Catene di sbagli

23 aprile 2018 12:23

Una delle caratteristiche più pestifere e permanenti delle decisioni sbagliate e delle prese di posizione sbagliate, è che possono essere come le ciliegie: una tira l’altra.

L’attitudine a perseverare nell’errore (ma noi di volta in volta possiamo ribattezzarla “essere coerenti”, “tenere le posizioni”, “avere la schiena dritta”, “essere persone tutte d’un pezzo”, “non mollare mai”, e così via) ha un nome inglese (escalation of commitment) e, una volta tanto, anche un nome italiano: intensificazione dell’impegno.

Chiariamoci: essere coerenti e perseveranti è un valore. Ma c’è una bella differenza tra essere coerenti ed essere così ciechi e ostinati da replicare un comportamento con tutta evidenza inefficace o immotivato, e da continuare a metterlo in pratica “a ogni costo”.

Già: il costo può essere molto alto. Uno tra i primi a parlare di tutto ciò è un docente di Berkeley, Barry M. Staw, che in uno storico, citatissimo articolo, esordisce con diversi esempi illuminanti: c’è l’investitore che si ostina a comprare, a un prezzo via via più basso, azioni che continuano a perdere di valore, pensando vanamente che prima o poi si rifarà. C’è la città o lo stato che investe un’enorme quantità di denaro in un’opera pubblica di lunghissima realizzazione, la cui utilità potenziale decresce nel tempo mentre i costi lievitano al di là di ogni previsione.

Se devo dirla tutta ho la sensazione che all’origine di ogni conflitto ci siano ammassi di decisioni sbagliate

E ancora: c’è l’azienda che va in rovina per realizzare un prodotto le cui prospettive di successo si rivelano rapidamente assai inferiori alle stime di partenza (e qui non posso non ricordare anche il caso di McDonald’s Deluxe, 150 milioni di dollari spesi per la sola pubblicità di uno dei più grandi fiaschi del marketing contemporaneo).

Ci sono anche le decisioni individuali di vita: il corso di studi senza prospettive, ma portato fino in fondo. La relazione tossica, da cui però sembra essere “troppo tardi” per uscire. E c’è anche, tra gli esempi di Staw, la guerra del Vietnam, sanguinosissima e durata 15 anni, mentre nelle previsioni si sarebbe dovuta risolvere in poche settimane. Be’, se devo dirla tutta ho la sensazione che all’origine di ogni conflitto ci siano ammassi di decisioni sbagliate.

Nel suo articolo, Staw correttamente si chiede se in tutti questi casi (e in molti altri che potrebbero venirci in mente) l’errore di giudizio derivi dalla mancanza di informazioni, e quindi da un’oggettiva impossibilità di prevedere i fallimenti futuri, o da una cecità soggettiva, e apparentemente inspiegabile, nei confronti di elementi avversi che si rendono via via sempre più evidenti. E capisce una cosa importante.

Intrappolarsi nel torto
In tutti i casi citati, e in altri che potrebbero venirci in mente, siamo di fronte a catene di decisioni, ciascuna delle quali sembra condurre “fatalmente” alla successiva. E ciascuna delle quali rende più difficile e psicologicamente più costoso tornare indietro.

Cambiare direzione, infatti, significherebbe non solo assumersi la fatica di prendere una decisione del tutto nuova, ma anche prendersi l’onere di dichiarare di avere in precedenza sbagliato nel decidere, e di considerare definitivamente perduto tutto l’investimento (tempo, energie, risorse) già effettuato.

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E poi sì, ci sono la tendenza a salvaguardare la propria autostima e l’avversione a dimostrarsi deboli o indecisi, perché il tornare sui propri passi (anche se sarebbe la miglior cosa da fare) viene socialmente percepito come comportamento negativo, poco affidabile, inadatto al comando, contraddittorio e (qui siamo in pieno stereotipo) poco virile.

Risultato: si cerca di dare la colpa del fallimento a cause esterne e imprevedibili. Ci si adopera per razionalizzare le decisioni precedenti, dimostrando che erano necessarie, o le migliori possibili, e magari manipolando quanto basta le informazioni a disposizione.

In sostanza, nota Staw, è proprio il bisogno di dimostrare a noi stessi e agli altri di essere competenti e di stare dalla parte della ragione a intrappolarci paradossalmente (e anche definitivamente e irreparabilmente) dalla parte del torto.

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