adatto ad accogliere i migranti, sicuro e gestito da lavoratori competenti. Nulla di ciò è arrivato”, hanno scritto i volontari in un comunicato all’indomani del blitz.

Il passaporto falso e la trappola della diffidenza

Da via Cupa a Idomeni, una cittadina greca al confine con la Macedonia, i migranti e i profughi sono le prime vittime collaterali della nuova guerra al terrorismo internazionale. Da giorni migliaia di migranti e profughi sono bloccati al confine tra Grecia e Macedonia, senza un riparo dalla neve e dalle temperature rigide dell’inverno, senza accesso all’acqua e ai servizi. All’indomani della strage di Parigi, le autorità macedoni, insieme a quelle serbe, slovene e croate, hanno deciso di ripristinare i controlli alle frontiere e di lasciare passare i migranti sulla base della loro nazionalità: solo i siriani, gli afgani e gli iracheni possono attraversare il confine.

Le organizzazioni impegnate nella difesa dei rifugiati hanno contestato la legittimità della pratica: il diritto d’asilo deve essere garantito a tutti, e ogni caso deve essere valutato singolarmente. Inoltre l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha espresso preoccupazione per queste decisioni che vengono prese in maniera unilaterale dagli stati e provocano un effetto domino su tutti gli altri creando una situazione di emergenza. Da giorni circa duecento persone protestano al confine con la Macedonia, circa sessanta sono in sciopero della fame e undici si sono cuciti le labbra in segno di protesta. Molti sono iraniani o pachistani e spiegano di non poter tornare in patria perché rischiano di essere perseguitati. “Uccideteci o aiutateci”, c’è scritto in inglese su un cartello mostrato da un migrante bangladese.

Migranti e profughi con le labbra cucite a Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia, il 25 novembre 2015. (Sakis Mitrolidis, Afp)

All’indomani delle stragi di Parigi, è apparso subito chiaro che migranti e profughi avrebbero pagato il prezzo più alto della stretta sulle misure di sicurezza in Europa. La notizia del ritrovamento vicino a uno degli attentatori di Parigi di un passaporto siriano ha scatenato un’immediata reazione da parte di molti politici e governi che hanno chiesto di chiudere le frontiere e respingere i migranti.

In Francia la leader del Front national Marine Le Pen ha chiesto la sospensione immediata dell’accoglienza ai profughi, il premier ungherese Viktor Orbán le ha fatto eco, seguito dal governo polacco. Diversi paesi balcanici hanno cominciato a selezionare i migranti alla frontiera sulla base della nazionalità.

I mezzi d’informazione di tutto mondo hanno parlato del “rifugiato kamikaze”

Negli Stati Uniti una ventina di stati, appoggiati dai repubblicani al congresso, ha chiesto di chiudere il programma di ricollocamento di diecimila profughi siriani, voluto dal presidente Barack Obama. Intanto è stato chiarito che il passaporto siriano trovato vicino all’attentatore dello Stade de France a Parigi è falso, ne sono stati trovati diversi esemplari simili in Serbia. Infine alcuni giornalisti hanno mostrato che in Turchia è facile comprare un passaporto siriano per meno di 250 dollari, perché c’è un fiorente mercato di documenti contraffatti. Ma il lavoro di debunking che ha smontato la notizia non ha avuto la stessa diffusione e lo stesso successo della notizia stessa, ambigua e non verificata.

I mezzi d’informazione di tutto mondo hanno parlato del “rifugiato kamikaze” e dei “terroristi che si nascondono nei barconi”, alimentando la paura che jihadisti e migranti siano due facce della stessa medaglia. Ovviamente non si può escludere che i jihadisti abbiano approfittato del caos dell’estate scorsa in Grecia e lungo la rotta balcanica per viaggiare e che si siano anche in qualche caso confusi tra i migranti, ma non si può accettare l’equazione che avvicina i migranti ai terroristi.

Le vittime dello Stato islamico sono i siriani

Gli analisti hanno spiegato che in Siria quattro milioni di persone sono in fuga dai bombardamenti che colpiscono i civili del regime di Bashar al Assad, a cui si sono aggiunti nel 2014 i raid aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti, ma fuggono soprattutto dalle violenze del gruppo Stato islamico e che quindi sono proprio i profughi le prime vittime dei jihadisti. “Dopo gli attentati del 13 novembre il nostro impegno per aiutare i migranti dovrebbe essere più forte che mai. Mentre esprimiamo la nostra rabbia e il nostro dolore, dobbiamo ricordarci che loro fuggono esattamente dalla stessa violenza che la Francia ha conosciuto quella notte”, scrive Ashley Gilberts sul New York Times. Altri hanno ricordato che il maggior numero di vittime dello Stato islamico e dei gruppi armati affiliati è siriano.

Nicholas Kristof sul New York Times ha ricordato che dopo l’11 settembre sono entrati negli Stati Uniti 785mila richiedenti asilo, ma in questi ultimi 14 anni solo tre di loro sono stati incriminati per terrorismo. Kristof ha sottolineato che lo Stato islamico ha tutto l’interesse a creare timore e diffidenza verso i profughi e i migranti, perché la violenza a cui vengono sottoposti nei nostri paesi che gli voltano le spalle è un terreno fertile per la radicalizzazione di futuri jihadisti. Accettare questa retorica, significa assecondare la narrativa dei terroristi. Una delle poche cose sicure degli attentati di Parigi è che tutti i kamikaze identificati finora sono di nazionalità francese o belga, sono figli e nipoti di migranti, cresciuti nelle banlieue parigine, a Bruxelles o in cittadine come Chartres. La loro violenza cieca parla della violenza delle nostre società più di quanto sembriamo disposti a credere: da via Cupa a Idomeni.

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