Scrivere restando umani

21 ottobre 2014 14:42

Il 17 marzo 2014, all’alba e tre soli minuti dopo le scosse di un terremoto nell’area di Los Angeles, il sito del Los Angeles Times ne dà notizia con un breve testo.

A recuperare tutti i dati, a selezionali e metterli in ordine e a dargli una forma scritta comprensibile è un algoritmo. Si tratta di una prestazione che nessun giornalista, in quel lasso di tempo ridotto e ammesso che fosse sveglio, sarebbe stato in grado di fornire.

Il Guardian, che racconta questa storia, sottolinea che negli ultimi anni seri problemi finanziari hanno costretto il Los Angeles Times a ridurre la sua redazione. Caspita, vuol dire che, in un futuro prossimo, robot capaci di scrivere sostituiranno gradualmente gli esseri umani nelle redazioni e negli uffici stampa?

In realtà anch’io, dopo aver deciso l’argomento di questo articolo e prima di cominciare a metterlo insieme, ho affidato la parte più faticosa e incerta – la raccolta dei dati e delle fonti – a un algoritmo: lo facciamo tutti, ogni volta che deleghiamo una ricerca a Google.

Mi sono riservata, però, il compito di selezionare, valutare, costruire un’argomentazione e tradurla in parole che si compongano in una prospettiva sensata e che siano, possibilmente, interessanti e piacevoli da leggere. Però, mentre mi arrampico da una riga all’altra, sto cominciando a sentirmi un po’ troppo antiquata (senza contare il tempo che ci metto, accidenti).

Già oggi c’è in giro molta più roba scritta da robot di quanto riusciamo a immaginare. Per esempio, il Wall Street Journal spiega che poco meno di un decimo delle voci dell’edizione svedese e un buon numero delle voci dell’edizione filippina di Wikipedia sono scritte da un algoritmo capace di produrre fino a diecimila articoli ogni giorno. Parlano di insetti e altri temi poco frequentati.

Del resto, come segnala Newsweek, ormai metà del lavoro editoriale su Wikipedia – la metà più noiosa, ovviamente – è affidata ai bot: programmi informatici che correggono errori di ortografia, verificano i link, tengono sotto controllo vandali e troll.

Forbes si affida ai robot (leggete qui la colonnina a destra) per convertire dati nei brevi articoli della sezione Narrative Science. L’Associated press, la principale agenzia di stampa statunitense, sta automatizzando la produzione di articoli sui bilanci delle aziende: “Questo permette di produrre 4.400 articoli al trimestre invece degli attuali 300”, e dovrebbe – dice l’Ap – consentire ai giornalisti di focalizzarsi sulle tendenze, sulle interviste e sulle storie esclusive.

Esiste perfino un programma che legge testi di narrativa, ne estrae le emozioni e le traduce in brani musicali. Potete ascoltare il risultato su questa pagina: be’, non è Mozart, ma se gli diamo una ventina d’anni per fare pratica e se lo mandiamo a scuola da tutti i migliori compositori umani del passato e del presente, è probabile che il risultato migliori. Del resto, anche Deep Blue ci ha messo trent’anni per imparare a giocare a scacchi, ma alla fine ce l’ha fatta.

Uno studio recente mette a confronto scrittura umana e automatizzata: i testi scritti da robot risultano meno chiari e coerenti ma più descrittivi e informativi, meno piacevoli da leggere ma più affidabili e oggettivi. Insomma, i robot redattori non sono tanto svegli ma, in compenso, sono meticolosi e secchioni.

Ma come fanno a scrivere (quasi) come noi? Un gran numero di testi d’informazione (economia, sport, eventi climatici, rassegne di ristoranti) ha, proprio come le voci di Wikipedia, una struttura ricorrente. Basta identificarle, metterci dentro riferimenti e dati specifici, stabilire quali informazioni chiave il testo deve fornire, arricchire e colorire attingendo dal pentolone dei cliché giornalistici (qui un elenco di cliché americani stilato dal Washington Post. Qui un elenco di cliché italiani uscito su Il Post).

Così, specie se la notizia non è controversa, è breve e si commenta da sola, ecco cucinato il testo: se siete curiosi di come tutto ciò funziona nel dettaglio ve lo racconta Wired, aggiungendo che entro una quindicina d’anni il 90 per cento delle notizie sarà scritto da robot, che non si tratterà più solo di testi corti e che già ora è possibile personalizzare il tono della scrittura: secco e referenziale, suadente, epico.

Tutto questo potrebbe risultare deprimente. Ma potrebbe anche incoraggiarci a valorizzare il lato umano della scrittura, producendo testi che nessun algoritmo, almeno per un po’, sia in grado di emulare. Ci potrebbero essere diverse maniere per riuscirci.

Ecco qualche esempio.

1) Consegnare ai robot la grigia mediocrità della lingua standard e delle strutture consolidate, impegnandosi a scrivere o davvero come angeli, o davvero da cani. Poiché un certo numero di autori ha già astutamente fatto propria la seconda opzione, resterebbe praticabile solo la prima. Basta darci dentro.

2) Lasciar comunque perdere i cliché, nessuno escluso: anche questi ormai sono roba da robot.

3) Gli algoritmi non hanno sense of humor: pedanti e secchioni come sono, riescono al massimo, almeno per ora, a mettere insieme qualche gioco di parole stupidino. Non riconoscono l’ironia, quella che nasce da imprevedibili slittamenti di senso e che ha bisogno di una buona dose di intelligenza contestuale.

4) Il discorso del punto 3) vale anche, e a maggior ragione, per le metafore. Probabilmente oggi nemmeno il più ottuso degli algoritmi tradurrebbe più “lo spirito e la carne” con “l’alcol e la bistecca”. Ma dubito che anche il più brillante degli algoritmi sia in grado di inventare una metafora potente, illuminante, nuova, se non procedendo in modo casuale, ed essendo dunque incapace di riconoscerla se anche riuscisse a formularla.

5) Valorizzare la componente sensoriale: magari un robot sa anche distinguere la sottile sfumatura che separa “urticante” da “pruriginoso” ma, poverino, non si è mai grattato e non ha mai sperimentato quel prurito lì.

6) Progettare testi che contengano un’idea, un punto di vista, una chiave di lettura, una proposta. Che abbiano una dimensione etica. Una struttura solida. O rimescolare le carte: integrare dati provenienti da campi diversi, intercettare fenomeni che sono ancora sotto traccia, andare a frugare nelle zone di confine. O coltivare il dubbio e valorizzare l’incertezza: due cose che, se i robot potessero soffrire di orticaria, gliela farebbero venire.

7) Schierarsi. Appassionarsi. Indignarsi. Soprattutto, progettare testi che possano incuriosire, interessare, commuovere o far ridere, informare o intrattenere o far pensare e possibilmente sedurre lettori umani. Se il vostro lettore modello è un motore di ricerca, la sfida contro i robot che scrivono è perduta in partenza.

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Guido Vitiello