13 marzo 2014 07:00

Negli ultimi giorni sono emersi tre nuovi focolai di tensione nel mondo musulmano. La prima situazione critica è quella della Libia, dove trionfa l’anarchia e il primo ministro è stato costretto a rifugiarsi in Europa a poche ore dalla sua destituzione da parte del parlamento.

Ali Zeidan è accusato di non aver impedito a una petroliera battente bandiera nordcoreana di entrare in acque internazionali dopo essersi rifornita illegalmente di greggio in un porto controllato dagli autonomisti delle regioni orientali. La rocambolesca vicenda evidenzia la spaccatura tra le grandi regioni, che vogliono autogovernarsi e sono in mano alle milizie che dettano legge nel paese.

Alcune milizie sono spiccatamente islamiste (se non addirittura jihadiste) mentre altre sono più moderate, ma sono tutte accomunate dalla tendenza a vantarsi del ruolo ricoperto nella caduta di Muammar Gheddafi per pretendere maggiori poteri e ritagliarsi i loro feudi privati. Paese dall’unità fragile e artificiale, la Libia sta rischiando il tracollo senza che nessuno, all’interno o all’estero, sia capace di ripristinare l’ordine.

La seconda situazione critica è quella della Turchia, dove sono ricominciate le manifestazioni di massa contro il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan dopo la morte di Berkin Elvan, un adolescente ferito durante gli scontri della primavera scorsa in piazza Taksim. La tensione è alta tanto ad Ankara quanto a Istanbul, e ormai tutto il paese è dilaniato da profonde divisioni che coinvolgono almeno cinque schieramenti diversi.

Prima di tutto c’è Erdoğan, indebolito ma ancora forte del sostegno di buona parte della popolazione. Il primo ministro islamista conservatore ha guidato il paese negli ultimi 12 anni, un periodo segnato da una spettacolare crescita economica ma anche dalle derive autocratiche del governo. Dall’altra parte della barricata c’è il movimento Gülen, una sorta di massoneria musulmana radicata a tutti i livelli dello stato che ha dichiarato guerra al sistema denunciandone la corruzione e pubblicando alcune intercettazioni compromettenti.

Tra il movimento e il primo ministro è in corso una battaglia all’ultimo sangue, sotto gli occhi perplessi dei vecchi partiti laici e della nuova classe media, la stessa che ha manifestato in piazza Taksim e chiede l’ingresso in Europa e la modernizzazione della società turca. Infine ci sono gli aleviti, un’importante minoranza musulmana liberale di cui faceva parte anche Berkin Elvan.

Il terzo focolaio di crisi è il Qatar, dove da una settimana si è consumata una rottura con le altre monarchie del Golfo che hanno richiamato i loro ambasciatori da Doha e non perdonano al governo qatariota il suo sostegno ai Fratelli musulmani e il pluralismo di Al Jazeera, l’emittente panaraba fondata dall’emirato. A questo punto appare evidente che nel Golfo è in corso uno scontro tra due concezioni del conservatorismo: la difesa dello statu quo contro un evoluzionismo sotto controllo finanziario.

(Traduzione di Andrea Sparacino)