È troppo vecchio. Martedì la Guida suprema iraniana e il Consiglio dei guardiani della costituzione non hanno trovato una scusa migliore per respingere la candidatura alla presidenza della repubblica di Akbar Hachemi Rafsanjani, figura storica del regime che avrebbe probabilmente ottenuto tutti i voti delle correnti riformiste del paese, moderate e radicali.
L’ex presidente della repubblica, ex capo dei più importanti organi religiosi del paese e attuale presidente del Consiglio per il discernimento ha ormai 78 anni, e dunque non è certo un novizio. Tuttavia la costituzione non prevede alcun limite d’età per il presidente, e tra l’altro l’uomo che lo ha fatto fuori, la Guida suprema Ali Khamenei, è anch’egli ultrasettantenne e diversamente da Rafsanjani è anche malato.
Quello dell’età, insomma, è chiaramente un pretesto. La Guida e i Guardiani della rivoluzione (l’esercito del regime) hanno semplicemente voluto fermare un uomo che il prossimo 14 giugno rischiava di essere eletto al primo turno dopo essere diventato il candidato di tutti gli oppositori. Con Rafsanjani presidente avremmo potuto assistere a un riequilibrio tra il potere politico e il potere religioso che attualmente lo controlla. Sotto la sua guida l’Iran avrebbe potuto aprire al dialogo e al compromesso con l’occidente e gli stati arabi. Un paese giovane, istruito e desideroso di libertà avrebbe potuto conoscere un’evoluzione progressiva e senza crisi. Tutte cose che la Guida e l’ala più conservatrice del regime non intendono assolutamente permettere.
Purtroppo l’Iran ha appena perso una grande occasione. E ora?
Innanzitutto va detto che i giochi non sono ancora fatti. Il regime dovrà comunque convincere gli elettori ad andare alle urne nonostante questo atto di forza, e a questo punto l’astensione rischia di essere talmente massiccia da trasformarsi in una forza umiliante e destabilizzante per la Guida e il suo clan. Inoltre il regime dovrà affrontare altre insidie, perché tra gli otto candidati autorizzati ha dovuto lasciarne due che non sono assoggettati alla sua autorità.
Uno, Mohamed Reza Aref, è stato ministro dell’ex presidente riformatore Mohamad Khatami. L’altro, Hassan Rohani, ex rappresentante dell’Iran al tavolo dei negoziati internazionali sul nucleare, ha la fama di moderato. Basterebbe che uno dei due raccogliesse il testimone riformista e le elezioni non sarebbero più così scontate, tanto è forte il desiderio di un cambiamento profondo.
È difficile, ma non impossibile. In questo momento è ancora troppo presto per fare previsioni, ma resta il fatto che in caso di vittoria di uno dei candidati della Guida (ce ne sono tre in lizza) il regime dovrà comunque affrontare la crisi economica e il malcontento sociale causati dalla sua imperizia e dalle sanzioni internazionali. Dopo aver forzato per la seconda volta un’elezione (la precedente e la prossima) la Guida sarà costretta a fare qualche concessione per cercare di ottenere la cancellazione delle sanzioni. Sarà capace di rinunciare al programma nucleare o si limiterà a giocare sulle apparenze? Questa è la domanda fondamentale, perché né gli Stati Uniti né Israele hanno alcuna intenzione di permettere che Teheran costruisca la bomba.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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